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TREMONTI-DRAGHI · Due opposti programmi (e blocchi di potere) di politica economica PDF Stampa E-mail
venerd́ 30 ottobre 2009

 Duello sul dopo-crisi

Da Il Manifesto del 30 Ottobre 2009

Francesco Piccioni

Se i toni fossero sostanza avrebbe ragione chi parla di gentlemen agreement tra Mario Draghi e Giulio Tremonti, saliti a turno sul palco della Giornata mondiale del risparmio, ieri, a Roma. E a poco è servito che Draghi «saltasse» nella lettura le 4-righe-4 dedicate allo «scudo fiscale («è opportuno un intervento interpretativo che dissipi ogni incertezza sugli obblighi di segnalazione delle operazioni sospette da parte degli intermediari », visto che «durante i periodi di crisi» imprese e sistema finanziario «sono più esposti al rischio di infiltrazioni criminali»). I due duellanti restano su barricate opposte, quanto a politica economica. E rispondono a blocchi sociali differenti: da un lato l’arcipelago dell’ex «piccolo è bello» (soprattutto del Nord), dall’altro le imprese-mondo (a cominciare dalle principali banche, vista la struttura del capitalismo italiano). Il primo si può perciò permettere qualche venatura populista,mentre il secondo deve far valere l’asettica potenza dei grandi numeri e della teoria economica fin qui prevalente: il neoliberismo. Il primo punto di attrito è sulle banche. Tremonti le vuole «vicine al territorio », perché «non si può avere un sistema bancario orientato soprattutto sulla grande industria quando la forma predominante è lamedia o piccola impresa». Per Draghi – che delle banche è «il tutore» – dovrebbero invece «destinare un ammontare significativo di risorse al [proprio] rafforzamento patrimoniale».Mentre il loro sostegno alle imprese dovrebbe essere «intelligente, prudente, selettivo». Q. b. Tremonti interpreta a suo modo il ruolo del dissacratore delle certezze teoriche entrate in crisi con l’esplodere della bolla finanziaria, fino a descrivere le grandi istituzioni sovranazionali come una congrega di gente che si muove a tentoni («Non c’è ancora un’exit strategy in Europa. Alcuni paesi hanno aumentatomolto le imposte, altri le hanno abbassate; alcuni hanno fatto tutte e due le cose insieme»). Come dire: nessuno può dare lezioni. Anzi, persino sul debito pubblico «la posizione dell’Italia è più solida rispetto a regno Unito, Olanda, Spagna, Irlanda ». E’ vero, ammette, la crisi c’è; ma «la sua fenomenologia è in continuo divenire, un po’ come in videogame». Insomma: navighiamo a vista. Come tutti gli altri e qualche volta meglio (gli «italiani sono più furbi», ci si aspetta di sentir dire). Draghi ha un’altro ruolo – è governatore della Banca d’Italia e presidente del Financial Stability Board, che cerca di elaborare nuovi standard per la finanza globale – e un’altra esperienza operativa (ex presidente del Comitato per le privatizzazioni in Italia e poi vicepresidente di Goldman Sachs). I videogames, probabilmente, non li ha mai visti da vicino. E davanti alla crisi pensa si debbanomettere in pratica le ricette studiate e applicate nella sua carriera. E che meglio rispondono alla necessità (agli interessi) di rimettere in moto la faccia «virtuosa» della globalizzazione. E quindi la «crisi globale si è arrestata»,ma «siamo meno sicuri che si stia effettivamente avviando una rirpesa duratura che non poggi solo sul sostegno straordinario delle politiche economiche». Evento difficile, specie se negli ultimimesi di quest’anno si registreranno «ulteriori perdite di occupazione ». Gli stati hanno messo mano alla tasca (dei contribuenti presenti e futuri) e impedito che il sistema lobale grippasse. Ma ora si tratta di far camminare di nuovo con le sue gambe lo zombie dell’economia. Se ce la fa (di questo anche Draghi dubita). Non a caso il tema che agita più spesso è quello delle «riforme per riportare il paese, negli anni a venire, su ritmi sostenuti di crescita». E sottolinea anche la svolta a 180 gradi tra quel che prescrive ora («affrontare le debolezze strutturali») e quel che auspicava un anno fa («sostegno alla domanda e ai redditi delle fasce più deboli»). Una delle «riforme», anche se stavolta non l’ha nominata, riguarda ancora una volta il sistema pensionistico, con il prolungamento dell’età lavorativa. Lo si capisce indirettamente, dal mettere le mani avanti da parte di Tremonti: «il sistema pensionistico italiano è fra i più stabili d’Europa», anche se «non è un sistema ottimo». La traduzione non è complicata. Attaccare di nuovo le pensioni – nel climapre- elettorale creato dalla debolezza strategica di Berlusconi sul piano interno e ancor più su quello internazionale – sarebbe unamazzata per il consenso elettorale al centrodestra (così come lo era stata per il centrosinistra la «riforma degli scalini», nel luglio 2007).Draghi – e ilmondo che la sua visione rappresenta – non ha problemi di consenso elettorale. Chi vive solo del proprio lavoro non può davvero individuare, su questo ring, un «campione» per cui fare il tifo

 
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