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Ilo, l'allarme sui salari "Crescita sottozero nel 2009" PDF Stampa E-mail
mercoledý 04 novembre 2009

Le previsioni del Report dell'Organizzazione internazionale del lavoro

Le buste paga svuotate dalla crisi e dalla riduzione delle ore lavorate 

Da repubblica.it

ROMA - I salari reali continueranno a ridursi nel corso dell'anno, dopo il rallentamento già subito l'anno scorso a causa della crisi economica. Lo sostiene l'Ilo, Organizzazione internazionale del lavoro, il cui rapporto 'Global Wage 2009' sarà discusso dal consiglio di amministrazione in programma a Ginevra dal 5 al 20 novembre. In quell'occasione si valuterà anche lo stato dell'attuazione del Patto globale per l'occupazione adottato a giugno dalla Conferenza internazionale del lavoro. Secondo l'ultimo rapporto dell'Ilo, nel 2009 la situazione dei salari peggiora malgrado i segnali di ripresa dell'economia. Lo studio evidenzia infatti che nella metà dei 35 paesi selezionati in cui sono disponibili i dati, i salari reali mensili si sono ridotti nel primo trimestre del 2009 rispetto alla media del 2008, molto spesso a causa della riduzione delle ore di lavoro. Questa situazione, secondo l'Ilo, si aggiunge all'eredità già difficile lasciata dal 2008. Nei paesi per i quali vi sono dati disponibili, la crescita dei salari reali medi (rilevati nel paese 'mediano' dell'insieme dei paesi) si è ridotta dal 4,3% del 2007 all'1,4% nel 2008. Tra i dieci paesi del G-20 per i quali i dati erano disponibili, invece, la crescita dei salari reali medi nel paese mediano è scesa dall'1% nel 2007 al -0,2% nel 2008. "Il continuo deteriorarsi dei salari reali a livello globale - sostiene Manuela Tomei, direttrice del Programma dell'Ilo sulle condizioni di lavoro e occupazione - pone una serie di interrogativi sulla reale entità della ripresa economica, specialmente se i governi interrompono troppo presto i piani di rilancio. La deflazione dei salari priva le economie nazionali della domanda necessaria e incide negativamente sulla fiducia". Secondo la ricercatrice, "i salari minimi, il dialogo sociale e la contrattazione collettiva rappresentano gli strumenti per evitare le spirali deflattive dei salari e il loro impatto negativo sulla società".

(3 novembre 2009)

 

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 LAVORO · Il rapporto Onu lega deflazione salariale e crisi globale Stipendi a picco, economie fragili

Da Il Manifesto del 4 novembre 2009

Francesco Piccioni

Se c’è una cosa che sparisce dai media durante una crisi economica è proprio l’elemento che potrebbe limitarne i danni: il salario. E non scompare solo dalle notizie; letteralmente evapora anche dalle tasche dei percettori (i lavoratori dipendenti). In effetti ce ne siamo accorti un po’ tutti, da qualche anno a questa parte. Mancava la conferma «scientifica», che arriva ora da uno studio pubblicato ieri dall’International Labour Organization dell’Onu (Ilo). Il testo – Rapporto sul salario mondiale: aggiornamento 2009 – non lascia spazio all’ottimismo di maniera. La «crescita reale» dei salari (il potere d’acquisto, non la quantità di moneta) era già «rallentata drammaticamente» nel corso del 2008; quest’anno andrà peggio. Non bastano infatti i fumosi «segnali di ripresa economica» per risollevare la domanda solvibile di beni. Anche perché «l’attuale deterioramento dei salari viene a seguito di un decennio di moderazione salariale», prima della crisi. Anzi, «il continuo peggioramento dei salari reali nel mondo fa seriamente aumentare le domande sulla effettiva estensione della crescita economica, specie se i governi interromperanno troppo presto le misure di stimolo. La deflazione salariale, infatti, priva le economie nazionali della necessaria domanda e incide negativamente sulla fiducia». Tradotto per i liberisti di casa nostra: se i potenziali compratori dimerci non hanno un soldo in tasca, i vostri incrementi di produttività e il taglio dei costi di produzione produrranno un risultato opposto: ovvero più crisi. Per l’Ilo si tratta di un sostegno diretto al tentativo di far applicare il «Patto globale per il lavoro» approvato in giugno: una serie di misure a sostegno dell’occupazione che i governi sono sollecitati a mettere in atto. E non sembra perciò sorprendente che l’istituto dell’Onu concordi sulla necessità di fissare un «salariominimo» a un livello relativamente alto. Su 86 paesi che hanno messo i loro dati a disposizione, infatti, quasi la metà ha aumentato il salario minimo a un tassso superiore a quello dell’inflazione. Risultato: il salario minimo è «un importante strumento politico per la protezione sociale», se accompagnato da altre misure (sostegno a reddito, riduzione delle tasse sul lavoro). Fino a descrivere unmix di politiche efficaci: «i salari minimi, il dialogo sociale e la contrattazione collettiva rappresentano gli strumenti per evitare le spirali deflattive dei salari e il loro impatto negativo sulla società». Non sembra proprio il ritratto dell’Italia sacconian-berlusconiana, vero? Anche il tema del legame «tra salari e produttività» viene in questo studio declinato inmaniera molto diversa da quel che suggerisce Confindustria. «Le società dovrebbero esser capaci di guadagnare in competitività mediante un incremento della produttività, invece di perseguire la compressione del costo del lavoro». Per questa via, infatti, oltre a calare la domanda, aumentano le inegualianze e le tensioni sociali. Del resto, solo venti giorni fa, la stessa Ilo aveva trovato un «compagno di strada» insospettabile: l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). In quel caso il tema era la precarietà contrattuale. I due enti concordavano nel registrare, nel corso degli ultimi 20 anni, un aumento del peso del commercio sul Pil mondiale (dal 30 al 60%). Un cambiamento così grande non ha però avuto nessun effetto – ancora una volta al contrario di quel che recita il pensiero liberista di casa nostra – sul lavoro: oggi come a metà degli anni ’80, infatti, il «lavoro informale» (precario o in nero) continua a pesare per il 60% dell’occupazione globale. Anzi, i paesi che più di altri indulgono nel tollerare (o favorire) la precarietà del lavoro pagano un prezzo pari a circa il 2% del Pil. A buon diritto perciò, persino il Wto consigliava ai diversi paesi di «stabilizzare il lavoro». Non tanto per una questione di «giustizia sociale», quanto perché «l’economia informale rappresenta un ostacolo alla costruzione del valore aggiunto della produzione e alla competizione globale». Ci guadagnano anche gli stati, che raccolgono più entrate fiscali da poter usare per «mitigare gli shock esterni». Ossia per «stimolare l’economia» quando – come ora – arriva la crisi. «I comunisti» sono arrivati a comandare il Wto?

 
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