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Marchionne: «Ora accordo su Pomigliano» PDF Stampa E-mail
sabato 24 aprile 2010

 

di Giorgio Pogliotti

Da ilsole24ore.com

Senza l'accordo con i sindacati non si possono fare gli investimenti: lo ha ribadito l'amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne che insieme al neopresidente John Elkann è stato ricevuto ieri mattina dal ministro dello Sviluppo economico. Claudio Scajola ha manifestato «apprezzamento» per il piano che «conferma la centralità dell'Italia» sottolineando che «l'impegno è di aumentare la produzione di auto per garantire la stabilità dell'occupazione e la crescita dei posti di lavoro». Marchionne si è poi recato a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta, per illustrare il piano che prevede il raddoppio della produzione auto in Italia (dalle 650mila unità attuali a 1,4 milioni al 2014) e lo spin-off dell'auto, confermando l'ingente impegno finanziario del Lingotto con la richiesta ai sindacati di fare la propria parte: «Faremo più o meno 20 miliardi di euro di investimenti in Italia – ha detto –. Ci vorranno cinque anni per spenderli. Direi che i sindacati si possono accontentare». La prima partita si gioca sullo stabilimento di Pomigliano d'Arco dove, ha aggiunto Marchionne, «ci sono 700 milioni che stanno aspettando che qualcuno decida di mettersi d'accordo». Senza un accordo con il sindacato sulla flessibilità «l'investimento non parte». Mentre per Termini Imerese è confermata la chiusura entro il 2011. Per Guglielmo Epifani, quello illustrato da Marchionne «è sicuramente un piano di svolta», si tratta di «una sfida nella quale il sindacato deve provare a stare, ma non mi piacciono i ricatti». Il segretario generale della Cgil sottolinea che «il problema vero è trovare una mediazione tra il bisogno dell'impresa, di fronte ad un investimento, di rendere gli impianti più flessibili, e la salvaguardia delle condizioni dei lavoratori, rispetto a turni massacranti, perché il lavoratore è innanzitutto una persona». Il piano incassa il pieno sostegno di Raffaele Bonanni: «In una situazione di crisi come questa, fino a qualche giorno fa si parlava di pericoli di delocalizzazione della Fiat e invece la produzione viene più che raddoppiata. Con questi investimenti condiziona la produzione di auto in Italia per almeno i prossimi 20 anni». Sulla stessa lunghezza d'onda Luigi Angeletti: «Per noi non c'è né un ricatto, né un atto di arroganza – afferma il segretario generale della Uil –, la richiesta di più flessibilità è logica e normale. Siamo pronti ad aprire un confronto e sono certo che sarà breve e si concluderà positivamente». Dal versante politico il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, giudica «coraggioso e ambizioso» il piano con «novità importanti», anche se presenta «problemi e qualche zona d'ombra come Termini Imerese», dove «bisogna che la Fiat accompagni la soluzione». Ma torniamo alla prima sfida, la vertenza di Pomigliano. È necessaria una maggiore flessibilità per assicurare la saturazione degli impianti, secondo l'a.d. di Fiat che ha già annunciato la disdetta delle intese sull'organizzazione del lavoro raggiunte con i sindacati. Per aumentare la produzione nello stabilimento campano secondo l'azienda servono 3 turni di lavoro su 6 giorni lavorativi. Oltreché sui 18 turni, lo spostamento della produzione della "nuova Panda" a Pomigliano nei piani aziendali è legato anche all'introduzione di 80 ore l'anno di straordinario, alla riduzione della durata delle pause da 40 a 30 minuti ed allo slittamento dello stop per la mensa a fine turno. Sono questi i principali punti oggetto del confronto con il sindacato che si aprirà la prossima settimana. Finora Fim, Uilm e Fismic hanno mostrato maggiori aperture, mentre la Fiom ha avanzato forti critiche. «Ci sono diverse criticità – spiega Enzo Masini (Fiom) –. L'organizzazione della produzione su 18 turni coinvolge il sabato e parte della domenica, sia che si concluda la mattina o si inizi la sera, una situazione peggiore rispetto a quella della Polonia dove il week-end si lavorava solo con lo straordinario. Inoltre spostando la pausa a fine turno si dovrà lavorare per 7 ore e mezzo prima di fermarsi per mangiare, nonostante il contratto preveda una pausa dopo 6 ore e 30». Se la Fiom dice «no ad accordi sotto dettatura», la Fim-Cisl per voce del segretario Giuseppe Farina considera «legittimo che l'azienda chieda più flessibilità a fronte di un sensibile aumento dei volumi di produzione», dichiarandosi «disponibile a ragionare sui nuovi regimi di orario senza pregiudiziali sui 18 turni». Per Farina l'a.d. di Fiat ha usato nei confronti del sindacato «toni anche aspri, un linguaggio sopra le righe, anche se i comportamenti dei sindacati non sono tutti uguali». Simile la posizione di Rocco Palombella (Uilm): «L'organizzazione su 18 turni non mi spaventa – spiega – mi preoccupa piuttosto la dismissione di Termini Imerese. Di fronte ad un piano orientato allo sviluppo il nostro compito è contrattare la flessibilità in cambio di retribuzioni dignitose».

 
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