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Il potere non proprio terra terra PDF Stampa E-mail
marted́ 03 novembre 2009

 di Josè Bovè

Da L'Unità on line

Essere contadino non è una professione, non è un mestiere. È un modo di vivere. Il sistema economico capitalistico ha trasformato milioni di americani ed europei in consumatori schiavi dell’industria agroalimentare e dipendenti al 100% dal salario che devono procurarsi per riempire dispense e frigoriferi. I contadini, che producevano in primo luogo per nutrire le proprie famiglie e le città e i villaggi dei dintorni, sono scomparsi. Scomparsa anche la reale forma di autonomia che essi avevano saputo conservare rispetto all’economia di mercato, dove tutto si compra e si vende. I nuovi salariati obbediscono ora alle ingiunzioni dei superiori gerarchici in un sistema produttivo che non ha niente di democratico e più niente di autonomo. Non facciamo idealismi. La vita nelle campagne era dura; il lavoro fisico sovente faticoso. I periodi di penuria e di vacche magre nonerano rari, anzi.Mala miseria era meno violenta e meno ripugnante che nelle immense bidonville che oggi circondano le enormi megalopoli del Sud del mondo. L’agricoltura industriale, che si è sostituita all’agricoltura contadina e familiare nelle regioni del Nord, mostrauna faccia sempremenosimpatica. Nella sua scia scompare la biodiversità; le varietà vegetali coltivate, conservate e migliorate da generazioni di contadine e contadini, svaniscono. Le razze animali rustiche, adattate a determinati territori e condizioni geografiche, lasciano il posto a macchine da latte come le vacche Holstein oa fissatori di proteine vegetali come i polli ibridi. Le immense distese a monocoltura favoriscono lo sviluppo di insetti parassiti e di malattie che possono essere vinte solo da molecole chimiche inquinanti e persistenti. La specializzazione delle regioni, alcune concentrate sugli allevamenti intensivi senza terra, altre sulla produzione intensiva di derrate vegetali, provoca l’impoverimento dei suoli e crea le condizioni dell’erosione che già colpisce milioni di ettari. Le falde freatiche, inquinate dai pesticidi, si esauriscono. L’agricolturamoderna è irrimediabilmente produttivista. Considera inutile tutto quello che non serve ad aumentare le rese. L’acqua dei fiumi è lì solo per irrigare milioni di ettari di colture industriali. I pesci possono aspettare le prime piogge dell’autunno. Il petrolio è indispensabile per far andare macchinari sempre più giganteschi, per produrre l’azoto necessario alla folgorante crescita e al grande appetito delle piante ibride, per trasportare prodotti agricoli da un capo all’altro del pianeta. Le distruzioni sociali e ambientali provocate dall’agricoltura industriale non possono essere nascoste sotto il tappeto. Sonodiventate unodei pericoli che minacciano le nostre società. E, quel che è ancor peggio, la tecnologia e il liberismo economico non sono riusciti a debellare il flagello della fame e della malnutrizione. Malgrado le promesse dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, quelle dei capi di Stato delle potenze occidentali e dei dirigenti delle multinazionali, il numero di malnutriti cresce di anno in anno. Da decenni le organizzazioni contadine di tutto il mondo hanno constatato questo fallimento. Che le ha spinte a incontrarsi e a riunire le forze, creando un movimento internazionale, La Vía Campesina, capace di mettere in questione il modello di sviluppo economico imposto da Banca Mondiale, FondoMonetario Internazionale, Omc. IL VALORE DELLA NONVIOLENZA Nata nel 1992 da un incontro organizzato in America centrale, Vía Campesina ha assunto un ruolo importante fra le organizzazioni della società civile internazionale. In meno di quindici anni, Vía Campesina è riuscita a diventare un’Internazionale Contadina, indipendente dalle ideologie politiche occidentali e da appartenenze religiose. Riunisce in federazione organizzazioni contadine di paesi del Nord e del Sud del mondo, che non si considerano antagonistemaanzi alleate e attiviste per la stessa causa. I contadini, del Belgio come del Mali, della Bolivia come dell’Indonesia, sono uniti nella critica del produttivismo agricolo e nella difesa della produzione agricola familiare e contadina. Vía Campesina ha dato, per la prima volta nella storia, una voce globale ai movimenti contadini e rurali del pianeta. Annette Desmarais mostra come quest’espressione si sia costruita a poco a poco, a partire dalle convinzioni e dalle idee delle contadine e dei contadini, quelli a cui troppo spesso governanti, tecnocrati,Ongo partiti politici avevano rubato la parola, accaparrandosela, esprimendosi a loro nome e al loro posto per imporre loro un futuro che essi non volevano. La comparsa di Vía Campesina è un fenomeno di fondamentale importanza, le cui conseguenze sono ancora difficili da valutare. I contadini e le contadine del pianeta sono tuttora oltre il 60% della popolazione mondiale. Le lotte che hanno deciso di condurre sono prima di tutto di natura politica e sociale. Rivendicano unutilizzo giusto dei beni comuni: la terra, l’acqua, i semi. Esigono che le politiche commerciali internazionali smettano di arricchire una minoranza di azionisti e siano ripensate per permettere un miglioramento reale delle condizioni di vita nelle campagne e nelle zone rurali. Propongono un progetto globale, la sovranità alimentare, che permetterà agli Stati di proteggere il settore agricolo nazionale, evitando però le misure che possano danneggiare le popolazioni rurali di altri paesi. Vía Campesina rifiuta la privatizzazione del vivente e l’appropriazione delle specie animali e vegetali da parte di multinazionali o di Stati; chiede il riconoscimento dei saperi indigeni e contadini. Il radicalismo di Vía Campesina va oltre. La nonviolenza attiva èunvalore centrale nella sua azione. Le tante organizzazioni che ne fanno parte non esitano a manifestare, occupare terre, sradicare piante transgeniche, bloccare importazioni,manon cedonoalla tentazione di ricorrere alle armi e alle azioni di guerriglia per raggiungere gli obiettivi che si sono prefissati. Questa scelta non è scontata, nei paesi - e sono numerosi - dove le diseguaglianze sociali sono enormi e i governi sono tutto fuorché democratici. Ogni anno, compagni di lotta, donne e uomini, sono arrestati e imprigionati, altri sono uccisi dall’esercito, dalla polizia, da pistoleros, da sicari senza scrupoli; e ogni anno altre donne e altri uomini esconodall’anonimato, per prendere il loro posto e continuare la lotta per la dignità. Questo impegno quotidiano e determinato obbliga al rispetto e offre un po’ di speranza. 03 novembre 2009

 
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