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Summit di Copenaghen, ore decisive La Cina: «Non c'è possibilità di accordo» PDF Stampa E-mail
giovedì 17 dicembre 2009

Da L'Unità on line

Dozzine e dozzine di capi di Stato e di Governo sono in arrivo in queste ore a Copenaghen per dire l'ultima parola su un negoziato che dura ormai da oltre due anni. Tra oggi e domani, salvo proroghe dell'ultima ora, i leader del pianeta dovranno decidere come e quanto impegnarsi nella lotta al cambiamento climatico. Saranno presidenti e primi ministri a dover riempire di contenuti - ma soprattutto di cifre - una bozza di accordo che a 48 ore dalla fine annunciata del vertice dell'Onu sul riscaldamento del pianeta ancora non c'è, logorata e riscritta dai veti incrociati e dagli interessi contrapposti. Il vertice delle divisioni, l'ha definito ieri la Chiesa cattolica: un summit che divide invece di unire, che contrappone Paesi ricchi a Paesi poveri. La neve che cade copiosa a Copenaghen non ha scoraggiato ieri gli ambientalisti che protestano e che vorrebbero far giungere la loro voce - spesso un disperato appello all'azione - nei blindatissimi spazi del Bella center, il centro fieristico che ospita questo mega-vertice delle Nazioni Unite. E con tutta probabilità non li scoraggerà neanche oggi: amplificando così il caos organizzativo che sta ormai caratterizzando quest'appuntamento di Copenaghen. Misure ancora più ferree sono state infatti annunciate dalla polizia per oggi: giornata importante che vedrà la presenza di personaggi del calibro del segretario di Stato americano Hillary Clinton (precederà di un giorno il presidente Obama), del presidente iraniano Ahmadinejad, di quello brasiliano Lula, o del cinese Hu; senza contare la contemporanea presenza di tutti i leader europei. Non ci sarà solo il premier italiano che è convalescente a Milano. L'Italia sarà rappresentata dal ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo. Ieri diverse manifestazioni e scontri nei pressi del Bella center: manganelli e lacrimogeni usati dalla polizia con un bilancio di oltre 250 fermi. Tra questi anche tre italiani. Oggi replica scontata davanti alla passerella dei leader del mondo. Intanto nella notte si è lavorato alla bozza dell'accordo da sottoporre ai capi di Stato e di Governo: la presidenza danese sta disperatamente cercando di semplificare e ridurre il testo (circa 60 pagine) nella consapevolezza che già in molti parlano di fallimento storico.

17 dicembre 2009

 

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In picchiata verso il fallimento

Da Il Manifesto del 17 dicembre 2009

Marina Forti - INVIATA A COPENHAGEN

Uno dei pochi applausi della giornata l’ha strappato Hugo Chavez, il presidente della «repubblica bolivariana» del Venezuela: «Se il clima fosse una banca l’avrebbero già salvato», ha detto rivolgendosi all’assemblea di delegati e ministri di 190 paesi riunita nel Bella Centre, enormecentro congressi perso nella periferia innevata di Copenhagen. La frase circolava già da qualche tempo, come slogan, e ora sembra profetica. Il punto è che siamo agli ultimi giorni del vertice dell’Onu sul clima, sono entrati in scena i capi di stato e di governo, ma l’obiettivo si fa sempre più lontano: le questioni di fondo – impegni, finanziamenti – restano eluse e la parola «fallimento » circola sempre più insistente. Mentre si susseguivano, ieri sera, riunioni d’emergenza tra gruppi ristretti di ministri per tentare di salvare la situazione. Anche il cambio della guardia al vertice è un ulteriore segnale di difficoltà. La signora Connie Hedegaard, ministra danese per l’energia e il clima, ieri mattina ha ceduto la presidenza dei lavori al premier del suo paese, Lars Lokke Rasmussen. E’ stato presentato come un avvicendamento di routine,manei giorni scorsi lo stile negoziale della signora Hedegaard era stato criticato dai paesi in via di sviluppo come poco trasparente; si parla anche di uno scontro ai ferri corti proprio tra lei e Rasmussen. Tutto questo dopo un’estenuante notte di negoziati ministeriali, continuati fino alle 5 del mattino con i delegati degli Stati uniti che hanno fatto blocco, rimettendo in discussione gran parte di ciò che già era stato negoziato sotto la voce «azioni cooperative a lungo termine»: cioè tutto il capitolo dei meccanismi, anche finanziari, per aiutare i paesi in via di sviluppo a adattarsi alle conseguenze del cambiamento climatico ormai inevitabile, e alla transizione a tecnologie pulite, con relativi finanziamenti. Solo su un punto sembra che un compromesso sia trovato – ed è al ribasso. Riguarda proprio i finanziamenti: il presidente etiopico Meles Zenawi, che presiede il gruppo africano, ieri sera ha proposto un accordo in cui i paesi ricchi metteranno 50 miliardi di dollari l’anno fino al 2015 e poi 100 miliardi annui fino al 2020 per le misure di adattamento e transizione a tecnologie pulite: molto meno dei 200 miliardi annui chiesti in principio dai paesi in via di sviluppo, ma è quanto proponeva il premier britannico Gordon Brown in ottobre (Brown è arrivato qui ieri per dare una spinta ai negoziati). Presi per la gola, i paesi africani accettano. Altri aspetti del negoziato restano nel caos. «Al cuore del problema c’è l’insistenza diWashington di abbandonare ogni idea di obiettivi legalmente vincolanti e basati sulla scienza, per accontentarsi di impegni volontari», critica Greenpeace Usa in un comunicato. L’atteggiamento dei negoziatori americani, la valanga di emendamenti e parentesi, di sicuro ha confermato i peggiori sospetti dei paesi in via di sviluppo, che accusano i paesi ricchi – Usa, Ue, aiutati dalla presidenta danese – di cambiare le carte in tavole: da due anni si tratta su come estendere il Protocollo di Kyoto, con il suo sistema di tagli obbligatori delle emissioni per i paesi ricchi e misure di transizione tecnologica per i paesi in via di sviluppo, e ora loro cambiano i termini del discorso. «Di fondo, gli Usa vorrebbero essere trattati come la Cina», accusa ancora Greenpeace. La proposta americana è sostituire il Protocollo di Kyoto con la formula che chiamano «pledge and review», o «sistema delle proposte verificabili», dove ogni grande paese propone il suo obiettivo volontario (quanto tagliare le emissioni) e poi si vedrà se l’ha rispettato. Ma questo, obiettano osservatori come Oxfam o il Wwf, ha senso per la Cina, l’India, il Brasile, che non hanno la responsabilità storica di un secolo emezzo di industrializzazione: e che in effetti ora si propongono di rallentare la propria curva di crescita delle emissioni, tagliando l’intensità di carbonio (la quantità emessa per unità di Pil), del 40% i cinesi, del 25% gli indiani. La posizione degli Stati uniti nel negoziato è sotto i riflettori. Ieri il senatore democratico John Kerry, primo firmatario della bozza di legge sulla protezione del clima che il Congresso Usa sta discutendo, ha tenuto un bel discorsetto, in uno dei tanti «eventi collaterali » di questi giorni. Belle parole – la scienza del clima è inequivocabile, è urgente agire. E alcune conferme. Primo: che un nuovo trattato sul clima non uscirà da questo vertice («qui uscirà un documento politico che permetterà nel 2010 di arrivare a un trattato»), ma questo era già noto. Gli Usa, ha aggiunto Kerry, «onorano il principio delle responsabilità comuni e differenziate » scritte nella Convenzione Onu sul clima, il documento del 1992 alla base politica di ogni negoziato -ma certo bisogna considerare che «nel 2020 le emissioni della Cina saranno del 40% più alte di quelle americane». Inoltre, «dobbiamo convincere il senatore dell’Ohio che le acciaierie del suo stato con perderanno posti di lavoro perché noi dobbiamo tagliare emissionimentre Cina e India non hanno obblighi». E’ stato Kerry a sottolineare anche l’altra verità risaputa di questo vertice: che un accordo serve a «dare un segnale al mercato. Una volta che c’è un target, le forze del mercato lavoreranno in quella direzione» - in direzione di veicoli che rispettino gli standard di efficenza energetica, energie rinnovabili, tecnologie che domani siano d’avanguardia. Certo non è la prospettiva di cui parlava Chavez, che ha tracciato un’equazione semplice: il capitalismo è responsabile del cambiamento del clima, la soluzione è il socialismo. Né la prospettiva del presidente boliviano Evo Morales, che all’assemblea plenaria ha chiesto che i paesi ricchi onorino il loro «debito climatico» nei confronti del Sud, per le risorse usate e l’atmosfera inquinata: ha proposto anche una corte internazionale di giustizia del clima. Ma diffícilmente simili proposte troveranno posto in un accordo, quale che sia, a Copenhagen.

 

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Clima, gelata cinese "Accordo impossibile" Difficoltà al vertice di Copenaghen, mentre arrivano i "big". La delegazione di Pechino fa sapere di non vedere spazi e suggerisce di chiudere il summit con una dichiarazione politica generica

Da Repubblica.it

COPENAGHEN - Gelo, nella notte, sul vertice di Copenaghen.

La delegazione cinese ha fatto sapere ai partecipanti di non vedere alcuna possibilità di raggiungere un accordo operativo in questa settimana; e ha suggerito di siglare il vertice con una "breve dichiarazione politica di qualche genere". Mentre i negoziati arrancano con pochi progressi, la Cina sembra aver già gettato la spugna ed escludere la possibilità di un'intesa. Nel rush finale del vertice, mentre arrivano i capi di Stato e di governo per cercare di siglare un nuovo patto sul taglio delle emissioni che provocano l'effetto serra, una fonte anonima ma che partecipa ai negoziati ha rivelato la nuova posizione di Pechino. Ma i negoziati continuano, con la speranza di un colpo di scena e di ottenere in due giorni quello che non si è risolto in due anni. La notizia deve essere confermata ufficialmente e qualche chiarimento si avrà oggi, quando a metà giornata è prevista la conferenza stampa del premier cinese, Wen Jiabao arrivato ieri a Copenaghen. Mercoledì, Wen Jiabao aveva detto che la sua presenza è un segno dell'importanza che Pechino attribuisce al summit. E domani sbarcherà nella capitale danese anche l'altro grande protagonista, il presidente Usa, Barack Obama, che partirà nella notte da Washington. Al lavoro per cercare di arrivare a un risultato positivo, Obama ha parlato nelle ultime ore al telefono con il suo omologo brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva, che interverrà oggi dinanzi al plenum. Ma lo scetticismo è ormai palpabile: i Paesi in via di sviluppo, guidati dalla Cina, hanno tra l'altro accusato la Danimarca di mancanza di trasparenza per aver utilizzato un linguaggio per l'accordo senza aver consultato tutte le parti in causa. Nelle prossime ore, mentre le delegazioni dei 192 Paesi affrontano la fase finale dei negoziati, scenderanno comunque dinanzi all'assise tutti 'pezzi da novanta': il premier britannico, Gordon Brown, la cancelliera tedesca, Angela Merkel, il capo di Stato francese, Nicolas Sarkozy, e il presidente iraniano, Mahmud Ahmadineyad.

(17 dicembre 2009)

 

 
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