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La questione sindacale ed i rapporti tra politica e sindacato PDF Stampa E-mail
lunedì 22 febbraio 2010
Image Da uno spazio aperto on line organizzato in questi giorni dal sito dell'”Ernesto”, che riguarda i rapporti tra politica e sindacato e che ha visto la partecipazione di molti soggetti sindacali e politici, riportiamo gli interventi di Fabrizio Tomaselli, Paolo Leonardi e Giorgio Cremaschi. Il dibattito organizzato dall'"Ernesto", partendo dal prossimo Congresso Cgil, pone come centrali alcune questioni da sviluppare"...  qual è il sindacato di cui hanno bisogno le vecchie e nuove categorie del mondo del lavoro salariato nel XXI secolo, quali devono essere le sue basi di classe, la sua forma organizzativa, i suoi valori fondanti, la sua linea, il suo programma? Dalle risposte a questi interrogativi dipendono probabilmente sia il destino futuro di milioni di lavoratori e lavoratrici in questo Paese che la natura stessa di una sinistra politica in Italia."

Sindacato di classe: la chiave di lettura non è una sola

di Fabrizio Tomaselli*

su L'ERNESTO del 21/02/2010

*Coordinatore Nazionale SdL ( Sindacato dei Lavoratori)

 Non è facile discutere oggi di che cosa sia o di che cosa dovrebbe essere un sindacato di classe e del rapporto tra esso e la politica. Di certo ci sono a mio avviso delle precondizioni da analizzare attentamente. La prima, la più importante per definire il rapporto tra politica e sindacato, è l'indipendenza e l'autonomia tra questi due soggetti sociali. Chiaramente l'intervento nell'ambito del mondo sindacale e del lavoro è un capitolo importante nell'agenda della politica e dei partiti e diventa uno dei principali elementi caratterizzanti per un partito comunista o, più in generale, per coloro che si dichiarano ancora comunisti. .

Questo soprattutto perché ciò che è, o meglio dovrebbe essere, prioritario in un partito comunista è sicuramente la centralità del lavoro che, oltre ad essere argomento fondamentale, è anche una chiave di lettura attraverso la quale comprendere ed interpretare la realtà sociale e le sue contraddizioni.

E' quindi evidente che da sempre politica e sindacato sono permeabili tra loro, si intersecano e molto spesso diventano complementari. Molte volte è accaduto che un partito abbia vissuto il rapporto con il sindacato come una “fabbrica di consensi”. Il sindacato diventa cioè la cinghia di trasmissione degli obiettivi del partito e deve fornirgli, spesso a “basso costo”, manodopera e strumenti per costruire consenso e visibilità. In cambio di ciò si “forniscono” la possibilità di carriera a livello politico ed istituzionale e appoggi per ottenere posti di prestigio anche nell'ambito delle controparti aziendali. Questo scambio è spesso stato utilizzato anche da partiti comunisti. Spesso ha sconfinato in disonestà intellettuale, prima ancora che in un processo di istituzionalizzazione del sindacato uguale o peggiore di quello derivante dal rapporto diretto e collaborativo con le controparti ed i governi.

In presenza di tale fenomeno è scontato l'abbandono del conflitto quale strumento di risoluzione dei problemi e delle contraddizioni tra lavoro e capitale. Perché mai si dovrebbe abbracciare la logica del conflitto se essa mette in discussione la vivibilità del ruolo sindacale da una parte e dall'altra gli effetti “benefici” del consenso ottenuto dai partiti attraverso il sindacato?

Si instaura quindi una “complicità” che giustifica tutto, che veste di “politicamente corretto” il peggiore accordo sindacale e di “socialmente utile” le più inutili iniziative di partito. Da questo ragionamento deriva una estrema convinzione: partito e sindacato devono vivere la loro indipendenza ed autonomia, nel confronto e nello scontro, se necessario, perché solo questo tipo di approccio permette di affrontare in modo coerente e senza eccessive contraddizioni i rispettivi ruoli e al tempo stesso di affrontare insieme, anche se con approcci diversi, i temi fondamentali che contraddistinguono il conflitto. .

Autonomia ed indipendenza del sindacato dai partiti sono quindi elementi prioritari per costruire un sindacato realmente di classe. Ma esistono a mio avviso anche altre due precondizioni importantissime molto legate tra loro: la democrazia interna e la questione morale.

La democrazia dei processi decisionali di un sindacato è oggi fortemente messa in discussione da meccanismi interni ed esterni alle maggiori confederazioni sindacali italiane, compresa la Cgil. Le politiche sindacali si fanno e si decidono in gruppi dirigenti sempre più ristretti, relegando i congressi a semplice “conta” di posizioni precostituite. Il “funzionariato”, invece di essere utilizzato come strumento di sviluppo delle politiche sindacali, diventa freno e “complice” di un chiuso conservatorismo utile soltanto alla difesa dell'apparato sindacale.

A livello esterno brilla poi la la mancata opposizione sindacale alla continua e pressante modifica di leggi e normative, prima fra tutte quella sul diritto di sciopero, che riducono i diritti dei lavoratori ed “aprono” la strada ai sindacato istituzionale e “collaborativo”. Ma anche la “questione morale” è elemento che impedisce una radicale trasformazione del sindacato e fa emergere una ragnatela di interessi e di connessioni tra mondo sindacale, impresa e politica, tale da escludere completamente il soggetto fondamentale dell'azione sindacale, cioè il lavoratore, dagli interessi primari del sindacato organizzazione.

Se oggi sono queste le precondizioni fondamentali per analizzare compiutamente il mondo sindacale italiano, l'azione prettamente sindacale si misura però sugli obiettivi e sugli strumenti che si utilizzano per perseguirli.

Assistiamo oggi alla modifica sostanziale delle finalità che il sindacato italiano si era costruito in decenni di lotte e di contrapposizione al capitale ed ai suoi meccanismi di produzione.

Nella stessa Cgil, che oggi è impegnata in un Congresso nel quale si contrappongono diverse visioni del sindacato, ci si sta dividendo tra chi vuole sostanzialmente ritornare ad una unità sindacale costruita sul meccanismo della concertazione, senza disdegnare del tutto la filosofia Cisl/UIL della “collaborazione” attiva tra le forze sociali, la Confindustria ed il Governo ed una “coalizione” che invece, in modo molto confuso, si oppone senza individuare però una strada maestra unica e coerente.

Non è sufficiente dichiararsi sindacato di classe, proprio come non è sufficiente dichiararsi comunista, per esserlo realmente.

Sono gli obiettivi che si praticano a dare la misura di ciò che si è: se non si combatte la precarietà, se si accetta la “politica dei redditi” alleggerendo le tasche di chi lavora, se non si costruiscono più piattaforme con richieste salariali e riduzione dello sfruttamento, se non ci si oppone ad accordi che sottraggono diritti ai lavoratori, se si accetta supinamente la modifica delle normative sullo sciopero e la mancanza di reale democrazia nella sfera della rappresentanza sindacale, allora la parola “classe” diventa vuota e priva di significato, anche se ad essa si da il significato più semplice e meno impegnativo.

Il sindacalismo di base in questi ultimi 20 anni ha tentato di percorrere la strada dell'aggiornamento della propria pratica sindacale, senza abbandonare ed anzi valorizzando al massimo questi obiettivi. Sta tentando di costruire organizzazione senza cadere nella “logica di apparato”. Con alti e bassi si è scontrato con le controparti e con i governi, con i “luoghi comuni” e con i tentativi di relegare gli interessi e la rappresentanza dei lavoratori a semplice appendice di equilibri politici e compatibilità economiche.

In molti casi è uscito sconfitto da tali battaglie, in altri è quanto meno riuscito a ritardare tali processi, alcune volte ha portato i lavoratori a vincere lotte importanti che hanno ridato fiato ed entusiasmo al lavoro politico e sindacale.

Io sono convinto che il “sindacato di base” è oggi in Italia ciò che più si avvicina a ciò che si intende per “sindacato di classe”.

E' su questo che chiamiamo tutti ad una approfondita riflessione: troppo spesso questo fenomeno, questa realtà, questa pratica, è stata considerata marginale e per tale motivo si è pensato prioritario un intervento di modifica delle modalità di lavoro sindacale nella Cgil. Tutto ciò a cui assistiamo nelle contraddizioni e negli scontri nella sinistra di questo Paese, passa anche attraverso l'interpretazione innaturale e per certi versi suicida, di voler continuare a vedere ciò che questo sindacato che ha fatto la storia del Paese, purtroppo non è più.

Le forze sane, che sono tante all'interno della Cgil e soprattutto tra i lavoratori che aderiscono a questo sindacato, devono necessariamente e rapidamente tentare di spostare il proprio punto di osservazione ed utilizzare diverse chiavi di lettura.

Noi di SdL intercategoriale, insieme ad RdB ed a tanti lavoratori e rappresentanti sindacali di altre organizzazioni, anche confederali, stiamo tentando di ricostruire un “modello sindacale” che parte da obiettivi chiari e si rivolge ad una platea di lavoratori che, non dimentichiamocelo, è oggi completamente diversa da quella di pochi anni fa.

Ci rivolgiamo al disoccupato, al precario, al lavoratore in cassa integrazione, al lavoratore al quale hanno modificato modelli di riferimento salariali e normativi. Ad un nuovo modo di sfruttare il lavoro dobbiamo contrapporre un nuovo modo di opporsi che è fatto di obiettivi e strumenti storici ormai abbandonati dal sindacalismo “collaborativo”, ma anche di un nuovo approccio che veda il sindacato intervenire sul territorio, a fianco dei movimenti per la casa o per la difesa dei beni comuni, vicino ai migranti ed a chi perde il lavoro, ai pensionati che vivono ormai ad un livello di quasi povertà ed agli studenti che hanno ormai pochissimi punti di riferimento.

Questo è ciò che stiamo facendo e che inizierà a concretizzarsi dal maggio prossimo, con l'unificazione di SdL, RdB e di altri soggetti che insieme intendono ricostruire un sindacato democratico, generale, di massa e di classe: l'analisi su come produrre e gestire il conflitto non può essere lasciata a teorici e professori, deve principalmente essere praticata sul campo con i lavoratori.

 


C’è congresso e congresso

di Pierpaolo Leonardi*

su L'ERNESTO del 14/02/2010

* Esecutivo nazionale Rdb

Sarà stagione di congressi la prossima primavera, ci sarà quello di cui molto si parla della Cgil e quello, meno indagato, che segnerà la nascita di un nuovo soggetto sindacale dalla fusione di alcune tra le più importanti esperienze del sindacalismo di base e conflittuale.

A maggio infatti, all’inizio la Cgil e alla fine il sindacalismo di base, faranno un passaggio congressuale in tutti e due i casi decisamente importante. Nel congresso della Cgil si misurano le forze dentro un quadro tutto sommato abbastanza fermo, al di là delle apparenze. Non si intravvede un cambio di orizzonte politico – l’accettazione del modo di produzione capitalistico informa sia il documento di maggioranza che quello di minoranza – ma uno scontro sulla composizione del futuro gruppo dirigente dell’organizzazione.

La singolarità della miscellanea di soggetti che hanno sottoscritto la seconda mozione è tale da rendere pressoché impossibile leggervi una qualsivoglia sintonia politica e rende evidente la necessità di alcuni soggetti di dar vita ad una mozione di minoranza con l’unico obbiettivo di avere poi una rappresentanza negli organismi commisurata al gradimento raggiunto dalla propria tesi. Vedremo a giugno se ancora una volta avremo colto nel segno leggendo le dinamiche congressuali di quel sindacato o se verremo clamorosamente smentiti e da quel confronto congressuale nascerà qualcosa di diverso.

Diverso e senz’altro più interessante è quanto sta invece accadendo nel sindacalismo di base. Per la prima volta, dentro una crisi del capitale come quella che stiamo attraversando e che ha pochi precedenti per forza e durata, sta nascendo un nuovo soggetto sindacale unitario che abbandona le vecchie divisioni settarie e si pone il problema di costruire un sindacato adeguato alla nuova fase.

Una fase aggressiva del capitale, per nulla disposto a pagare per la crisi che lo attraversa e che invece ne approfitta per regolare i conti con il movimento operaio mai così debole come oggi in Italia.

In questa fase così complessa la RdB, SdL intercategoriale e larga parte della CUB si sono poste il problema dell’adeguatezza attuale di quanto fin qui messo in campo in tema di strutture sindacali alternative, giungendo alla conclusione che l’attuale frammentazione del sindacalismo di base era un elemento di enorme freno allo sviluppo del sindacalismo conflittuale.

Da oltre un anno quindi si è aperto un vero e proprio cantiere sindacale che ha coinvolto migliaia di quadri e delegati delle organizzazioni citate, che ha interessato e sta interessando pezzi di sindacalismo autonomo che sono decisamente attratti dal progetto di nuovo soggetto sindacale, quali lo SNATER, antico sindacato radicato nella RAI e nelle Telecomunicazioni in genere, e l’Or.S.A. il sindacato storico dei ferrovieri nato dalla confluenza del CO.M.U. e della vecchia Fisafs.

Un cantiere che sta caparbiamente affrontando tutti i nodi irrisolti, e davvero non sono pochi, che la costruzione di un soggetto sindacale nuovo e attrezzato pone. Le diverse storie, le diverse provenienze, i diversi modelli di funzionamento e di gestione sono stati analizzati per individuarne pregi e difetti, per assumere ciò che ha funzionato e lasciar cadere ciò che invece non ha dato i frutti sperati, ma soprattutto la discussione si è incentrata sulla necessità di un sindacato davvero generale, capace di ricomporre quello che il capitale e le trasformazioni epocali che il mondo del lavoro ha subito hanno frantumato, che sia non solo il sindacato degli occupati stabili, sempre meno, ma anche di coloro che un lavoro non ce l’hanno o ce l’hanno solo per alcuni periodi, dei migranti, di coloro che non hanno una casa o un reddito.

Un sindacato che stia in fabbrica e nel territorio, negli uffici e nelle occupazioni delle case, che ricomponga la classe e gli dia prospettiva.

E’ abbastanza evidente quindi che tra il Congresso di fine Maggio, in cui finalmente si comporranno le diverse esperienze del sindacalismo di base in un unico soggetto, e il Congresso della Cgil c’è una forte discontinuità politica e di pratica sociale e sindacale. L’uno rivolto al futuro, indipendente dai padroni, dai partiti e dai governi, l’altro rivolto al passato che cerca di ristabilire la propria funzione di organizzazione nel nuovo quadro più che individuare i terreni di scontro e di lotta per consentire la ripresa del protagonismo di classe.

Ai lavoratori serve il sindacato, noi proviamo a costruirlo, mettendo da parte decenni di fratture, settarismi, divisioni inconcludenti e incomprensibili per i lavoratori. Siamo certi che molti lavoratori e delegati, dopo il Congresso Cgil, guarderanno con attenzione alla nostra proposta e vi aderiranno con slancio, del resto già oggi in tutto il Paese registriamo una grossa disponibilità a partecipare al percorso di costruzione del nuovo soggetto sindacale da parte di gruppi di lavoratori e delegati che si stanno organizzando con noi.

 


 

 

Che scandalo: il congresso Cgil discute su diverse scelte sindacali!

di Giorgio Cremaschi*

su L'ERNESTO del 08/02/2010

* Segreteria nazionale Fiom Cgil

Con l’accordo sottoscritto dai sindacati dei chimici dovrebbe essere chiaro a tutti che in Cgil ci sono linee diverse, se non opposte sulle scelte contrattuali. I chimici della Cgil hanno sostanzialmente accettato ciò che i metalmeccanici della Cgil hanno totalmente respinto. Questa diversificazione profonda non avviene su una piccola questione, ma su temi di fondo che riguardano il futuro dei contratti nazionali, i diritti, il salario flessibile, insomma, sulla vita stessa del sindacato. E’ incomprensibile allora lo scandalo di chi si lamenta che questo congresso sia con diverse mozioni. Dovrebbe essere normale che un congresso decide sulla politica sindacale e che quando ci sono posizioni diverse, siano gli iscritti a scegliere. E’ chiaro che non possono avere contemporaneamente ragione coloro che accettano il nuovo sistema contrattuale e coloro che lo respingono subendo gli accordi separati. Continuare a far finta che scelte opposte siano valide entrambe è un segno di crisi della Cgil che va affrontato fino in fondo.

La Cgil ha detto no sacrosanti alla politica economica del governo e alla controriforma del sistema contrattuale. Ma sempre più spesso a questi no non segue né una coerenza generalizzata dei comportamenti successivi, né tantomeno l’elaborazione di una piattaforma e una pratica adeguati a far sì che quei no divengano punti di partenza di una forte iniziativa sindacale. La Cgil di questi ultimi anni vive in un perenne bivio. Da un lato le sua storia più profonda la induce a rifiutare scelte che distruggono la solidarietà e l’uguaglianza tra i lavoratori. Dall’altro la pratica e la cultura della concertazione e a volte semplicemente l’amor del quieto vivere, la conducono nell’angolo dell’inconcludenza e della rassegnazione al meno peggio.

Pensiamo a cosa sta succedendo nei rinnovi dei contratti nazionali. Ma davvero è indifferente per i lavoratori se il salario dei contratti nazionali ha una decorrenza di due oppure di tre anni? Davvero siamo arrivati a questa superficialità e insensibilità sulle retribuzioni dei lavoratori?

E’ bene ricordare che il contratto nazionale una volta effettivamente durava tre anni. C’era però una piccola differenza, assieme al contratto nazionale c’era la scala mobile. Per cui anche se il contratto nazionale durava più a lungo o non garantiva il salario dagli improvvisi aumenti dei prezzi, c’era un meccanismo automatico di tutela delle retribuzioni. Che fu abolito il 31 luglio del 1992. Proprio a compensazione di quel disastroso accordo l’anno successivo, nel luglio del ’93, fu sottoscritta un’intesa che stabiliva un nuovo regime contrattuale, dove la durata dei contratti veniva accorciata a due anni per la parte salariale. Il ragionamento fatto da noti salarialisti, come l’allora presidente del Consiglio Ciampi, era che se si toglieva la garanzia automatica dei salari rispetto all’inflazione, la durata dei contratti doveva essere più breve di prima proprio per evitare che tutto il rischio salariale si scaricasse sui lavoratori.

Quel sistema ha comunque compresso i salari perché li ha vincolati per lungo tempo all’inflazione programmata a livello nazionale e alla flessibilità a livello aziendale. Tuttavia l’accordo separato di quest’anno tra Confindustria, Governo, Cisl e Uil, è riuscito persino a peggiorare l’intesa del ‘93 perché ha semplicemente allungato i tempi del contratto senza aggiungere alcuna garanzia. Fin qui tutto chiaro, in questo giudizio sta una delle motivazioni del no della Cgil all’accordo sottoscritto dagli altri.

Tuttavia a questo punto stiamo assistendo a una serie di eventi che contraddicono proprio questo giudizio. Tutte le categorie della Cgil, esclusa la Fiom, hanno sinora presentato piattaforme su tre anni e, quelle che hanno sottoscritto accordi, non hanno inserito nel testo alcuna garanzia di recupero automatico dei salari come compensazione del contratto più lungo. Nella sostanza hanno accettato l’impostazione salariale della Confindustria, di Cisl e Uil. Da ultima la Fillea-Cgil, nel settore industriale del legno, si prepara addirittura da sola a disdettare il contratto normativo che dura due anni e che scade nel marzo del 2012, per passare al sistema salariale e normativo di tre, quello che nei metalmeccanici hanno fatto Fim e Uilm.

Inoltre, non c’è una sola categoria, a parte la Fiom, che nei contratti in corso rivendichi e pratichi il referendum tra le lavoratrici e i lavoratori. Questo sia quando le piattaforme sono unitarie, sia quando sono separate.

Naturalmente nelle sedi ufficiali della Cgil la cosa non suscita particolare discussione, hanno ragione i meccanici che lottano contro l’accordo separato e difendono i due anni, e anche quelle altre categorie che fanno accordi e piattaforme che già entrano nel nuovo sistema. Ha ragione la Fiom che considera discriminante nei rapporti unitari la democrazia sindacale, ma anche tutti coloro che invece la considerano meno importante dell’unità. Hanno ragione tutti quelli che fanno il contrario di tutti, viva la libertà.

Sarebbe questa un’intelligente tattica di depistaggio della Confindustria e del governo, se non corresse il rischio di mettere in confusione proprio le lavoratrici e i lavoratori più esposti sul fronte della lotta e dei contratti. Le poche volte che vanno in assemblea, i rappresentanti della Fim e della Uilm usano un solo argomento per contrastare la Fiom, visto che tutti gli altri sono indigeribili dai lavoratori: la Fiom fa una cosa e la Cgil e tutte le altre categorie un’altra. La Fiom è antiunitaria, mentre le altre categorie della Cgil no.

Mi si chiederà, ma c’è stata una discussione in Cgil su che linea affrontare per i contratti, come comportarsi, che strategie assumere? No. Una vera discussione, di quelle che si facevano una volta, nelle quali magari si aveva il coraggio di scontrarsi su posizioni contrattuali diverse, tutto questo non c’è stato. Eppure non stiamo parlando di accordi a sé stanti, ma di sistema contrattuale. Non stiamo parlando di un solo contratto, ma di come dovrebbero o dovranno essere i contratti nei prossimi dieci anni. E’ chiaro che su questo piano le scelte degli uni inevitabilmente riguardano, aiutano, o danneggiano tutti gli altri.

Gli stessi ragionamenti si potrebbero fare sulla politica economica, sulla lotta alla precarietà, sulle drammatiche battaglie per l’occupazione. I propositi, le indicazioni di fondo della Cgil sono giusti, ci mancherebbe altro non saremmo nel sindacato di Di Vittorio. Ma sono assolutamente differenti e a volte persino contrastanti le modalità concrete con le quali gli stessi problemi vengono affrontati dai diversi gruppi dirigenti.

Un congresso dovrebbe servire proprio a discutere di questo, a chiarire i problemi, a dirsi le difficoltà e le contraddizioni, a scegliere la linea più adeguata per affrontarle. Invece, da parte della maggioranza della confederazione si è proposta un’impostazione che è di pura continuità con quella, già fallita, varata nel congresso precedente. Senza nessun interrogativo, senza chiedersi perché nulla è andato come doveva andare, senza nessuna riflessione critica e autocritica sullo stato del sindacato. Quello che va male è colpa di tutti gli altri. Quello che va bene è merito nostro. Così non si va da nessuna parte.

Il documento alternativo ha il pregio di partire dalla constatazione della crisi del progetto dell’altro congresso e dalla necessità di costruire una nuova piattaforma e una nuova pratica sindacale. Per “La Cgil che vogliamo” i no della confederazione sono stati giusti, ma non possono diventare espedienti tattici, mentre si attende il ritorno della politica di sempre. Come è stato più volte affermato nel documento e da tutti i suoi sottoscrittori, la politica della concertazione, delle privatizzazioni, dell’accettazione delle compatibilità della spesa pubblica e del mercato, per la Cgil deve finire.

Se non si vuole prendere in considerazione il fatto che a sostenere queste posizioni c’è la maggioranza della Fiom, cioè di quella categoria che in questi anni ha rappresentato il meglio del conflitto e della resistenza sociale nel nostro paese. Se non si vuole considerare positivo il fatto che la più grande categoria degli attivi, la Funzione pubblica, partendo da una storia e da un’esperienza diversa, sia giunta a concordare posizioni comuni con la Fiom. Se proprio non si vuole tenere conto delle esperienze e delle lotte reali di questi anni, almeno si dia il giusto valore alla solenne affermazione, che c’è nel documento alternativo, di fine della concertazione. La fine della concertazione è una rivendicazione strategica della sinistra Cgil, da almeno vent’anni. Ora essa viene pienamente accolta in un documento congressuale che non è di piccole minoranze, ma che viene sottoscritto da una parte rilevante dei gruppi dirigenti. Questo dovrebbe essere accolto come il risultato di una lunga battaglia, invece proprio qui una parte della sinistra Cgil si ferma. Invece di guardare alla sostanza, ci si rifugia in argomentazioni burocratiche e incomprensibili sulla confederalità, oppure si gioca al gossip sui gruppi dirigenti. E’ proprio vero il vecchio adagio cinese: quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito.

Questo congresso è probabilmente una delle occasioni più importanti e forse irripetibili che ha la Cgil, il più grande patrimonio dei lavoratori italiani, per rinnovarsi e adeguarsi alla drammaticità dello scontro sociale e di classe. I firmatari del documento alternativo, partendo da storie e esperienze molto diverse, sono giunti a rivendicare assieme la necessità di un profondo cambiamento nei contenuti della contrattazione e nelle pratiche democratiche. La maggioranza propone di continuare come sempre.

Per chi in questi anni ha criticato il moderatismo sindacale non ci dovrebbe essere neppure un’ombra di dubbio cosa scegliere.

 

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