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Fastweb, Telecom e 'ndrangheta: «Una truffa colossale allo Stato» PDF Stampa E-mail
mercoled́ 24 febbraio 2010

di Angela Camuso

Da L'Unità on line

 I voti della ’ndrangheta – e i soldi sporchi delle cosche - per l'elezione del senatore Pdl, nonché avvocato e imprenditore, Nicola Di Girolamo, 49 anni, eletto nella circoscrizione estera Europa, per il quale la procura di Roma ha chiesto l'arresto. E poi una mega truffa ai danni dello Stato - si parla di circa 400 milioni di euro - attraverso sofisticate operazioni di riciclaggio e truffaldini rimborsi dell'Iva con società off-shore che vede coinvolti i vertici della società Fastweb (è ricercato l'ex Ad Silvio Scaglia, mentre è indagato, insieme a due dirigenti l'attuale amministratore delegato Stefano Parisi) e quelli di Telecom Sparkle, una partecipata al 100% di Telecom che si occupa del traffico telefonico internazionale. Non solo: dentro il vaso di pandora scoperto in sei anni di lunghe e difficili indagini dagli investigatori dei Ros e da quelli del nucleo di polizia valutaria della Guardia di Finanza, ci sono personaggi in contatti con la banda della Magliana, come tale Gennaro Mokbel, romano, vicino a Di Girolamo e pure ad Antonio D'Inzillo, colui che uccise Enrico De Pedis, il famoso bandito seppellito nella basilica di Sant'Apollinare. Tra le 56 persone per le quali la Dda di Roma ha chiesto l’arresto anche l'ex avvocato dell'immobiliarista Danilo Coppola, anch'egli in rapporti finanziari con quelli della Magliana, come documentato dalle ultime indagini che portarono già a un arresto dello stesso Colosimo e a finire in manette ieri anche un investigatore della Dia, il sottoufficiale dei carabinieri Fabrizio Magi, ritenuto uno dei promotori dell'associazione per delinquere e l'ufficiale della Finanza Luca Berriola, in servizio presso lo stesso nucleo speciale di polizia valutaria che ha condotto le indagini. È un quadro sconcertante quello svelato dalle indagini condotti dal procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, il quale ha parlato di «un concreto tentativo del del sodalizio di inserirsi nella vita politica del Paese». Mokbel, faccia pulita della malavita romana nonché già in contatti con la destra eversiva, aveva anche assunto l'incarico di segretario regionale del Lazio del movimento “Alleanza Federalista” e si faceva promotore di una nuova piattaforma politica denominata “Partito federalista”, con sedi in diversi municipi del Comune di Roma. Non solo: in occasione delle elezioni politiche dell'aprile 2008, le indagini hanno documentato alcune riunioni tenutesi a Isola di Capo Rizzuto tra alcuni degli indagati ed esponenti della 'ndrangheta legati alla famiglia Arena, appunto per la raccolta di voti tra gli emigrati calabresi in Germania a supporto del politico Nicola Di Girolamo. In particolare, i reggenti della cosca Fabrizio Arena e Franco Pugliese, avrebbero incaricato un emissario di mettersi a disposizione dell'imprenditore romano Gennaro Mokbel per sovrintendere, nel distretto di Stoccarda, alle fasi finali della propaganda ed alla materiale compilazione delle schede elettorali - con il nome di Di Girolamo - recuperate dagli emigranti italiani. Sarebbe cospicuo, secondo l'accusa, il numero delle schede sulle quali sarebbe stata fraudolentemente espressa la preferenza per Di Girolamo. Ieri, quando già a palazzo Madama era arrivata la sua richiesta di arresto, Di Girolamo si è pubblicamente dichiarato innocente e ha annunciato per oggi una conferenza stampa. Tra gli indagati dell'inchiesta vi sono anche Riccardo Ruggiero, ex Presidente del Consiglio di amministrazione di Telecom Italia Sparkle, e Stefano Mazzitelli, ex amministratore delegato della stessa società. Il primo è libero, il secondo agli arresti. Nei loro riguardi è stato ipotizzato il reato di dichiarazione infedele mediante l'uso di fatture per operazioni inesistenti, una sorta di mega-truffa carosello che avrebbe fatto da lavatrice ai soldi della 'ndragheta oltre che a produrre enorme ricchezza. Nove arresti sono stati eseguiti all'estero: 5 nel Regno Unito, 3 in Svizzera e uno negli Usa. Sempre all'estero sono stato sequestrati conti correnti bancari e cassette di sicurezza. Tra i beni sequestrati 247 immobili per un valore dichiarato di 48 milioni di euro.

24 febbraio 2010

 

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Un’altra cricca nella rete

Da Il Manifesto del 24 febbraio 2010

Andrea Palladino

ROMA «Una delle più colossali frodi poste in essere nella storia nazionale». Sembra quasi di sentire lo sconcerto del Gip del Tribunale di Roma, che ieri ha aperto il vaso di Pandora della finanza sporca italiana. ’Ndrangheta, un senatore del Pdl, aziende del calibro di Fastweb e di Telecom Italia, pezzi della destra eversiva, aziende piccole emedie, spalloni pronti a portare centinaia di milioni di euro attraverso le fragili frontiere della finanza internazionale. E conti correnti, tanti, ricchissimi, in costante fibrillazione. L’operazione ha un nome in codice che da solo racconta un’inchiesta che è una vera bomba atomica, “Broker”. Ovvero intermediario. Perché i soldi, si sa, spesso puzzano, ed hanno bisogno di lavanderie sofisticate, piste immateriali dove perdere il colore, il sapore di origini che è meglio non raccontare. «Il riciclaggio veniva realizzato attraverso la falsa fatturazione di servizi telefonici e telematici inesistenti – hanno spiegato gli investigatori del Ros e della Guardia di finanza – venduti nell’ambito di due successive operazioni commerciali a Fastweb e Telecom Italia Sparkle». Le società italiane di partenza erano la Cmc, la Web Wizzard, la I-globe e la Planetarium «che evadevano l’Iva per un ammontare complessivo di 400 milioni di euro». Tutti soldi poi portati all’estero, per la felicità dei sostenitori dello scudo fiscale. Ai vertici dell’organizzazione diversi nomi di peso, ad iniziare dal senatore Nicola Di Girolamo e dal fondatore di Fastweb Silvio Scaglia.Ma anche un ufficiale della Guardia di finanza, il maggiore Luca Berriola, un sottufficiale della Dia, F.M., l’avvocato romano Paolo Colosimo, già indagato nel caso Coppola e assolto dalla vicenda legata al fallimento della società Micop. Indagato poi il management di Telecom Italia Sparkle, con Riccardo Ruggiero, presidente del consiglio di amministrazione) Stefano Mazzitelli, amministratore delegato, Carlo Baldizzone, responsabile dell’area Amministrazione e controllo e Massimo Comito, responsabile dell’area “Europe”. E l’inchiesta, secondo quanto ha scritto il Gip di Roma, sta sfiorando anche la stessa Telecom Italia: c’è «il problema delle responsabilità degli amministratori e dirigenti della società capogruppo alla quale appartiene Tis, ossia Telecom Italia Spa», scrive il magistrato del Tribunale di Roma. Nell’ordinanza di custodia cautelare il giudizio sulla società è duro e senza equivoci: «È evidente – prosegue il Gip - che o si è in presenza di una totale omissione di controlli all’ interno del gruppo Telecom Italia Spa sulle gigantesche attività di frode e riciclaggio o vi è stata una piena consapevolezza delle stesse». Il vero mago del riciclaggio era – secondo i magistrati della Dda romana – GennaroMokbel, arrestato ieri, accusato di essere uno dei tramiti con la cosca di ’ndrangheta degli Arena, di Isola di capo Rizzuto. Lui sarebbe il promotore dell’elezione del senatore del Pdl Nicola Di Girolamo, la cui richiesta di misura cautelare è stata inviata – per la seconda volta – al Senato. Secondo la Procura di Roma è grazie all’elezione del senatore Di Girolamo che l’organizzazione riesce a fare un vero «salto di qualità». E per eleggerlo la famiglia Arena avrebbe garantito i voti esteri controllati dal gruppo legato agli Arena. Una elezione pilotata – secondo imagistrati – e pianificata con alcune riunioni a Isola Capo Rizzuto traDi Girolamo, Mokbel e gli esponenti della famiglia calabrese Fabrizio Arena e Franco Pugliese. GennaroMokbel – che ha un passato neofascista – era il veromotore delle azioni di brokeraggio del gruppo, di intermediazione e di sviluppo dei contatti giusti. «Io ieri sera sono stato a cena con uno dei capoccioni di Finmeccanica », raccontava al telefono ad un amico, mentre era intercettato dai Ros. Un contatto di peso, con «uno dei tre che comandano Finmeccanica – spiegava al telefono Mokbel - Lui però vive negli Usa, a Washington, è quello che ha firmato l’accordo da seimiliardi... sugli aerei...». Per ora la posizione di Finmeccanica nell’inchiesta non è ancora nota, ma certo è che Mokbel e il suo esteso gruppo riuscivano a muovere pezzi importanti nei loro affari. Almeno due miliardi di euro, spostati tra Singapore, Hong Kong, Lugano, Dubai, Vienna, Cipro, Panama, Milano, Roma e Treviso.Movimenti che richiedevanomani esperte di finanza, come quelle del broker Marco Toseroni, arrestato ed accusato di associazione a delinquere finalizzata a dichiarazioni infedeli, fatturazione falsa, riciclaggio, occultamento e distruzione di documenti contabili e intestazione fittizia di beni. Passaggi di denaro che – secondo il Gip – avevano coperture altissime, potendo contare anche sul senatore Nicola Di Girolamo, uscito indenne dalla prima richiesta di arresto del 2008. Con il voto pieno dell’intero Pdl.

 

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LA SCHEDA

Riciclaggio, le frodi Carosello ecco come funzionavano

Da Repubblica.it

ROMA - La parola-chiave è "frode carosello". Secondo il gip di Roma è in questo modo che l' "organizzazione criminale" sgominata da Ros e Gdf ha potuto "realizzare attività economiche fittizie del valore di alcuni miliardi di euro al fine di ottenere crediti di imposta con profitti per centinaia di milioni di euro in favore di Fastweb e Telecom Italia Sparkle". La frode carosello veniva realizzata in quattro mosse, che consentivano di creare "ingenti fittizi crediti Iva". 1) In primo luogo venivano realizzate o individuate, scrive il gip, una serie di società 'A', tutte con sede all'estero nell'ambito dell'Ue e di fatto create ad hoc per le operazioni delittuose, nonchè una serie di società 'B', con sede in Italia e anch'esse di fatto create ad hoc". 2) 'A' cedeva fittiziamente a 'B' un valore pari a '100' di servizi, di solito traffico telefonico ma non solo, senza pagare l'Iva poiché si trattava di cessione all'interno di Stati appartenenti all'Ue (la cosiddetta cessione 'intra') 3) 'B' cedeva fittiziamente alle società 'C' - vale a dire Fastweb e Telecom Italia Sparkle - i medesimi servizi per un valore di '100' sul quale veniva pagata da 'C' l'Iva per il 20%, poiché si trattava di una compravendita di servizi in Italia, con un esborso finale apparente per 'C' di '120'. 4) 'C', infine, rivendeva ad 'A' i medesimi servizi con il sistema 'intra' (come detto applicabile negli acquisti tra Stati Ue) al prezzo di '100' senza il pagamento dell'Iva. In questo modo, afferma il gip, "alla fine di un'operazione sostanzialmente neutra a fini economici perché ogni soggetto paga ed incassa '100', 'C' (vale a dire Fastweb e Telecom Italia Sparkle) ha apparentemente pagato '20' di Iva a 'B', che quest'ultima in ogni caso non versa all'erario, non avendo mai incassato la relativa somma". Secondo il giudice, dunque, "il vero scopo dell'operazione è consentire a 'C' di realizzare un credito erariale di '20' su ciascuna operazione fittizia di pagamento di '100'. Questo credito può essere sottratto dall'Iva che 'C' incassa dai propri clienti per l'uso delle utenze telefoniche e che (in mancanza di credito Iva) dovrebbe riversare all'erario". Perciò, se ad esempio Fastweb o Telecom Italia Sparkle avevano incassi per un milione e 200mila euro, avrebbero dovuto versare 200mila euro all'erario alla scadenza prevista dalla legge. Poichè però esponevano un (inesistente) credito Iva pari o superiore a 200mila euro, lo detraevano da quanto dovevano versare e ottenevano profitti superiori del 20% a quelli che avrebbero realizzato solo con l'operazione commerciale (ad esempio 1 milione 200mila anzichè 1 milione)". A questo punto, scrive il giudice, "le ingenti somme di denaro apparentemente spese per pagare l'Iva in favore delle società 'B' (le cosiddette 'cartiere') consentivano a Fastweb e Telecom Italia Sparkle di realizzare 'fondi neri' per enormi valori che costituivano l'oggetto primario delle attività di riciclaggio e di investimento fittizio realizzato da altri membri dell'associazione per delinquere". Attraverso questo "schema delittuoso" è stato arrecato un danno all'erario complessivo di 370 milioni di euro in poco più di tre anni, in particolare mediante "due distinte operazioni truffaldine": una denominata 'Phuncard', l'altra 'Traffico telefonico'. La prima ha riguardato la commercializzazione di schede prepagate, denominate appunto 'Phuncards', recanti un codice che avrebbe dovuto consentire l'accesso tramite un sito internet a contenuti tutelati da diritto d'autore, in realtà inesistenti. La seconda fittizia operazione ha avuto per oggetto la commercializzazione di "servizi a valore aggiunto" (del tipo 'contenuti per adulti') da realizzare mediante l'acquisto e la veicolazione dei contenuti attraverso servizi di interconnessione internazionale per il trasporto di traffico telematico. Anche in questo caso l'oggetto stesso della prestazione (il traffico telematico) si è rilevato inesistente ed ha consentito alle società debitrici dell'Iva nei confronti dello Stato di non versare il tributo, trasferendo ingenti somme all'estero e facendo girare in circolo i flussi finanziari.

 
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