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A partire dalla Fiat lo stato deve tornare ad intervenire nell'economia reale PDF Stampa E-mail
venerdì 26 marzo 2010

 Fiat: siamo alle solite, dopo aver incamerato su enormi utili nel periodo in cui il mercato tirava, oggi il “Divo Marchionne” scarica i costi sui lavoratori e sullo Stato.

Tra indiscrezioni e smentite l'unica certezza è che il piano di riorganizzazione della Fiat Auto in Italia sarà pagato pesantemente dai lavoratori e dallo Stato. Agli annunciati 5000 licenziamenti diretti se ne aggiungeranno molti di più nelle aziende dell'indotto. Interi territori vedranno distrutta la propria economia per la chiusura di fabbriche o per il loro ridimensionamento.

La Fiat, risanata grazie a pesanti sostegni economici da parte dello stato (per innovazione tecnologica, rottamazione, ammortizzatori sociali), ai soldi avuti dalla General Motor per non aver onorato il PUT (l'opzione di acquisto dell'intero settore Fiat Auto), oggi tenta di ristrutturarsi sia dal punto di vista produttivo/organizzativo che da quello dell'assetto finanziario e proprietario. E' una nuova versione, per alcuni aspetti, di quella filosofiat che ha dominato gli assetti socio economici del nostro paese. Il tentativo evidente è quello di svincolare le sorti del gruppo Fiat Auto da qualsivoglia condizionamento di ordine sociale che i territori o lo stato italiano avrebbero potuto porre al management ed alla famiglia Agnelli ( od alle banche che detengono buona parte delle azioni Fiat o che hanno forti esposizioni economiche verso il maggior gruppo industriale italiano). L'ulteriore passo verso l'internazionalizzazione del gruppo con l'acquisizione della Chrysler, gli stabilimenti già esistenti in Polonia, Brasile ecc., ripropongono in forma diversa ( dal punto di vista degli assetti proprietari) la realizzazione del piano di riorganizzazione sulla falsa riga di quanto sarebbe accaduto in Italia se Fiat Auto fosse stata ceduta alla General Motor. All'epoca si parlava di economie di scala, di piattaforme comuni con altri produttori del gruppo G.M., di chiusura di stabilimenti in Italia e di ristrutturazione pesante di altri. Quanto oggi emerso a seguito di indiscrezioni giornalistiche, ma che in buona parte era già noto, ci sembra realmente la riproposizione, aggiornata e corretta di quanto prospettato negli anni passati. E' la dimostrazione, se venissero confermati i 5000 licenziamenti, la chiusura di Termini Imerese, la ristrutturazione pesante di altri stabilimenti di quanto siano state errate le politiche di complicità messe in atto dai sindacati confaziendali che hanno soltanto rafforzato il management e la proprietà a discapito dei salari e dei diritti dei lavoratori. Avviare un percorso di mobilitazione è assolutamente necessario, riproponendo la necessità di processi di riappropriazione del gruppo da parte dello stato italiano. L'A.D. Della Fiat continua ad affermare che l'azienda non ha ricevuto aiuti dallo stato ed allora vorremmo chiedergli con quali soldi sono stati aperti gli stabilimenti Fiat in Italia. Come sanno i lavoratori ed i cittadini italiani la Fiat da quando esiste, ha ricevuto montagne di soldi, facilitazioni, sovvenzioni ecc. L'auto ed il settore metalmeccanico sono uno degli asset fondamentali del nostro comparto industriale e non è possibile che si continui con la filosofiat che consiste nella privatizzazione dei guadagni e nella socializzazione delle perdite. Negli anni '60 venne avviata una politica di nazionalizzazione che ha contribuito alla crescita economica del paese. Oggi l'Italia non ha più asset economici strategici, subisce l'imperversare delle multinazionali, delle delocalizzazioni, dell'abbandono e chiusura di aziende, con costi sociali devastanti e, soprattutto, con enormi esborsi da parte dello stato: forse è il caso che, ad iniziare dalla Fiat, lo stato ritorni ad intervenire direttamente nell'economia reale, finalizzando investimenti e finanziamenti all'ingresso ed acquisizione delle aziende su cui interviene, riprogrammando una vera politica industriale di cui il paese sente il bisogno da vari decenni.

 Roma, 26 marzo 2010

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