Home arrow rassegna stampa arrow Alitalia e lo sguardo di Sara
Alitalia e lo sguardo di Sara PDF Stampa E-mail
venerd́ 19 dicembre 2008

 19 Dicembre 2008

Da Inviatospeciale.com

Ieri una manifestazione dei lavoratori a Fiumicino. Ma la devastazione che le procedure di cigs e le modalità di assunzione stanno producendo sulle persone sono davvero oltre i limiti dell’immaginabile. Sara ha occhi neri, il viso sottile e corti capelli castani. Lo sguardo è basso, le labbra amare, le mani irrequiete. E’ bella Sara, coi suoi jeans stropicciati ed un piumino azzurro forse troppo ingombrante per lei. La busta è bianca, anonima, di quelle con le finestrelle trasparenti. Sembrerebbe una bolletta della Telecom, se non fosse che è terribilmente sciatta, nemmeno un marchio colorato per intestazione. Sara la tiene stretta, non vuole aprirla, aspetta chissà cosa. Il palazzone sta a guardare. E’ un edificio moderno, di quelli giganteschi a parallelepidedo, tante finestre, tanti uffici, tante luci. Siamo in una zona dell’areoporto di Fiumicino che la maggior parte dei passeggeri non conosce. Strade deserte, ma gonfie di macchine parcheggiate, la mensa, gli hangar per gli aerei, altre strutture che chissà a cosa servono. Una specie di periferia lunare con alberi, un controsenso urbanistico, verrebbe da cercare chi ha progettato questo bizzarro luogo del pianeta aeroporto. Qui, nel palazzone, ci sono gli uffici di Alitalia e la crisi si vede subito, perchè nella grande hall dove troneggia una specie di plancia di comando lunga almeno dieci metri c’è un solo usciere, solo come un naufrago. Sta lì per ricevere ospiti che non vengono più. Fantozzi non ha gusto, uno dei vetri della porta d’ingresso è rotto, ma non lo fa cambiare. Anche è vero: chi se ne frega, Alitalia è morta. La busta anonima contiene il ‘kit assunzioni’. Sara è lì, con quella specie di gratta e vinci tra le mani, imbambolata, spaventata, immobilizzata in uno stato d’animo inafferrabile. Che strano, la stanno assumendo, dovrebbe essere felice. Invece non lo è. E’ livida anche quando con un gesto incerto e l’aiuto di un paio di colleghi decide di aprire la ‘proposta di Cai’. Tira fuori alcuni fogli ancor più rozzi della busta, carta coi puntini per indicare dove firmare, le condizioni contrattuali ed infine l’unica cosa che importa devvero: dove ti mandano. Quasi non riesce a tenerli in mano quei quattro pezzi di cellulosa, che i ‘capitani coraggiosi’ non hanno pensato neppure di rendere gradevoli. Li hanno voluti essenziali, glaciali, senza neppure un disegnino per l’intestazione. Persino la firma di chi ha siglato ‘l’offerta di lavoro’, il contrattino in una paginetta e qualche rigo, è di quelle ‘finto vero’, messa da una stampante con effetto ‘tratto tremolante’. Probabilmente per far capire subito che la sensazione di umanità non è prevista, suggerita, neppure immaginabile per il nuovo dipendente. Sara sbircia tra le righe, dove un perverso meccanismo di impaginazione permette anche di sbagliare a leggere, perchè la paroletta fatale, la base di destinazione, è messa sotto un indirizzo, che per tutti i destinatari del ‘kit’ è sempre lo stesso, Roma, e quindi ci si inganna. Si pensa di restare a casa e poi si scopre che invece si è stati assegnati a Torino, a Milano, a Napoli. La città di impiego è qualche centimetro più sotto. Non è stato fatto apposta, è solo una di quelle sfumature che permettono di comprendere la distanza tra i bravi ed i cattivi professionisti. Il tutto dura pochi secondi, non più di dieci, ma anche per chi sta a guardare, per chi non c’entra nulla, sembrano minuti infiniti, come quando si ha un incidente stradale e si ha l’impressione di scivolare all’infinito sull’asfalto ed invece non è vero, è un attimo. Poi Sara finalmente scopre che si, la destinazione è Roma. Intorno i compagni di lavoro si complimentano, sorridono, pericolo scampato. Ma lei non cambia epressione e quelle labbra amare restano amare, lo sguardo basso resta basso, le mani inquiete restano inquete. Davanti al palazzone, al quale si accede salendo per una grande scalinata, ci sono altri esseri umani con la stessa faccia, la stessa espressione, gli stessi movimenti nervosi. Sono tutti nella stessa situazione. Con la sciatta busta tra le mani. Tutti uno per uno, ovvero tutti soli. In un angolo, sul lato estremo della scalinata, un’altra ragazza sta appoggiata al muro e quasi sembra piangere. E’ lì, nessuno si avvicina, lei sta ferma, immobile, la testa un pò di lato, è silenziosa. La raggiunge, facendosi coraggio, un suo collega sindacalista e parlano, confabulano un po’, poi si guardano. Di colpo non parla lui, non parla lei, stanno solo vicini e zitti. Dopo, quando l’umo racconta la cosa, a voce bassa e con pudore, dice: “L’hanno mandata a Milano, lei ha accettato, non poteva perdere il lavoro, è così che vanno le cose di questi tempi”. Ecco lo standard nel mattatoio Fiumicino. Un pellegrinaggio di anime ferite, stravolte, umiliate. E se per alcuni c’è l’assunzione, per altri c’è la cassa integrazione senza tatto, una nuova forma di punizione efficientista inventata da qualche manager frigido. Funziona così: arriva qualche funzionario del personale, anche lui forse destinato domani alla stessa pantomima in parte di vittima, si avvicina al dipendente, gli dice di volergli parlare, gli comunica che ha il tempo per prendere le sue cose ed andar via. In fretta, naturamente. Qualcuno piange, qualcuno pare sia svenuto. Bisogna fare presto presto, vit vit, perchè se mettono fuori uso il tesserino magnetico per superare i tornelli si richia di trovarsi bloccati, nel limbo dei cacciati che non sanno se qualcuno avrà il cuore di riprenderli un domani, nell’azienda degli “eroi” di Berlusconi. C’è chi ha visto girare per Fiumicino, come fosse ubriaca, un’anziana funzionaria con vent’anni di Alitalia. Spingeva un carrellino per i bagagli pieno dei piante, quelle che teneva nel suo ufficio, l’avevano appena sloggiata. Nella mattinata di ieri i lavoratori si erano riuniti per una manifestazione, davanti al varco equipaggi, un’altro dei ‘luoghi di dolore’. C’erano Antonio Di Pietro, il senatore Idv, Pedica, il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, l’assessore al Lavoro della Regione Lazio, Alessandra Tibaldi, ed il presidente della Commissione Trasporti regionale, Enrico Luciani. I sindacalisti dell’Sdl, i piloti di Anpac ed Up. Tutti hanno parlato di solidarietà e l’ex magistrato ha aggiunto: “Dovrei portare qui parole di fiducia, ma davvero ce n’è da averne poca in questo momento”. Poi ha aggiunto: “Queste riunioni non bastano, occorre un’azione di protesta forte ed unitaria. La politica della scarpa dovremmo adottarla anche noi (il giornalista iracheno che le ha lanciate al presidente Bush, ndr). La vicenda Alitalia non finisce qui, mentre in galera deve finire chi ha portato la compagnia nelle attuali condizioni. Una grande protesta che deve essere rivolta anche nei confronti di quei sindacati che hanno accettato di sedersi al tavolo con un padrone e non con un datore di lavoro”. Paolo Ferrero, senza la diffidenza per dei lavoratori che qualcun altro a sinistra aveva definto “privilegiati”, ha sostenuto: “L’unico modo per far sentire che il problema Alitalia non è chiuso è farsi vedere. Occorre fare manifestazioni sotto il comune di Roma per chiedere al sindaco cosa sta facendo, davanti a Palazzo Chigi per ricordare le promesse di Berlusconi, e davanti al Parlamento. Mettiamo in piedi un coordinamento per iniziative di lotta non violenta, ma visibili al centro di Roma, solo così la categoria potrà rimanere unita tra chi è stato per ora messo fuori e chi è costretto a subire in silenzio le condizioni di assunzione che gli sono state imposte”. Uno dei lavoratori ha gridato a Di Pietro, “ci sono le colpe e le responsabilità di Veltroni” e lui ha risposto laconico: “E lo dite a me?”. La Cgil, rivegliatasi da una narcosi preoccupante, si era accorta l’altro ieri di quello che stava succedendo, delle procedure spietate con le quali si sta sviluppando la ricollocazione del personale dell’Alitalia e aveva chiesto un incontro urgente a Cai. Ieri le parti si sono incontrate. All’ordine del giorno la questione relativa alle assunzioni dei dipendenti della Nuova Alitalia. Le organizzazioni sindacali che hanno firmato l’accordo quadro (Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Avia e Anpav) adesso denunciano il mancato rispetto dei criteri concordati nello scorso mese di novembre. In una lettera Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti e Ugl hanno scritto alla Compagnia Aerea Italiana. ”Ci pervengono numerose segnalazioni da parte delle nostre strutture regionali sui contenuti delle proposte di assunzione in cui si ravvisano errori o comunque elementi difformi dalle intese raggiunte [...] è nostra intenzione chiarire e condividere il superamento delle difformità riscontrate. Vi notifichiamo l’esigenza di sospendere i termini di definizione delle assunzioni sino a conclusione e all’esito dell’incontro stesso”. Uno dei firmatari ‘in ritardo’, Avia, che con Anpav aveva sottoscritto l’accordo convinta di aver trovato nella controparte un valido interlocutore (dopo mesi di parole di fuoco nelle quali affermava il contrario), in un suo comunicato ha reso noto: “Nonostante le ampie assicurazioni sulle clausole di tutela sociale nelle assunzioni, ribadite dal Governo e dalla Cai solo pochi giorni fa in occasione della nostra firma, risultano escluse dalle assunzioni proprio quelle lavoratrici a cui era stata garantita la precedenza assoluta. Nessuna delle assistenti di volo madri, con un figlio minore disabile al 100 per cento, ha avuto la ‘corsia preferenziale’ assicurata ed oggi quelle colleghe sono tutte in cassa integrazione. Stessa sorte per genitori mono-reddito unici affidatari di minore: senza lavoro o con scriteriate proposte di trasferimento all’altro capo dell’Italia”. Poi dopo la ’scoperta’ Avia ha aggiunto che in assenza di soluzioni imediate “sarebbe costretta a ritirare la firma apposta la scorsa settimana”. Ripensamento più veloce della luce, ma forse più etereo di un ologramma. Le conversioni sulla via di Damasco dei firmatari appaiono tardive, perchè in questi ultimi giorni la strategia di Cai ha letteralmente devastato il morale di gran parte del personale di Alitalia, sia quello in cigs che quello di chi è già stato ricollocato nella nuova Compagnia. I danni, prima di tutto umani, sono irreparabili. Perchè una nuova azienda che nasce con queste premesse potrà (com’è facile prevedere) attenuare gli accenti aggressivi del proprio carattere (si accorgeranno di aver superato il limite), ma difficilmente conquisterà la fiducia dei propri dipendenti. E sono errori che si pagano, nel tempo, in qualità, rendimento ed efficienza. La superficialità della ‘cordata patriottica’ è probabilmente amplificata da consulenti, forse del tutto inesperti del campo, ma di fatto ha posto un’ipoteca sulla futura tenuta della gestione interna. Il bastone è il peggior strumento ‘educativo’ e pure senza dubbio il più costoso. Non si immagina quanto il disamore sia capace di inventare, generando assenteismo, malattie, svogliatezza, distrazione, distacco. Rimane misterioso il motivo che ha determinato la tracotanza di questa fase, ma com’è noto non tutti sono capaci di capire che il dialogo e la condivisione sono i migliori strumenti per raggiungere gli obiettivi prefissati. E’ quasi Natale, tutte le aziende serie preparano un regalino per i lavoratori, Cai sta appena nascendo e assumendo dipendenti. Ci voleva tanto a consegnare i ‘Kit’ e, per esempio, una ‘pennuccia di benvenuto’ in un’allegra scatolina, quaranta centesimi per un pensierino? La ragazza del muro sarà rimasta a casa ieri sera. A pensare vita che cambia. Senza sapere che poteva tranquillamente rifiutare, perchè chiunque è libero di farlo se lo mandano dall’altra parte del Paese: nessuno ha il potere di privare il lavoratore della cassa integrazione, come pare sia stato detto agli indecisi con toni minacciosi, se rifiuta l’assunzione quando la destinazione finale è lontana dalla sua residenza e non coincide con le condizioni prefissate. Si spera che chi ha il dovere di farlo rinsavisca subito e ricominci di nuovo con più saggezza. Ma c’è da crederci poco.

(Sara è un nome di fantasia)

 

.................

 

Assemblea del “Fronte del No” all’aeroporto di Fiumicino. Precari e cassintegrati denunciano il vero volto dell’operazione Cai Alitalia fa fuori donne in gravidanza sindacalisti e portatori di handicap

Da Liberazione del 19 dicembre 2008

Roberto Farneti

Altro che «patrioti», come li chiama il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Per i cassintegrati e gli ex precari dell’Alitalia, Roberto Colaninno e soci non sono altro che dei “Cai...mani”. Sciacalli che, non appena fiutato l’affare, si sono gettati sulla carcassa della ex compagnia di bandiera con l’unico scopo di divorarne gli ultimi brandelli di carne. In attesa di poter consegnare le chiavi della Nuova Alitalia allo “straniero”, Air France o Lufthansa che sia. Un’altra cosa che agli italiani non viene detta è che per compiere questa “patriottica” operazione, la Cai non ha esitato a gettare in mezzo alla strada la bellezza di diecimila persone, scelte senza nemmeno rispettare i criteri che di norma si seguono in questi casi. «Con una discriminazione pesantissima, Cai tiene fuori dall’azienda tutti i portatori di handicap, le donne in gravidanza, i part-time, quanti avevano una situazione familiare pesante. Non è stato tenuto conto dell’anzianità aziendale e vengono operate discriminazioni nei confronti di chi è sindacalizzato». A denunciarlo è Andrea Cavola, segretario nazionale Sdl, il primo a parlare all’assemblea indetta da SdL, Anpac e Up all’aeroporto di Fiumicino. Circa quattrocento lavoratori Alitalia si sono riuniti ieri mattina nel piazzale davanti al varco equipaggi insieme alle sigle del cosiddetto “Fronte del no” per gridare la loro rabbia e per discutere di come dare inizio a un percorso di lotta. Presenti all’iniziativa il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero, il presidente dell’Idv, Antonio Di Pietro, il senatore Idv, Stefano Pedica, l’assessora della Regione Lazio, Alessandra Tibaldi, ed il presidente della Commissione Trasporti regionale Enrico Luciani. Al termine dell’assemblea è anche partito un corteo che ha attraversato l’aerostazione partenze dei voli internazionali. In testa, un gruppo di hostess e steward con il viso coperto da una maschera bianca trasportano uno striscione con la scritta “CAIncellati”. Una delle manifestanti in prima fila grida rivolta ai colleghi: «E’ scandaloso: donne con figli minori e portatori di handicap che vengono trasferiti da Roma a Catania o a Milano. Dove è il ministro delle Pari Opportunita?». La “mattanza” non ha risparmiato lo stesso Cavola, fatto fuori dall’azienda malgrado 31 anni di servizio e una figura professionale presente nella nuova Alitalia. «Il governo, le istituzioni nazionali e locali - urla il sindacalista rivolto ai colleghi che lo ascoltano sul piazzale - devono prendere atto che c’è un problema sociale grave: faremo ricorsi di natura legale contro queste discriminazioni e contro accordi che sono fuori dalla legge». Il dirigente di SdL ha quindi accusato, tra gli applausi dei presenti, Cgil, Cisl e Uil, di aver accondisceso ad «una operazione scellerata ed odiosa, nei confronti della quale a poco valgono i timidi tentativi di prendere ora qualche distanza». Molto applauditi anche gli interventi di Ferrero e Di Pietro. «L’unico modo per farci sentire che il problema Alitalia non è chiuso - ragiona il segretario del Prc - è di farsi vedere. Occorre fare manifestazioni sotto il comune di Roma per chiedere al sindaco cosa sta facendo, davanti a Palazzo Chigi per ricordare le promesse di Berlusconi, e davanti al Parlamento». La proposta di Ferrero è quella di «mettere in piedi un coordinamento per iniziative di lotta non violenta ma visibili al centro di Roma, solo così la categoria potrà rimanere unita tra chi è stato per ora messo fuori e chi è costretto a subire in silenzio le condizioni di assunzione che gli sono state imposte». Anche per Di Pietro «la vicenda Alitalia non finisce qui». Occorre «un’azione di protesta forte ed unitaria, mentre in galera deve finire chi ha portato la compagnia nelle attuali condizioni. Una grande protesta - aggiunge l’ex magistrato - che deve essere rivolta anche nei confronti di quei sindacati che hanno accettato di sedersi al tavolo con un padrone e non con un datore di lavoro». Qualcuno gli ricorda «le colpe e le responsabilità di Veltroni». «Lo dite a me? - replica Di Pietro - lo sa bene». Sul piazzale i lavoratori danno sfogo alla loro amarezza. Dopo 18 anni di onorato servizio come assistente di volo, Elena ha ricevuto il benservito: cassa integrazione per 4 anni più 3 di mobilità. «Ho 43 anni, quando questi 7 anni scadranno rischio di ritrovarmi disoccupata. Ho anche una laurea, ma alla mia età chi mi prende? E poi ho sempre fatto questo lavoro...». Il marito di Elena, pilota, rischia addirittura il licenziamento: è uno degli 11 lavoratori sospesi dal commissario Fantozzi a seguito dei disagi che si sono verificati durante il cosiddetto “sciopero bianco”. «Per te Alitalia finisce qui»: anche l’hostess Susy, 38 anni, ha ricevuto la famigerata lettera, malgrado 17 anni di anzianità aziendale. «Mio marito è un pilota, gli è stato detto: “O vai a Milano o perdi il posto”. Abbiamo due figli, ci ritroviamo in una situazione drammatica. E c’è persino chi sta peggio». Il dramma di Andrea è lo stesso di altri 800 assistenti di volo precari. Sulla testa indossa una fascia nera con su scritto “Precario con famiglia”: «Da 8 anni - racconta - mi rinnovano il contratto ogni 5 mesi. L’ultimo è scaduto il 30 novembre. A 34 anni mi ritrovo con niente in mano, una moglie precaria part-time che prende 600 euro al mese e una figlia. Da gennaio in poi non so come farò a pagare il mutuo». Si fa avanti un lavoratore. Il nome non lo dice ma ha 42 anni ed è un operaio della verniciatura: «Dopo vent’anni di servizio mi ha chiamato il capo e mi ha dato una bella letterina. Ho moglie e figlio a casa. Ci sono persone con 7, 8 anni di anzianità che invece non sono state toccate. Come si spiega?»

 
< Prec.   Pros. >

page counter