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Il disastro del Lambro: "protezione civile sparita" PDF Stampa E-mail
venerdì 26 febbraio 2010

Image Un enorme disastro ecologico: questa volta non è stata una frana o un terremoto, ma la mano colpevole di qualcuno. Ma le polemiche entrano anche nella mancanza di rapidità dell'intervento della protezione civile. ...."L'hanno fatto apposta a perder tempo, così c'è da spendere un bel pacco di milioni. Bastava bloccare le fogne col cemento, lassù a Villasanta, bastava. Cemento rapido, ostia. Adesso, ciao". Il padrone della trattoria Po ("gnocco fritto e culatello lunedì mercoledì e sabato") è un omino magro, che saltella per l'incazzatura come il cabarettista Cevoli.....(da Repubblica.it)

 

Protezione civile sparita - Lambro, giallo e accuse

Da Il Manifesto del 26 febbraio 2010

Alessandro Braga

MILANO - Avanza, inesorabile. Minacciosa. Nella serata di ieri era già arrivata nel parmense. Nei prossimi giorni, se non si riuscirà a fare qualcosa, potrebbe arrivare a Ferrara. Da lì al delta del Po, e poi all’Adriatico, è un attimo. L’onda nera del Lambro sembra non avere trovare argini in grado di fermarla. Da martedì mattina, quando è partita da Monza, ha percorso chilometri, lasciando dietro di sé una scia di desolazione: animali morti, campi invasi da liquidi puzzolenti, macchie nere sulle sponde. Ormai sono tutti concordi nel dire che è un disastro di proporzioni colossali. Qualcuno azzarda secondo solo a Seveso. Ieri il ministro dell’ambiente Stefania Prestigiacomo ha sorvolato la zona. Tornata a Roma, ha detto che lunedì in consiglio dei ministri, «forse», si discuterà dell’emergenza. E, sempre «forse», verranno immediatamente stanziate «ingenti somme» per far fronte alla situazione. Intanto Lombardia, Emilia Romagna e Veneto hanno chiesto lo stato di calamità. I sindaci dei vari paesi che si affacciano lungo il fiume stanno emettendo un’ordinanza dietro l’altra per impedire la pesca, la balneazione e altre attività nel fiume. E, visto che dove c’è un’emergenza non può mancare, ieri si è fatto vedere anche il sottosegretario Guido Bertolaso. Nel pomeriggio ha partecipato a un vertice in prefettura a Piacenza. Alla fine la decisione: la creazione di una cabina di regia per organizzare i lavori. L’obiettivo, fermare la marea nera prima che arrivi all'Adriatico. L’idea è di fermarla presso la centrale Enel di Isola Serafini, in provincia di Piacenza. Peccato che a questa situazione, emergenziale, si sia arrivati a oltre settantadue ore dal disastro. Con una celerità tutta italica. Che ha già fatto storcere il naso a più di uno. Tra i presenti al vertice si è iniziato a parlare apertamente di sottovalutazione iniziale del problema. Addirittura il presidente della Provincia di Lodi, il leghista Pietro Foroni, attacca i suoi colleghi: «Ci hanno avvisato, e solo nel pomeriggio, di uno sversamento di petrolio nel Lambro, non di un disastro», accusa. Le prefetture, lasciate colpevolmente senza nessun tipo di coordinamento, hanno fatto ognuna per conto proprio. Le conseguenze, purtroppo, si sono viste tutte: chi lavorava in un punto del fiume non sapeva quello che si stava facendo a pochi chilometri di distanza, con conseguenti incapacità di agire per il meglio. Intanto la procura di Monza, che ha aperto un fascicolo sulla vicenda, continua le indagini. L’accusa, nei confronti degli ignoti che nella notte si sono infiltrati nella ex raffineria di Villasanta, vicino a Monza, e hanno rovesciato i 2.500 metri cubi di gasolio nel fiume, è di disastro ambientale e avvelenamento delle acque.Ma l’attenzione degli inquirenti è tutta incentrata sul perché del gesto. Sull’area della ex raffineria grava un progetto di maxi speculazione edilizia.Un progetto faraonico, damezzo miliardo di euro, per la realizzazione di una cittadella ecosostenibile. Ecocity si chiamerà. La prima area, industriale è già stata realizzata. A breve dovrebbe partire la seconda tranche dei lavori, che interesserà un’area di circa 36mila metri quadrati. Entro due anni, le ultime opere: appartamenti, negozi, capannoni industriali, un’area direzionale. Tutto realizzato da un’unica ditta, la holding Addamiano Engineering di Nova Milanese, vicino al capoluogo lombardo, di proprietà della famiglia Addamiano. I tre fratelli alla guida della holding saranno sentiti nei prossimi giorni dagli investigatori. La loro è una famiglia abituata a accaparrarsi appalti per grandi opere. Da nord a sud, negli ultimi anni hanno disseminato l’Italia con interi quartieri ecosostenibili. L’ultimo dovrebbe sorgere proprio lì, a pochi metri da dove il sottosuolo, ormai da tre giorni, è saturo di petrolio. La domanda che si pongono gli inquirenti è questa: a chi giova tutto quanto è accaduto? Il progetto, negli ultimi tempi, aveva segnato il passo, anche a causa della scarsa liquidità degli Addamiano. Qualcuno ipotizza che si tratti di un avvertimento mafioso. Altri accusano, tra le righe, i dipendenti della vecchia azienda, lasciati a casa senza lavoro. La pista più probabile, su cui si indaga, tocca il sottobosco dei subappalti, per capire chi ci poteva guadagnare da un disastro simile.

 

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EMERGENZA Corsa contro il tempo sul Po Il fiume ferito dall'onda nera "Dal Lambro continua a scendere schifezza: da 400 a 600mila litri di chiazza oleosa". "Le barriere non bastano". Ed è polemica sui ritardi e sugli appalti. Bertolaso: "Ce la faremo"

da Repubblica.it

FABRIZIO RAVELLI

SAN NAZZARO D'ONGINA - "L'hanno fatto apposta a perder tempo, così c'è da spendere un bel pacco di milioni. Bastava bloccare le fogne col cemento, lassù a Villasanta, bastava. Cemento rapido, ostia. Adesso, ciao". Il padrone della trattoria Po ("gnocco fritto e culatello lunedì mercoledì e sabato") è un omino magro, che saltella per l'incazzatura come il cabarettista Cevoli. Pattuglie di pensionati armati di bicicletta sorvegliano dal piazzale. Il fiume puzza e luccica di olio. I vecchi hanno sempre da ridire, si sa. Ma stavolta hanno ragione: s'è perso troppo tempo. Ora si corre dietro la chiazza oleosa, lunga forse 40 chilometri, cercando di fermarla. Spugnandola coi salsicciotti galleggianti. Deviandola con le paratie di plastica. Eppure Guido Bertolaso, dopo aver sorvolato il fiume, quando arriva in prefettura a Piacenza si mostra ottimista: "Ce la faremo, state tranquilli. Credo che non sia una situazione irreparabile. Credo che nelle prossime 24 ore la gran parte di questa massa oleosa sarà recuperata. Poi, seguendo il corso del fiume, prima che arrivi a Ferrara e prima che arrivi al Delta, saremo in grado di recuperare tutto il resto". Tranquilli: è una parola. Bertolaso accenna vagamente al fatto che, nelle prime ore, la situazione è stata in mano agli enti locali. Tradotto in italiano, è quel che dicono i vecchi col berretto a visiera davanti alla trattoria: s'è perso un sacco di tempo. Più su, al ponte provvisorio di Piacenza, accanto a quello tirato giù dalla piena un anno fa, c'è un livornese indaffaratissimo: "Noo, me lo devi portà, amore. Non lo devi lascià lì, ciccio". Riccardo Figaro, si chiama, della ditta Labromare specializzata in bonifiche ambientali: "Cerchiamo di mettere degli sbarramenti. A monte c'è un continuo rilascio di materiale inquinante". Vuol dire che dal Lambro continua a scendere schifezza in Po, che lo sbarramento della centrale di San Zenone non ce l'ha fatta, e anche che gli stessi tentativi di fermare la massa oleosa non fermano granché. Qui lavorano militari del genio di Piacenza, funzionari della Protezione civile emiliana, ditte di spurghi, vigili urbani. Un grande andirivieni, guardando la corrente che fila via veloce. Per ora (sono le tre del pomeriggio) hanno solo tirato un cordone di "panne" galleggianti a proteggere la riva. Sono salsicciotti di plastica spugnosa, che assorbono l'olio. Per piazzare le "panne" rigide, invece, sono guai. La corrente è forte, un primo tentativo è fallito. Ora ci riprovano, studiando dove ancorare i cavi d'acciaio. "Fare una barriera da sponda a sponda è impossibile, il fiume se la porterebbe via". I pannelli rossi e neri sono pronti. "Si mettono in fila - spiega Figaro - E poi si adagiano sull'acqua degli skimmer, che sono dei separatori di olio, e si aspira". Passa il tempo, il fiume corre, la chiazza scende a valle. Ancora ci si deve mettere d'accordo su quanto gasolio (o nafta, oppure olio combustibile, oppure residui di scarto) sia finito nel Lambro. C'è chi dice 8 mila metri cubi. Chi 3.500. Antonio Monni, della Protezione civile emiliana, dice: "Dei circa 5 mila metri cubi di materiale ne abbiamo già recuperati mille". E si dovrà anche trovare un posto dove stoccarli, fra l'altro, sono sostanze a smaltimento controllatissimo. Anche se, pure stavolta, Bertolaso comunica che si dovrà fare "in deroga". E da Roma il ministro Prestigiacomo parla di "attentato alla salute dei cittadini e all'ambiente". Un "atto doloso" per il quale già lunedì il Consiglio dei Ministri potrebbe decidere lo stato di emergenza "stanziando somme ingenti". Da parte sua la procura indaga sul sottobosco degli appalti. Nella zona dalla quale qualcuno ha fatto fuoriuscire il petrolio dovrebbero infatti essere realizzati quasi 200mila metri quadri di superfici, piste ciclabili ed edifici eco-sostenibili. Per il momento si lotta contro l'onda nera. Lo sbarramento più serio è poco più giù di San Nazzaro, a Isola Serafini dove c'è la grande centrale idroelettrica. La gran parte della portata del Po finisce alla diga, e un braccio minore sul lato destro finisce in una conca. Nella notte i militari del 2° Genio pontieri di Piacenza hanno fatto quel che potevano: "Lavoriamo da ieri pomeriggio - dice il tenente Pace - E dopo qualche tentativo siamo riusciti a tirare una barriera di panne da una riva all'altra". La barriera di spugne, ormai nere per l'olio che hanno assorbito, è all'altezza del ponte di San Nazzaro. I genieri sono una quarantina, hanno lavorato fino a mezzanotte alla luce delle fotoelettriche. Ma quando la prima barriera di spugne è stata posata, l'onda grossa dell'olio era arrivata da tempo. Spessa anche 15 centimetri, una massa enorme. E qui sulle rive c'è chi bestemmia contro l'Enel, accusata di aver chiuso solo con grande ritardo le condotte superficiali della diga. Ora l'Enel diffonde comunicati sulla task force di tecnici che ha impegnato nei soccorsi. Di sicuro c'è che, dal ponte fino alla diga di Isola Serafini, il fiume fa veramente pena. C'è una puzza tremenda, contro la riva ondeggia una poltiglia nera unta. C'è una fila di casotti e di barche da pesca, quelle col fondo piatto. Una delle barche si chiama Va Gina, ma il senso dell'umorismo dei fiumaroli oggi è spento: "Ce l'hanno assassinato, il fiume - dice un vecchio col berrettino Grana Padano, che è venuto a controllare la sua rete a bilancia - E chissà quanto tempo ci metteremo per tornare a pescare. E me, poi, di tempo non ne avanza tanto". I genieri con le loro motobarche stanno trainando in mezzo al fiume una paratia rigida gialla: "Abbiamo visto che la porcheria è tutta verso questa riva - spiega Morandi della Protezione civile di Ferrara - Così proviamo a deviarla verso il braccio morto, quello a destra che porta alla conca". Ormai sta venendo buio, la corsa della porcheria continua, e l'inseguimento tardivo pure. "Domani vedremo dove è arrivata".

 

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Disastro Lambro: è sabotaggio

Da L'Unità on line

di Giuseppe Vespo

Sette serbatoi che non è facile azionare né aprire. Il disastro del Lambro è stato sicuramente un sabotaggio ed ora è corsa contro il tempo perché l’onda nera sta dirigendosi verso il mare. Sono seicentomila litri di sostanze inquinanti. «Un gesto criminale - dice il sottosegretario all’Ambiente Menia - il ministero dell'ambiente si costituirà parte civile». Dietro il sabotaggio appalti per un progetto milionario. Quasi 200mila metri quadri di superfici, piste ciclabili ed edifici ecosostenibili sui terreni della Lombarda Petroli, l´ex raffineria di Villasanta a Monza da cui qualcuno, nella notte tra lunedì e martedì, ha fatto uscire gli ottomila metri cubi di petrolio che hanno avvelenato il Lambro per poi riversarsi nel Po. Su quell´impianto, e sui terreni che lo circondano, dovrebbero sorgere appartamenti, negozi, capannoni industriali, un grande centro direzionale. Adesso il Pd accusa: il governo deve spiegare alla Camera il motivo del grave ritardo nel lanciare l'allarme. La Procura di Monza ha aperto un fascicolo per disastro ambientale e avvelenamento delle acque a carico di ignoti. La scia nera arriverà sull’Adriatico domenica. Questa è la previsione della protezione civile e del ministero dell’Ambiente. Il rischio è reale ma si cerca di evitare la catastrofe nella catastrofe. La parte superficiale della marea oleosa si sta parzialmente accumulando contro le paratie dell’ultimo presidio strutturale, la Centrale idroelettrica dell’Enel di Isola Serafini, Piacenza. emergenza Il ministro Prestigiacomo dovrebbe presentare la dichiarazione di stato d’emergenza per l’inquinamento del Lambro lunedì al consiglio dei ministri. Mentre ieri da Piacenza il sottosegretario Guido Bertolaso ha assicurato che la Protezione civile ha adeguate strumentazioni a disposizione per combattere l’«onda nera». Adeguate «sia per quanto riguarda il monitoraggio di questa massa oleosa, sia per il rilevamento del possibile livello di inquinamento, sia per il recupero della sostanza inquinante. Capite bene, però - ha aggiunto - che non è facilissimo». Per quanto riguarda il danno ambientale, «lo valuteremo in corso d’opera», ha detto il capo della Protezione civile. Mentre sui rischi di inquinamento della falda acquifera, Bertolaso ha risposto che «al momento non abbiamo indicazioni». Intanto però è il Wwf ad avvertire che «tutto l’ecosistema è in pericolo»: i dieci milioni di litri di olio combustibile e petrolio riversati sul Lambro faranno danni ai fiume, agli animali, all’agricoltura. E se dovesse raggiungere il delta del Po sarebbe a rischio anche la migrazione e lo svernamento degli uccelli acquatici. Un disastro i cui danni restano ancora incalcolabili, insomma. Ma che ha dei colpevoli, «ecoterroristi», secondo la Procura di Monza che sta indagando per disastro ambientale e inquinamento delle acque. L’ex raffineria Lombarda Petroli di Villasanta, da cui è partita la marea nera, è sotto sequestro. Ora si lavora per bonificare le fognature e capire se ci sono state delle violazioni da parte della proprietà. L’anno scorso la proprietà aveva fatto domanda per uscire dalla lista delle aziende pericolose e per questo pare che avesse autocertificato di conservare nelle cisterne meno olio combustibile di quanto ce ne fosse davvero. 25 febbraio 2010

 
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