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Un popolo dietro il lavoro PDF Stampa E-mail
sabato 06 febbraio 2010

Straordinaria manifestazione a Cagliari per lo sciopero regionale in difesa dell’occupazione. Sfilano non solo gli operai di Alcoa, ma anche quelli di tutti i settori industriali in crisi. Con loro gli allevatori, studenti, insegnanti, lavoratori dell’indotto. Un popolo si ritrova in piazza. Per i sindacati applausi e qualche fischio

Da Il Manifesto del 6 febbraio 2010

Costantino Cossu

CAGLIARI

Una grande manifestazione di popolo. Usiamolo questo termine un po' scivoloso – popolo – perché forse per raccontare ciò che è accaduto ieri mattina a Cagliari ha un senso politicamente non ambiguo. Certo, c'erano gli operai dell’Alcoa di Portovesme a sfilare per le vie di Cagliari, nella giornata di sciopero generale indetto dai sindacati confederali. Ma erano parte d'un serpente umano colorato e rumoroso in cui la rabbia di chi rischia di perdere il lavoro, o lo ha già perduto, si mescolava alla determinazione di tanti che con le fabbriche, direttamente, non hanno nulla a che fare. Erano in cinquantamila, quasi due chilometri di slogan e di striscioni. C’era Cagliari e la Sardegna amarciare insieme alle tute blu. Non accadeva da un sacco di tempo. Alla partenza, dietro le bandiere che aprivano il corteo erano in quindicimila. Poi, lungo il percorso, sono cresciuti velocemente, sempre di più, sino a diventare cinquantamila. Una partecipazione di popolo, appunto. A dimostrazione che la crisi economica, che in Sardegna sta lasciando segni profondi,mobilita intorno al lavoro energie che sino a ieri sembrava impossibile si potessero attivare. Gli operai Alcoa, con il consenso che sono riusciti a creare intorno a sé, sono diventati un po’ il simbolo di tutto questo. «E’ dura, molto dura — ha detto dal palco allestito in piazza Yenne Bruno Usai, della rsu della fabbrica di Portovesme — Prima la cassa integrazione, poi la chiusura annunciata. In un territorio che è diventato un deserto. Lavoro non ce n’è più. Licenziamento significa emigrazione ».Ma Usai ha anche detto della determinazione con cui quelli della Alcoa vogliono proseguire a lottare perché la fabbrica non chiuda. Determinazione identica a quella degli altri operai scesi in piazza ieri: dalla Vinyls di Porto Torres, dalla Equipolymers di Ottana, dalla Rockwool di Iglesias, dalla Sardinia GoldMining, dall’agroindustria della pianura del Campidano, dall’Intermare Sarda di Arbatax, dai call center di Cagliari. Ma anche tantissimi pensionati e precari e famiglie con bambini piccoli. E studenti, insegnanti, commercianti, artigiani. Tanta gente arrivata a Cagliari per conto proprio, fuori dall'organizzazione dei sindacati, in auto dalle altre città e dai paesi della Sardegna intera. Solo nella tarda mattinata la testa del corteo è arrivata in piazza Yenne. I rappresentanti delle segreterie nazionali di Cgil, Cisl e Uil che si sono alternati sul palco si sono presi applausi, ma anche fischi; e c’è stato, subito interrotto, un imprevisto intervento di un emigrato sardo a Milano, che ha accusato i sindacati di aver «venduto gli operai ai padroni ». Segno, anche questo, che la tensione è davvero molto alta. «Gli impianti della Alcoa devono rimanere in marcia », ha ricordato nel suo lungo intervento Susanna Camusso, della segreteria nazionale della Cgil, toccando la vertenza più cocente fra le tante che aggravano il quadro industriale in crisi in Sardegna. «Governo e Regione – ha detto Camusso – guardino questa piazza, guardino la rabbia e le speranze dei lavoratori. L’Alcoa non deve andarsene da questo paese. E ai ministri diciamo che non ci bastano bellicose dichiarazioni in televisione, non si può fare a chi urla di più. Vorremo invece sapere che cosa state facendo davvero per risolvere i problemi». Lo sciopero di ieri hamesso in evidenza una situazione drammatica. In Sardegna l’industria da sola ha perso diecimila posti di lavoro negli ultimi dodici mesi. Anche agricoltura e pastorizia, con sessantamila piccole imprese e oltre dodicimila addetti dell’indotto e della trasformazione, è in stato di pre-agonia. Sono tre le principali emergenze: Alcoa (Portovesme), Vinyls (Porto Torres) e Equipolymers (Ottana). La minacciata chiusura dello stabilimento sardo nel Sulcis rischia di lasciare senza lavoro, comprese le ditte dell’indotto, altre duemila persone. A Porto Torres gli operai continuano l’occupazione dell'antica torre aragonese che domina i moli dove attraccano le navi. Il disimpegno dell’Eni blocca gli impianti Vinyls di tutto il comparto chimico sardo, dove sono impiegate, indotto compreso, alcune migliaia di persone. Lo scorso 28 gennaio i chimici del polo industriale del nord Sardegna hanno scioperato per un'intera giornata, e cinquecento persone tra lavoratori, studenti e cittadini hanno partecipato al corteo promosso dai sindacati a Porto Torres per chiedere il riavvio degli impianti Vinyls, fermi damesi. A Ottana la trattativa condotta dal gruppo Clivati in tandem con la thailandese Indorama per rilevare la Equipolymers, fabbrica di polietilene destinata alla chiusura, fatica ad arrivare a una conclusione.Nell' area industriale del centro Sardegna, oltre ai centoventi dipendenti diretti di Equipolymers, in gioco ci sono altri mille e settecento posti di lavoro.

 
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