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A Lodz, operai a 450 euro al mese PDF Stampa E-mail
marted́ 27 aprile 2010

 Da Il Manifesto del 27 aprile 2010

Mauro Caterina

LODZ «Cosa c'è da guardare a Lodz? Ulica Piotrkowska, c'è solo quella da guardare». In Polonia è la risposta che va per la maggiore se si chiede a qualcuno informazioni sulla terza città del paese per numero di abitanti. In effetti la vocazione di Lodz non è quella turistica, anzi tutt'altro. La città si è sviluppata a partire dalla seconda metà del XIX secolo sotto l'impulso dell'industria tessile, attività «monocultura» durata fino al 1990. Poi arriva la crisi del settore: chiudono le fabbriche tessili, la disoccupazione dilaga e si cerca di portare avanti il tentativo di rimodellare il quadro industriale della regione. Con l'entrata della Polonia nella Ue (e soprattutto con gli incentivi del governo per gli investimenti dall'estero e una serie di agevolazioni fiscali) Lodz diventa in poco tempo un richiamo irresistibile per le multinazionali dimezzomondosempre a caccia del miglior «operaio low-cost». Grandi gruppi industriali come la Siemens, Gillet, Merloni e per ultimo la Dell hanno piantato le tende nei dintorni di questa città, la cui posizione (nel cuore della Polonia) ha favorito anche lo sviluppo della logistica. In un solo anno il tasso di disoccupazione nella regione è passato dal 25% (2007) al 6,5% (2008), tanto da far gridare i giornali locali lo slogan del miracolo economico. Arrivano i taiwanesi Quando arriviamo ai cancelli della Foxconn -multinazionale taiwanese a cui la Dell ha ceduto l'impianto di Lodz nel dicembre 2009 -, il turnomattutino è appena finito. Gli operai escono dalla fabbrica e raggiungono lo spiazzo antistante dove sono parcheggiate lemacchine e due autobus navetta che collegano l'impianto industriale alla città. In lontananza si vedono delle ruspe a lavoro. «Vedi quelle – fa segno col dito Marek, 26 anni, operaio saldatore della Foxconn – stanno spianando i terreni per l'autostrada. Arriveranno anche qui, e quando la finiranno di costruire potrò tornare a casa in 15 minuti». L'autostrada è una delle operemesse in cantiere per gli Europei del 2012, anno in cui è previsto il completamento dell'opera. Marek abita in un piccolo paese a 20kmda Lodz. È sposato e ha due bambini. «Io sono stato assunto dalla Foxconn alcuni mesi dopo il passaggio di proprietà – ci racconta – e spero che mi rinnovino il contratto. Fra due mesi mi scade». Con Marek si fermano a parlare una decina di altre persone, anche se la maggior parte preferisce schivare le domande sulle condizioni di lavoro in fabbrica e sulla rappresentanza sindacale. «Hanno paura di parlare con i giornalisti perché gli scade il contratto a breve e non vogliono avere problemi», ci confida Slawomir, 35 anni, uno dei primi operai ad essere assunto dalla Dell nel 2007. «Sono andato in Irlanda per la formazione – racconta – siamo partiti dalla Polonia in 400 e nessuno a Limerick allora parlava di chiusura delocalizzazione». «Mi dispiace che tanta gente in Irlanda abbia perso il lavoro per la chiusura della fabbrica – continua –ma vorrei anche che qualcuno si dispiacesse per le fabbriche che vengono chiuse in Polonia. Non siamo noi operai a decidere dove costruire o delocalizzare». Slawomir è un rappresentante sindacale di Solidarnosc e non nasconde le difficoltà che ci sono nei rapporti con la proprietà. «Le attività sindacali all'interno della fabbrica vengono osteggiate e il sindacato non è visto di buon occhio – ribadisce – e questo succedeva con laDell e succede anche ora con la Foxconn». È una strana avventura quella intrapresa dal colosso americano dell'informatica qui in Polonia. Il primo impianto era entrato in produzione nel 2006. L'obiettivo era quello di espandersi e penetrare imercati dell'Europa centrale e dei paesi dell'ex blocco sovietico. Operazione resa ancora più appetibile dalle condizioni favorevoli del luogo: lavoro a basso costo, fiscalità agevolata e 52 milioni di euromessi a disposizione dal governo polacco per la creazione del polo industriale. Ma nel giro di pochi anni la Dell fa tutto e il contrario di tutto. Prima costruisce l'impianto a Lodz, chiude quello di Limerick per delocalizzare in Polonia al suono di fanfare e squilli di tromba e subito dopo vende tutto ai taiwanesi della Foxconn. «Non cambierà niente – diceva Rafael Branowski, portavoce del gruppo americano – la Dell diventerà semplicemente un cliente della Foxconn e comprerà i componenti elettronici prodotti nella fabbrica e i computer continueranno ad essere made in Poland». La schiavitù del XXI secolo Qualcosa invece era cambiato visto che 400 dipendenti interinali vennero licenziati dopo l'annuncio in conferenza stampa, suscitando l'ira del sindacato e dei lavoratori. «A non cambiare è l'attitudine della proprietà nei confronti degli operai», tuona Waldemar Krenc, a capo del sindacato nella regione di Lodz emembro del comitato centrale di Solidarnosc. «Oggi alla Foxconn lavorano circa due mila operai, tre mila con l'indotto. Tutti con contratto a tempo determinato – racconta – che viene rinnovato ogni sei mesi, e a chi va bene ogni anno». Lo stipendiomedio di un lavoratore è di circa 450 euro almese. «È questa la cifra che prendono i nostri operai, quanto la protezione sociale nei paesi ricchi come la Germania e la Danimarca – continua - ma qui se uno perde il lavoro non c'è la protezione sociale e quando c'è la crisi nessuno protesta perché ha paura di essere licenziato. È la schiavitù del ventunesimo secolo». Le cifre che ci mostra sono interessanti. «Nel 2009 le maggiori compagnie private hanno fatto il pieno dei profitti mentre la disoccupazione è cresciuta al 13% in tutto il paese». A Lodz il numero dei senza lavoro oggi è fermo al 10%. Secondo Krenc, tutto sommato, non è male se si pensa al 25% del 2007. Il fronte di lotta del sindacato adesso sono i contratti di lavoro. Solidarnosc sta facendo pressioni per ottenere contratti a tempo indeterminato (un tabù per la quasi totalità degli operai a Lodz) e a venirgli incontro nella lotta, paradossalmente, è il mercato del lavoro. «Si sta creando una situazione singolare - dice il sindacalista – a causa del numero crescente di aziende nella regione e la mancanza di manodopera dovuta all'emigrazione massiccia negli anni precedenti». In pratica, le imprese si contendono i lavoratori a suon di aumenti di salario e benefit. «Ma tutto questo non basta – conclude Krenc – ciò che conta è la sicurezza di un lavoro stabile e anche qui in Polonia come in Irlanda possono chiudere una fabbrica da un giorno all'altro e delocalizzare la produzione in Cina. Il lavoratore è considerato un costo e non una risorsa e il movimento di capitali in giro per l'Europa alimenta la guerra fra poveri». E a proposito, l'Europa dove sta?

 
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