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Una legge di iniziativa popolare presentata dalla Fiom Cgil PDF Stampa E-mail
venerd́ 27 novembre 2009

DEMOCRAZIA SINDACALE · 5 articoli per stabilire chi rappresenta il lavoro

Da Il Manifesto del 27 novembre 2009

Mancava da sempre, fin dalle prime lotte sindacali del dopoguerra. Per tre decenni il problema della «democrazia sindacale » era stato posto solo dai sindacati di base, i generale molto limitati da prassi e regole che concedevano a Cgil, Cisl e Uil un terzo dei delegati rsu ancor prima di procedere alle elezioni. Ora il problema viene posto da una categoriasimbolo dell’industria italiana: i metalmeccanici. Lo fa la Fiom-Cgil, che ha preso atto della rottura per ora irrecuperabile con Cisl e Uil (manifestatasi con due accordi separati consecutivi: uno, in gennaio, sulla «riforma del modello contrattuale», il secondo unmese, proprio sul contratto di categoria dei meccanici). Può farlo perché soltanto ora è accaduto che due sindacati minoritari (Fim e Uilm, affiancati dagli ancor meno importanti Ugl e Fismic) hanno siglato un contratto valido erga omnes, ma che nessuno dei diretti interessati potrà davvero approvare con un voto. Un precedente che potrebbe consentire a qualasiasi associazione datoriale di «scegliersi» l’interlocutore sindacale – anche fittizio – disposto a sottoscrivere il contratto che meglio si confà a quelle imprese. Alle spalle e sulla testa di chi dovrà poi subirlo. Lo schema di legge di iniziativa popolare sarà oggetto, da gennaio, di una campagna di raccolta firme sia nelle fabbriche che nei territori. Poi sarà presentata in parlamento. L’articolato della proposta è assai scarno, appena cinque articoli, proprio per evitare qualsiasi equivo interpretativo. Le linee di principio sono esplicitate nel breve preambolo: a) «il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori di eleggere in ogni luogo di lavoro, anche nelle imprese con meno di 15 dipendenti, una Rsu», il voto «personale, uguale, libero e segreto», con sistema «proporzionale puro a liste concorrenti»; si vota ogni tre anni, tra settembre e novembre; b) un «sistema per la certificazione della rappresentatività sindacale» dato «dalla ercentuale di voti nelle rsu e dal numero degli iscritti che versano regolari contributi sindacali» (basta con l’«autocertificazione » di ogni sigla); c) «efficacia e validità dei contratti colletivi e aziendali» sottoposta « a referendum»; anche le «ipotesi di contratti nazionali devono esser sottoscritte da organizzazioni che rappresentino nel loro complesso almeno il 40% dei lavoratori interessati»; d) ogni «ipotesi di modifica degli accordi quadro di riforma contrattuale», come quello del 15 gennaio 2009, «vanno sottoposti a referendum ». Normale democrazia, insomma. Fr. Pi.

 
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