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Congressi: dove sta andando la Cgil? PDF Stampa E-mail
giovedì 04 febbraio 2010

Image Il congresso della Cgil è oggi uno degli argomenti al centro del dibattito sindacale del nostro Paese e il confronto/scontro tra le due tesi sta assumendo toni mai visti prima.  Proponiamo quindi la lettura di un articolo del Manifesto (3 febbraio) ed un intervento di Giuliano Garavini sul sito della Rete28 Aprile in Cgil (2 febbraio), che descrivono la situazione del più grande sindacato italiano, anche se da punti di vista specifici. Di sicuro noi riteniamo che il percorso interno ad una organizzazione sindacale come la Cgil non sia ormai più proponibile e credibile per chi ritiene che il sindacato sia strumento dei lavoratori e non istituzione politica e partitica funzionale agli equilibri tra i governi, i partiti e la Confindustria.

Al contrario, riteniamo che sia ormai indispensabile costruire un percorso che porti alla costituzione di un sindacato alternativo a Cgil, Cisl, Uil e Ugl, un sindacato di massa, aperto, democratico ed indipendente da governi e padroni. Per questo ci stiamo impegnando e nel mese di maggio si svolgerà il congresso di unificazione di SdL intercategoriale, RdB, larghi settori della Cub.

Un primo passo che vuole rappresentare l'avvio di un percorso di costruzione di una vera e credibile alternativa sindacale. Un percorso aperto a tutti ed al quale si stanno avvicinando sia settori organizzati (ORSA e Snater), sia lavoratori e delegati provenienti dal sindacato confederale.

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Cgil, congresso «frizzante» ma sullo sciopero c’è unità

Il direttivo nazionale conferma «le regole» e il 12 marzo

Da Il Manifesto del 3 febbraio 2010

Francesco Piccioni

ROMA Per la Cgil è la prima volta. Non era infatti mai accaduto che un congresso si svolgesse discutendo (e votando) due mozioni contrapposte. Ed anche le vecchie abitudini diventano un problema, in condizioni nuove. Il direttivo nazionale del più grande sindacato italiano, ieri, ha affrontato molti problemi, concludendo in modo unanime su un ordine del giorno – proposto dal segretario generale, Guglielmo Epifani – che invita al rispetto delle regole approvate e a lavorare per la riuscita dello sciopero generale sul fisco, proclamato per il 12 marzo. La stessa nota stampa del segretario, comunque, titola sulle «polemiche in qualche caso oltre l’accettabile e il buon senso», a conferma del clima «frizzante» che si respira in Corso Italia. Le assemblee congressuali – sui posti di lavoro e nelle strutture territoriali – hanno ormai superato quota 15.000. I risultati ovviamente non sono ancora noti, ma Epifani ci tiene a far sapere che i ricorsi presentati alle commissioni di garanzia sono stati stavolta «molto meno rispetto all’ultimo congresso»; e che le decisioni delle commissioni sono state prese spesso all’unanimità, oppure con maggioranze non corrispondenti agli schieramenti congressuali. Un modo per dire che tutto si sta svolgendo come da regolamento, con contestazioni che sono fisiologicamente nella norma. Nei giorni scorsi numerosi giornali avevano dato conto di una protesta dei rappresentanti più noti della «mozione 2» (i segretari generali dei metalmeccanici, del pubblico impiego e dei bancari – Gianni Rinaldini, Carlo Podda e Domenico Moccia) sulle modalità di svolgimento di alcune assemblee; come anche sul differente calcolo deciso stavolta sul voto dei pensionati. Le altre volte, per una convenzione non scritta ma unanimemente praticata, il voto dei pensionati veniva calcolato al 50% dei voti effettivi e distribuito percentualmente tra le diverse «aree programmatiche » esistenti. Era la cosiddetta «quota di solidarietà», data per mantenere i rapporti numerici espressi dalle categorie «attive ». Stavolta invece si procederà secondo il principio «una testa, un voto», dando così un peso decisivo a una categoria non al lavoro e che soprattutto «non ha contratti da discutere». Il paragone con altri paesi europei è inevitabile: dappertutto i pensionati sono organizzati in associazioni collegate al sindacato, ma a decidere delle politiche sindacali e contrattuali sono chiamate soltanto le categorie «attive»; quelle di chi la mattina va a lavorare. Se si calcola, infine, che ormai gli iscritti in pensione sono la maggioranza assoluta della Cgil, l’impatto diventa evidente. A questa contestazione la stessa segretaria dello Spi – Carla Cantone – avrebbe ieri risposto amuso duro: «non vogliamo un voto in più, né uno in meno », escludendo l’esistenza di «imbrogli» e «degenerazioni». A conclusione dell’assemblea, comunque, lo stesso Epifani ha annunciato il commissariamento della Camera del lavoro di Piacenza, dove risultano emesse tessere false dello Spi. La discussione avviene oltretutto in una situazione sociale gravissima, con centinaia di fabbriche e posti di lavoro che saltano ogni giorno. Di fronte a questa moria occupazionale affrontata «con vertenze singole» sono molte le voci che si sono alzate, anche di recente, per chiedere iniziative «generali», che mettano al centro il lavoro e il salario, e non soltanto il pur indispensabile «riequilibrio fiscale». In più, pesa il fatto che un anno fa sia stato sottoscritto – tra governo, Confindustria, Cisl, Uil, Ugl – un «accordo separato » sulla riforma del modello contrattuale; da quel momento la Cgil fa più fatica a farsi ascoltare. Anche nel direttivo ha quindi avuto spazio anche la polemica innescata da un editoriale di Dario Di Vico, sul Corriere della sera, che sostanzialmente legava il« rientro in gioco» della Cgil alla sua capacità di sbarazzarsi dei «rompiscatole», quelli che pretendono di rappresentare sul serio i lavoratori e di farli persino votare sugli accordi o sui contratti che li riguardano (trasparente l’allusione ai metalmeccanici, ecc). Con un rimprovero finale rivolto direttamente al segretario generale: di non aver fatto quest’operazione giusto un anno fa, quando sarebbe stata «più facile», senza le complicazioni di una tornata congressuale in piena crisi economica. Un’intrusione tanto «provocatoria» quanto «sofisticata » proprio in questo dibattito.

 

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Il sindacato in mezzo al guado

Articolo su Rete28aprile.it del 2 Febbraio 2010

- Giuliano Garavini

 Una volta in mezzo al guado ci stava il Partito comunista. Non seppe scegliere alla fine degli anni Settanta se trasformarsi definitivamente in un credibile partito socialdemocratico, oppure (…) se riprendere le fila di una serrata critica del capitalismo che gli avrebbe imposto un rinnovamento del suo armamentario ideologico e un legame con i fermenti sociali più innovativi. Oggi in mezzo al guado c’è il sindacato, il quale ancora non riesce a scegliere se divenire definitivamente un sindacato “concertativo”, cioè concentrato sul negoziato con il Governo in carica e l’offerta di servizi alle imprese, o un sindacato impostato su conflitto, partecipazione e l’eguaglianza fra i lavoratori. Nel 1993 i sindacati confederali avevano scelto insieme la concertazione, credendo di avere di fronte interlocutori credibili e fissandosi il grande obiettivo della partecipazione con il gruppo di testa alla moneta unica. In nome di questo “obiettivo Europa” essi hanno chiesto sacrifici ai lavoratori, che sono stati rilevanti, e hanno chiesto garanzie sugli investimenti. Nessun investimento sui servizi e le infrastrutture del Paese è stato realizzato ma solo privatizzazioni, mentre l’obiettivo dell’euro è stato, quello sì, centrato. La stagione della concertazione è però finita. E’ finita perché oggi siamo nell’euro (entrati male ma ci siamo) e non ci sono grandi obiettivi per i quali concertare. D’altra parte il diminuito peso del mondo del lavoro a favore di rendite e profitti ha certamente contribuito alla crisi odierna, il disinvestimento pubblico nei servizi è tra le ragioni dell’arretratezza del nostro sistema economico. CISL e UIL hanno preso atto della fine dell’era della concertazione e hanno abbracciato l’era della “cooptazione”, o della “complicità” che dir si voglia. Si sono rese disponibili a trasformare il sindacato in un’associazione di iscritti che collabora per offrire servizi, posti di lavoro e personale disciplinato alle imprese. Dal punto di vista politico hanno già introiettato che il sindacato non ha un ruolo politico generale ma deve premere per una società improntata alla “sussidiarietà”: cioè pietosi interventi da parte di chi ha i soldi, come fondazione bancarie ed enti bilaterali, per tamponare le situazioni di maggior disagio sociale che inevitabilmente si creeranno in un mondo di salari bassi, lavoratori senza diritti e in guerra fra di loro. La CGIL non poteva imboccare così facilmente la via della “complicità”. L’attuale maggioranza prende dunque decisioni tutte contraddittorie e incerte. Da un lato non firma il nuovo modello contrattuale insieme agli altri due confederali, ma d’altra parte non critica quelle categorie (come chimici e alimentaristi) che quel modello contrattuale hanno nella sostanza accettato nei loro accordi. Fa l’opposizione al governo nella speranza che questo si faccia più gentile con lei, che le consenta di salvare l’onore, e poter tornare presto insieme agli altri sindacati. La recente decisone dello sciopero generale incentrato sulla questione fiscale, mentre potrebbe nuovamente dare un piccolo sobbalzo di combattività, ha totalmente sbagliato il bersaglio e sembra avere come motivazione quella di cavalcare l’unico tema con il quale ci sia una consonanza di posizioni con gli altri due sindacati confederali. Si richiede qualche frazione di punto in meno di tassazione sul lavoro dipendente. Ma siamo sicuri che siano queste le priorità di lavoratori con i salari più bassi d’Europa, con una disoccupazione al 10 per cento, con i giovani che hanno solo contratti precari. E’ infatti questo uno sciopero generale al silenziatore su un tema che non può destare la dovuta combattività nella società italiana, e che per di più lascia fuori licenziati, precari e immigrati che sarebbero invece i principali gruppi sociali e sacche di combattività cui la CGIL dovrebbe guardare. La CGIL è dunque in mezzo al guado e la battaglia congressuale è particolarmente importante proprio per questo motivo. Se vincerà di larghissima misura la maggioranza guidata da Epifani, il processo di ricomposizione con CISL e UIL sarà lento ma inesorabile, così come lenta e inesorabile sarà la trasformazione dell’ex sindacato comunista di Di Vittorio in un’associazione complice con il mondo imprenditoriale. Se otterrà un risultato importate la “mozione due”, che più chiaramente critica il passato concertativo e chiede un cambiamento di rotta e un sussulto di partecipazione che indebolisca le pratiche burocratiche invalse nell’ultimo ventennio, sarà solo l’inizio di un lungo cammino per ripensare il sindacato. In ogni caso solo se il congresso CGIL sarà un congresso vero che porterà iscritti e cittadini a discutere intorno alle questioni vere del mondo del lavoro ci sarà un futuro per le organizzazioni dei lavoratori. Se resterà un cosa per tecnici e addetti ai lavori il sindacato uscirà dal congresso semplicemente più anemico e scoraggiato.

 
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