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I banchieri vedono nero PDF Stampa E-mail
giovedì 18 marzo 2010

Image Rassegna Stampa (Da Il Manifesto del 18 marzo 2010) : .... Il re è ancora una volta nudo. La globalizzazione economica è avanzata più rapidamente togliendo spazio e funzione alla politica, impedendo qualsiasi reale «governo globale». Ora che la crisi lo richiede, quel governo non c’è.

I politici attualmente al comando sono stati selezionati nella gara a chi faceva meglio gli interessi del capitale «senza nazione». E ora non sono in grado nemmeno di immaginare un ruolo che vada oltre confini che fanno ormai sorridere chiunque.....

 

Francesco Piccioni (Da Il Manifesto)

 Non avviene spesso che un direttore generale del Fondo monetario internazionale (Dominique Strauss-Kahn) evochi la possibilità concreta di «rivolte sociali». Né che un presidente del Financial stability forum (Mario Draghi), incaricato di delineare le nuove regole per i mercati finanziari globali, denunci «i forti interessi contro la centralizzazione del trading sui derivati» (titoli di incerta valutazione, scambiati al di fuori dei mercati ufficiali).

I due temi sono facce opposte dello stesso problema: chi è che ha «scatenato » la crisi, chi è che deve pagarne il conto. Sul punto, Strauss-Kahn è stato a suo modo chiarissimo: «non bisogna tardare a fare le riforme del sistema finanziario », perché «il pubblico attende con impazienza,manon è assolutamente d’accordo». Il Fmi, infatti, non è un benefattore e chiede di fare presto, finché la crisi resta sotto traccia, perché se tornerà la «turbolenza, sarà molto difficile chiedere ancora denaro ai contribuenti per salvare le banche». Ha parlato nella sede del parlamento europeo, davanti a politici che guardano con terrore alla possibilità di dover di nuovo mettere mano al salvadanaio pubblicomentre tutte le istituzioni internazionali li invitano a «stringere la cinghia», «risanare i conti tagliando la spesa sociale».

I greci, del resto, sanno già cosa accade in questi casi. MarioDraghi, invece, quando è salito sulla stessa tribuna, ha puntato il dito sulla necessità di «rendere più trasparente una parte sostanziale delmercato dei derivati». Proponendo, come misura in tempi brevi, la «centralizzazione degli scambi dei cosiddetti credit default swap ’nudi’ (non supportati dal possesso del titolo cui si riferiscono) e sapremo come vengono gestiti e dove sono». Perché questa è la realtà: girano per il mondo titoli «di assicurazione » che sono a tutti gli effetti «denaro contante», ma nemmeno un Draghi o Bernanke o un Trichet è in grado di dire dove siano.

Più preciso ancora è statoMichel Barnier, commissario Ue: i cds sono solo una delle tante forme di «derivato» e fanno parte di «unmercato di oltre 600.000 miliardi di dollari, l’80% dei quali sfugge a qualsiasi forma di controllo, trasparenza, registrazione, standardizzazione». La cifra – bisogna rendersene conto – è pari a 12 volte il Pilmondiale. E’ come se ci fossero flotte di sommergibili con missili a testata nucleare che nessuno sa localizzare; figuriamoci «neutralizzare». Qui l’alta finanza si scontra però con gli interessi geopolitici. Il parlamentoUe preme per qualche forma di regolazione;Gran Bretagna e StatiUniti – le principali basi operative di corsari finanziari come gli hedge fund e altri ancora – si oppongono decisamente.

Ma non è l’unico terreno di scontro tra paesi o aree-continente. Un secondo fronte oppone i paesi in surplus, con forti avanzi di bilancia commerciale grazie alle esportazioni, e i paesi in deficit. In Europa questo conflitto è evidente nella posizione presa dalla Germania (187 miliardi di dollari di avanzo, quest’anno) rispetto ai paesi che «non rigano dritto».

 La cancelliera AngelaMerkel, ieri, è arrivata a dire chiaramente di essere favorevole all’esclusione di un paese dalla «zona euro» «quando non rispetta le condizioni, più e più volte». A cominciare chiaramente dalla Grecia, per i cui problemi «la solidarietà non è una buona risposta ». Una posizione rigorista che non convice per niente gli osservatori più accorti.

 La Germania, infatti, esporta principalmente verso i partner della Ue che soffrono di deficit pesanti. Una eventuale e brutale contrazione dei consumi di questi paesi, costretti nella tagliola del «risanamento», si tradurrebbe in un attimo in una contrazione della produzione e dell’export tedeschi.

Identica situazione per la Cina nei confronti degliUsa. Qui però le parti sono rovesciate: i debitori (l’America) pretendono che il creditore rivaluti la suamoneta e incrementi la domanda interna, in modo da avere più spazio per le proprie esposrtazioni. Ma la risposta cinese ha toni molto «tedeschi »: sono gliUsa a dover mettere «ordine in casa propria». Il risultato di questi talli in serie non rassicura nessuno.

Strauss-Kahn ancora una volta è stato il più esplicito. «La crisi è stata un’occasione unica per far lavorare insieme tutti i paesi alla riforma delle istituzioni finanziarie»; ma «mentre la crescita riprende» la disponibilità dei governi a collaborare «sta diminuendo, ogni governo torna a casa e segue i suoi obiettivi politici». Ovvero «soluzioni nazionali per problemi globali». Invece, sospira, bisognerebbe «agire a livello globale per evitare politiche economiche non coordinate e regolamentazioni arbitrarie».

Draghi ha insistito su toni simili, chiedendo «riforme coordinate a livello internazionale», che «non possono essere coordinate né attuate senza il sostegno di tutti i leader politici nazionali ».

 Il re è ancora una volta nudo. La globalizzazione economica è avanzata più rapidamente togliendo spazio e funzione alla politica, impedendo qualsiasi reale «governo globale». Ora che la crisi lo richiede, quel governo non c’è. I politici attualmente al comando sono stati selezionati nella gara a chi faceva meglio gli interessi del capitale «senza nazione». E ora non sono in grado nemmeno di immaginare un ruolo che vada oltre confini che fanno ormai sorridere chiunque.

 Il saggio Martin Wolf, dalle colonne del Financial Times, confessa: «comincio a chiedermi se l’economia globale e aperta riuscirà a sopravvivere alla crisi». Ecco perché Marx ritorna sulle copertine dei «pensatoi » economici.

 
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