Home arrow rassegna stampa arrow La "Carmen" dei lavoratori. Scontri davanti alla Scala
La "Carmen" dei lavoratori. Scontri davanti alla Scala PDF Stampa E-mail
marted́ 08 dicembre 2009

 di Laura Matteuccitutti

Da L'Unità dell'8 dicembre 2009

I lustrini le uova. Le pozzanghere che invadono piazza Scala e i piedi nudi sui tacchi a spillo di Valeria Marini. Gli slogan, le proteste, i petardi dei lavoratori della Fiat, e il vicepresidente John Elkann che entra trafelato senza commenti. E pure qualche manganellata della polizia. Alla fine ci sarà stato solo qualche tafferuglio sotto la pioggia battente, ma erano anni che il clima che accompagna l’ingresso dei soliti noti alla Prima della Scala non era così teso. Dietro alle transenne e ai cordoni di polizia ci sono centinaia di lavoratori dell’Alfa obbligati a traslocare a Torino, di Pomigliano, quelli della Lares che non vedono uno stipendio da 11 mesi, e quelli degli enti lirici di tutta Italia, tre anni senza contratto nazionale appesantiti dai tagli al Fus, il Fondo Unico dello Spettacolo. Forse è per non incappare in loro, chissà, che il ministro ai Beni culturali, Sandro Bondi, pur atteso non si fa vedere. Politici pochi, a coprire ogni assenza istituzionale il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. A cavalcare ogni assenza di buon gusto, invece, il direttore del Giornale, Vittorio Feltri: «C’è Napolitano, che da Botteghe Oscure alla Scala ha fatto un bel salto». Il presidente della Repubblica, nel frattempo, incontrando il sovrintendente della Scala Stephane Lissner, rassicura chi lavora nello spettacolo: «Non ho bacchette magiche né cordoni nella borsa, ma ciò che posso fare per il teatro, la musica e la Scala, lo faccio». Nel parterre, Marina Berlusconi, circa ottocento tra banchieri, imprenditori, stilisti, Francesco Saverio Borrelli e l’autore de Il codice Da Vinci, Dan Brown, il cui mito musicale, si scopre nell’occasione, è Dalla. Nel palco reale, le proteste di fuori suonano al sindaco Moratti come «effetto della crisi». E tutto il resto? Sarà che la Carmen di Bizet, ancor più nelle mani di Daniel Barenboim che dirige l’orchestra e della regista Emma Dante, è opera di forti contrasti. Ma non ci sono forse un tempo e un luogo come la Milano di oggi che più stridono con quello che sta andando in scena al Piermarini. Mentre dentro si applaude l’eroina che muore gitana e coerente con se stessa, con la sua vita «naturale» e nomade, con il suo disertare ogni forma di ipocrisia, fuori si celebra il contrario esatto, una città sempre più chiusa a qualsiasi alterità, orgogliosa dei suoi sgomberi di campi rom fuori dal vivere «civile» e «perbene», mentre la Lega accusa il cardinale Tettamanzi di «parlare solo dei rom», e lo etichetta come «Imam di Milano» (in sala intanto è presente anche il figlio di Gheddafi, Saif, che ha il titolo di «Spada dell’Islam»). Non ci sono, però, nemmeno un tempo e un luogo più adeguati, il tempo dei poveri e dei lavoratori stanchi: le operaie del tabacco sul palco che una regia rigorosa ha reso umane (nonostante qualche fischio dal loggione), come quelli che, fuori, urlano di sdegno per una vita in crisi. E poi c’è il tempo, questo sempre in auge, delle donne che vivono di una libertà che gli uomini non reggono: «Carmen non cederà. Libera è nata e libera morrà», canta la protagonista-rivelazione Anita Rachvelishvili. Chissà di tutto ques 08 dicembre 2009

 
< Prec.   Pros. >

page counter