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Lavoro, ricerca, sicurezza: nulla. In vendita i beni della mafia PDF Stampa E-mail
domenica 15 novembre 2009

 di Bianca Di Giovannitutti

Da L'Unità on line

«Questa finanziaria corrisponde al nulla, e anche il nulla ha un suo senso». Anna Finocchiaro in Aula fotografa lo stato della politica economica italiana al momento del primo sì alla manovra a palazzo Madama. Nessuna promessa mantenuta: né sulle tasse, né per gli alluvionati di Messina, né per i ricercatori dell’Università, né per la sicurezza e la giustizia (che si finanziano - udite - con fondi già loro). Eppure quel testo non è affatto una scatola vuota. Anzi, È il concentrato di una serie di mine vaganti, con effetti disastrosi per il Paese, dalle politiche sulla Difesa, a quelle anti (anti?) mafia. Un testo inefficace e pericoloso, costruito a suon di emendamenti (l’ultimo, l’omnibus del relatore, limato fino a ieri mattina) senza una strategia. Il plafond concesso ai senatori non supera i 300 milioni (da sottrarre ad altre voci). Una miseria. Dopo una guerra di nervi nervosa e persa in partenza, la maggioranza vara la manovra 148 sì contro 112 contrari, nessun astenuto. L’altra mina è tutta politica. L’ultima giornata di votazioni si è rivelata molto complicata per il governo, che di fatto è andato sotto per tre volte e si è salvato solo grazie alle astensioni (in senato si sommano ai no). In un clima carico di tensioni, soprattutto nei confronti del ministro dell’economia, a restare fuori dal testo è stata la sua creatura prediletta: la Banca del Mezzogiorno. Cassata «a malincuore» da Renato Schifani per ragioni regolamentari. C’è da scommetetre che tornerà alla camera. Ma il segnale è arrivato dritto-dritto nelle stanze di Via Venti Settembre. È da lì infatti che è partita la tagliola sugli stanziamenti. Anche su quelli minimi. Ai ricercatori dell’Università sono stati negati 80 milioni per 4.200 nuove assunzioni. «Uno scandalo», commenta Ignazio Marino. Il governo ha bloccato poi tutte le proposte dell’opposizione per la messa in sicurezza del territorio in provincia di Messina. No alla cedolare secca sugli affiti e agli aiuti agli inquilini. No alla limatura Irap, no a veri sgravi fiscali. La finanziaria resta light. «Una vera presa in giro», ripetono in Aula parecchi senatori, i fondi per il ministero dell’interno e della Giustizia. Dopo le rassicurazioni anche dei big del centrodestra (Maurizio Gasparri in testa) l’Economia ritaglia 100 milioni da un fondo istituito nella manovra dell’anno scorso proprio per finanziare giustizia e sicurezza. Una beffa. Quei 100 milioni, spuntati a ridosso della partita sul processo breve, non sono che una partita di giro. Alla Giustizia i soldi della Giustizia. Sono indignati i senatori delle Commissioni Giustizia e antimafia. Ma quella copertura resta. Non si cambia nulla. Ma i veri giochi pericolosi si fanno sugli immobili. Quelli della Difesa, che vengono sottratti al Demanio e affidati alla neo-costituita Difesa Spa. E quelli confiscati alla mafia. L’emendamento del relatore apre la strada alla vendita degli immobili confiscati alle organizzazioni criminali. Il ricavato sarà distribuito per il 50% al ministero dell'Interno per la tutela sicurezza pubblica e per il restante 50% al ministero della Giustizia per il potenziamernto degli uffici giudiziari. Una disposizione molto grave. A denunciarlo è don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione Libera. «Con questo emendamento viene di fatto tradito l'impegno assunto con il milione di cittadini che nel 1996 firmarono la proposta per la legge sull'uso sociale dei beni confiscati alla mafia e la loro restituzione alla collettività - dichiara don Ciotti - È un tragico errore vendere i beni correndo di fatto il rischio di restituirli alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come ci risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all'influenza dei clan». Indignate le reazioni dei senatori Laura Garavini e Giuseppe Lumia. «Si apre un varco pericoloso - dichiara la prima - i poteri di controllo dei prefetti sui possibili acquirenti sono molto deboli». «Rischiamo di fare un bel regalo ai caln - aggiunge Lumia - è la solita improvvisata che crea più problemi di quanti ne voglia risolvere. Il nostro no è serio e fondato. Abbiamo sempre sostenuto che i beni debbono diventare reddito per il loro riutilizzo sociale e produttivo. Ma questo compito va affidato ad agenzie specializzate». Tutti appelli caduti nel vuoto: i senatori hanno varato. Ora la partita passa alla Camera, dove il tesoro potrebbe allentare i cordoni della Borsa. Stando almeno alle promesse. E soprattutto infilare di nuovo la Banca del mezzogiorno. 13 novembre 2009

 
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