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ART. 18/CONTRORIFORMA Giuristi democratici e sindacati di base: «Č incostituzionale» PDF Stampa E-mail
mercoledě 24 marzo 2010

Da Il Manifesto del 23 marzo 2010

Francesco Piccioni

Giuristi democratici in assemblea, in nove città italiane. Presidi di lavoratori, contemporaneamente, in molte altre città ancora. Tardiva ma serissima, è la risposta al «collegato lavoro» con cui il governo ha stravolto il diritto del lavoro in questo paese. Tardiva perché l’opposizione parlamentare, in quasi due anni di lavori nelle commissioni, non si è praticamente accorta di quanto stava maturando. Qualche dichiarazione allarmata era arrivata dalla Cgil, ma nessuno si era davvero mobilitato per contrastare un disegno dai contorni minacciosi ma vaghi. Ora il testo c’è e gli addetti ai lavori l’analizzano scoprendo voragini che nessuno aveva osato neppure immaginare. L’aggiramento dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori tramite «l’arbitrato» è infatti soltanto uno degli anelli della catena schiavistica che viene messa di nuovo al collo del lavoro dipendente. Nella relazione introduttiva letta ieri a Roma dall’avvocato Carlo Guglielmi, quattro articoli – tra i tanti del «collegato» – evidenziano «l’intenzione » crudele del «legislatore». L’art. 30 riduce il controllo del giudice al solo «presupposto di legittimità» di un contratto, escludendo esplicitamente qualsiasi controllo di «merito», anche se quel contratto dovesse essere individuale e in deroga a quelli nazionali. Quasi comico l’obbligo fatto al giudice, nella valutazione, di «tener conto dell’oggettivo interesse dell’azienda », come se non fosse anche quello, per definizione, un interesse «di parte». L’art. 31 concede solo 60 giorni, a partire «dal rifiuto o dal mancato accordo» tra le parti, per esaurire il tentativo di «conciliazione»; ma rende vaghissimi i passi necessari. Il 34 ammazza invece il diritto dei lavoratori a termine di far valere la reiterazione di più contratti a termine (annuali, in genere) come prova di un rapporto subordinato duraturo, quindi trasformabile in contratto «a tempo indeterminato ». Se il dipendente fa causa, verrà preso in considerazione solo l’ultimo contratto; e solo se farà ricorso entro 60 giorni dalla firma. In pratica, farai causa solo se hai già un lavoro migliore. Il 60, infine, chiude il cappio sui precari, «condannando» l’impresa a un indennizzo limitato tra i 2,5 e i sei mesi di stipendio. Giustamente viene fatto notare come, in tutto il diritto civile, solo nel rapporto di lavoro sia escluso il diritto universale al risarcimento completo, in favore di un indennizzo solo parziale.Ma – ancora di più – solo il lavoratore si può veder negare «il diritto ad avere un giudice indipendente e imparziale precostituito per legge» (come previsto dalla Carta di Nizza, nonché dalla Costituzione italiana). In Guatemala, quando i futuri golpisti cominciarono a passare all’azione, vennero eliminati per primi i giuslavoristi, gli avvocati del lavoro e i sindacalisti onesti. Qui si preferisce intanto svuotare il diritto del lavoro, «il cui intero impianto poggia sul riconoscimento dello squilibrio contrattuale tra l’impresa e il singolo lavoratore». Il governo – come contributo all’aumento della «competitività» delle imprese italiane – «regala» dunque un azzeramento dei diritti dei lavoratori. Che si traduce, già da venti anni, in compressione del salario e del welfare; quindi in caduta della domanda di beni e servizi e, dunque, in minore fatturato per le imprese non export oriented. Geniale! I sindacalisti presenti – quasi tutti del sindacalismo di base (RdB, Sdl, Snater) ormai vicino all’unificazione – condividono naturalmente l’analisi e denunciano la sordità e «l’inutilità dell’opposizione parlamentare, che solo oggi si è accorta di quel che si stava discutendo sotto i loro occhi»; maanche la disonestà di chi va «chiedendo voti su parole d’ordine "contro la precarietà", che non hanno mai contrastato». Per loro parlano, intanto i presìdi che anche oggi e nei prossimi giorni si svolgeranno un po’ in tutta Italia. Poi la parola passerà al presidente Giorgio Napolitano. Se non dovesse promulgare questa infamia, i giochi potrebbero riaprirsi.

 
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