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Marchionne: due Fiat e un solo cervello PDF Stampa E-mail
giovedì 22 aprile 2010

 Image Il Piano Fiat è stato presentato e si prevede la divisione del Gruppo con conseguenze che sicuramente interesseranno i lavoratori. L'analisi che dovrà essere fatta nei prossimi giorni dovrà essere accurata e dovrà prendere in esame sia gli aspetti generali ed industriali, sia le condizioni di lavoro e salariali che emergeranno dall'ipotesi aziendale.

Riportiamo due articoli apparsi su Il Manifesto del 22 aprile 2010.

 L'ottimismo della volontà deve sconfiggere il pessimismo della ragione.

Comincia così, con una citazione che rimanda ad Antonio Gramsci, la lunga giornata di Sergio Marchionne per annunciare alla stampa e agli analisti di mezzo mondo il miracolo dei pani e dei pesci. Ci eravamo abituati a fare i conti con una Fiat e adesso dovremo imparare a convivere con due. Attenti però, ci vogliono condizioni speciali perché i miracoli riescano. Il primo è riuscire ad archiviare la crisi economica e il crollo della domanda, il secondo è l'assoluta disponibilità dei sindacati ad accettare il piano quinquennale di Marchionne, prendere o lasciare. Prendere significa buttare nel cestino il sistema di accordi esistente e mettersi a disposizione, anzi ai remi della barca comune con spirito collaborativo e flessibilità. Basta rigidità sui turni di lavoro, sugli straordinari, sui sabati e le domeniche: gli impianti devono girare al massimo per ammortizzare i costi, e se il mercato ordina - ammesso che tornerà a ordinare - bisogna scattare senza se e senza ma. Verrebbe da dire senza regole. E se i sindacati cercheranno di portarla per le lunghe rivendicando chissà quali vecchi diritti e accordi, nessun problema: la Fiat andrà a produrre altrove, in paesi come gli Usa, la Russia, il Messico, la Serbia. Paesi in cui i sindacati sono ragionevoli e i governi pronti a fornire sgravi e agevolazioni. Nasce così, con un avvertimento secco ai sindacati, il nuovo corso Fiat. Le novità sono molte, a partire dal nuovo presidente John Elkann al posto del ferrarista Montezemolo, seguitando con la tanto attesa (e invocata dalle borse) decisione dello scorporo. In una società, quella attuale che Marchionne chiama New Fiat, resterà tutto quel che ha a che fare con l'automobile, comprese Maserati, Ferrari, Comau, Teksid e motoristica legata all'auto (PowerTrain). Il resto (Cnh, Iveco e una fetta di PowerTrain) andrà a costituire una nuova società che verrà quotata in Borsa entro novembre di quest'anno e si chiamerà Fiat Industrial. Ma il vero miracolo di Marchionne non è tanto il raddoppio del Lingotto quanto piuttosto i progetti da qui al 2014. 3, 8 milioni di vetture prodotte dalla Fiat, di cui 1,4-1,6 milioni in Italia (un milione destinato all'esportazione) contro le attuali 650 mila. A questo numero «ottimistico» se ne aggiunge un altro, 2,2 milioni di vetture Chrysler costruite nel Nuovo mondo per un totale di 6 milioni di vetture scodellate annualmente da tutto il gruppo. Il fatto di dividere l'auto dal resto della Fiat dovrebbe consentire una maggiore facilità di movimento e, soprattutto, nuove alleanze. Se tutte queste biglie andranno in buca, ha detto Marchionne, si sarà costruita una società automobilistica che non avrà più paura di nessun concorrente a livello globale. Quando il 20% di proprietà della Chrysler comincerà a riacquistare valore, quando quel 20% sarà diventato il 35%, allora si potrà pensare a nuovi passi e a nuove sfide. Un po' gramsciano e un po' padronale, Marchionne. Fa tutti i numeri delle vetture e dei modelli - 34 nuovi in cinque anni - ma non ne fa uno sull'occupazione. Dice di non prevedere esuberi ma nuove opportunità di lavoro. E questo, ripete, dipende dalla disponibilità dei sindacati. Sennò altro che Fabbrica Italia, altro che concentrare nel nostro paese gli investimenti. Il mondo è grande e fuori dall'Italia tutti, secondo il mago del Lingotto, sono pronti a ospitare investimenti, fabbriche, lavoro, straordinari. A una nostra domanda sul governo italiano, Marchionne ha ribadito che la Fiat non chiede un soldo a Palazzo Chigi. E si limita a ripetere che altri paesi hanno fatto politiche diverse da quella del nostro governo, che non a caso non riesce ad attrarre capitali dall'estero. Chi vuole intendere intenda. Dopo sei ore di faticosa e dettagliatissima relazione agli analisti e dopo un'ora di conferenza stampa la giornata di Marchionne è continuata con l'incontro con i segretari dei sindacati metalmeccanici, troppo tardi per darne conto su queste pagine. Un incontro che sembrava preoccupare l'amministratore delegato Fiat più degli analisti. Come se il miracolo dipendesse non tanto dalla ripresa del mercato e dalla capacità della Fiat di giocarci le sue carte con successo, quanto dalla disponibilità sindacale a concedere i 18 turni settimanali, gli straordinari, la flessibilità. Sicuramente a Marchionne i sindacalisti avranno chiesti lumi sul futuro degli stabilimenti italiani. Non basta dire che aumenteranno la produzione, bisognerebbe aggiungere con quali modelli nuovi. E' quel che si chiedono operai e sindacati a Mirafiori, la fabbrica più sottoutilizzata della Fiat, e ieri se lo sono chiesto per tutto il giorno con un vivace presidio di fronte alla palazzina del Lingotto. Di altre fabbriche, come quella di Termini Imerese, Marchionne invece neanche parla più: storia finita, punto e a capo, e a casa in duemila, entro il prossimo anno. Due Fiat, dunque, ma un solo cervello. Sergio Marchionne ha in mano il timone, è un navigatore preparato e sicuramente coraggioso. Se vuole tutto il potere dalla famiglia Agnelli, cosa da far impallidire persino il vecchio ragionier Valletta al tempo in cui Gianni Agnelli era ancora un giovane piuttosto scapestrato, figuriamoci se ha tempo da perdere a trattare con i sindacati. Questa è la Fabbrica Italia, queste le nuove Fiat. Prendere o lasciare. MILIONI DI AUTO È l'obiettivo di Fiat per il 2014. Insieme a Chrysler, il gruppo vuole raddoppiare la produzione IMPENNATA IN BORSA Il titolo del Lingotto cresce per il secondo giorno di seguito, dopo l'annuncio dello scorporo.

Loris Campetti


 

FIAT-CHRYSLER · «6 milioni di auto entro il 2014» Camion e trattori, lo spin off è servito

 Francesco Paternò

Nel piano industriale 2010-2014 dell’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne c’è il breve periodo - il tangibile, dunque ecco lo scorporo delle attività non automobilistiche e la nascita di due Fiat in borsa entro novembre prossimo - e il medio periodo, con obiettivi di crescita che oggi appaiono spettacolari e dunque in qualchemodo intangibili. C’è il lavoro (di cui si parla a parte in queste pagine) e c’è la conferma che la Fiat resterà con base italianamain uno scenario sempre più internazionale - per l’allargamento dei siti produttivi altrove, per le vendite nei mercati con maggiori potenziali di crescita, perché è la Fiat a controllare la Chrysler e non viceversa e per l’eventuale nuovo (o nuovi) partner automobilistici da trovare, soluzione facilitata con una Fiat Spa dedicata solo alle quattro ruote. Marchionne dice che resterà al suo posto «almeno fino al 2014». Non potrebbe fare altrimenti: per quella data, si è impegnato con la Casa Bianca a restituire i prestiti federali per Chrysler. E ora deve anche onorare il nuovo impegno preso con la famiglia Agnelli-Elkann. La notizia dello scorporo non dell’auto ha sorpreso gli analisti e eccitato solo fino a un certo punto la borsa in una giornata negativa, dove il titolo Fiat è salito a 10,6 euro chiudendo a +1,73. Per questa operazione non ci sarà bisogno di aumento di capitale, ha detto Marchionne, e la nuova società si chiamerà Fiat Industrial (ne sarà presidente). Con dentro Iveco (camion), Cnh (trattori) e la parte motoristica non auto di Powertrain, attività che oggi muovono un giro d’affari di circa 19 miliardi di euro. Dopo 111 anni di storia, insomma, avremo due Fiat quotate in borsa con la Spa assolutamente autocentrica e più libera di muoversi alla ricerca di nuovi partner. Se non fosse fallita la conquista della Opel nel 2009, l’operazione sarebbe stata forse già chiusa. Prima dei molti numeri sentiti al Lingotto, vala la pena scrivere dell’ammissione (implicita, ci mancherebbe in un giorno dai toni napoleonici) diMarchionne di una sua sconfitta. Per la prima volta dal giugno del 2004 - da quando è salito al volante del gruppo - non rispetterà due obiettivi. Sono le 300.000 Alfa Romeo e le 300.000 Lancia che aveva promesso di vendere entro la fine del 2010. Sono numeri irrangiungibili visto che nel 2009 i due marchi hanno chiuso poco sopra le centomila unità ciascuno e che nell’anno, ameno di un improvviso megaordine dalla Cina o dall’India per vetture di questo tipo, quei dati resteranno molto simili. Detto con parole sue, «sono volumi bassi che non permettono di autosostenersi ». Mada qui al 2014 Marchionne promette ben altro. Per imarchi italiani, 3,8milioni di auto vendute del gruppo contro le 2,3 del 2009. Cui si aggiungeranno altre 2,2 milioni del gruppo Chrysler (rispetto all’1,3 milioni del 2009), in totale una produzione di 6 milioni, quasi il doppio dell’attuale. Così come dovrebbe raddoppiare quella italiana, da portare a 1,6 milioni di unità. Per raggiungere tutti questi numeri, l’amministratore delegato della Fiat promette 26 miliardi di investimenti nel mondo più altri 4 in ricerca e sviluppo, sottolineando che «due terzi» di questi saranno dirottati in Italia. Nel 2014, infine, indica per Fiat-Chrysler utili per 5miliardi di euro e ricavi per 93 miliardi. Tornando ad obiettivi di vendita più specifici, i dati parlano di 2,2 Fiat, 500.000 Alfa (che tornerà sui mercati americani «entro il 2012») e 300.000 Lancia/Chrysler, dato che vista la debolezza dei due marchi (il primo assente dai confini extraeuropei, il secondo quasi sonosciuto in Europa) le auto coprodotte saranno vendute con il marchio più notomercato per mercato. L’Europa sarà Lancia, Gran Bretagna esclusa, qualche lancista soffrirà ma forse i lancisti non esistono più. Gli alfisti, o alfanatics, dovrebbero trovare invece nuove soddisfazioni nel piano quinquennale. In totale sono stati annunciati 51 modelli, 34 nuovi e 17 restyling. 7 nuovi saranno Alfa più altri 2 restyling. Tra questi ci sarà un crossover sulla base della Giulietta, prodotta in Italia e una ammiraglia con trazione posteriore (comenella migliore tradizione delmarchio) su base Chrysler, prodotta oltreoceano insieme ad altri modelli del Biscione. Ma per un marchio che perde soldi e che Marchionne voleva chiudere (oggi vende quanto vendeva esattamente 40 anni fa, 105.900 unità nel 1970), la decisione di farlo vivere è notizia. Per altro a cent’anni dalla nascita, il 24 giugno 1910. Per raggiungere simili obiettivi, Marchionne punta ovviamente sui mercati meno saturi di macchine. Dunque poco sull’Europa, dove per tornare ai livelli di vendita del 2007 bisognerà aspettare «almeno quattro anni». Volante allora verso l’America latina (con il Brasile già primo mercato Fiat, obiettivo complessivo +6,8% entro il 2014, 1,125 mila auto); la Cina, dove il gruppo ha fatto un accordo con Guangzhou; la Russia. Perfino la piccola Serbia, dopo l’acquisizione della Zastava, diventerà nei piani una base produttiva da cui esportare auto con il marchio italiano.

 
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