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IL CASO VIDEOCON · Incontro al ministero per l’azienda di Anagni: quattro proposte PDF Stampa E-mail
mercoledì 28 ottobre 2009

 Imprenditore cercasi

Da Il Manifesto del 28 Ottobre 2009

Vincenzo Serra

ROMA Quel che è certo è che,malgrado un telepresidente del consiglio, di televisori ad Anagni non se ne produrranno più. Le energie rinnovabili non sono una priorità per questo governo,ma visto che le regionali incombono, qualcosa si farà per assegnare i soldi a fondo perduto - 60 milioni - già stanziati e congelati. Al ministero dello sviluppo economico, i sindacati confederali e di base hanno illustrato ieri la grave situazione in cui versa la Videocon, multinazionale indiana che minaccia di mettere sulla strada 1350 lavoratori. Per la riconversione del sito di Anagni, che la famiglia indiana Dhoot intende dismettere, sono state avanzate 4 proposte (Keimat, Pugliese, un consorzio di imprenditori del frusinate, e una società guidata dal presidente dell'Unione industriali di Roma). I 60 milioni a fondo perduto e agevolato andranno al miglior progetto di riconversione alle energie rinnovabili. Il tavolo è stato riaggiornato al 17 novembre per verificare la fattibilità dei progetti presentati, mentre la cassa integrazione in deroga continuerà fino a marzo. Chiude la Videocon, il terzo produttore del tubo catodico in Europa, la fabbrica più grande del frusinate fino all’arrivo della Fiat, con 2500 tra operai, ingegneri e tecnici (oggi ridottisi a 1350) più altrettanti per l’indotto. È quasi paradossale: un capitale umano che ha prodotto tecnologia e centinaia di brevetti, che chiude nell’era della civiltà della televisione fattasi politica. Non per colpa della globalizzazione, ma di scelte di mercato sbagliate, quando non di interessi speculativi causati anche da lentezze elefantiache della politica. Con il sindacato che, spesso senza poteri formali, si è trovato a dovere dirimere questioni serissime come quella dei dazi doganali dall’India e dall’oriente. La vicenda inizia con la dismissione da parte della Thomson del marchio Nordmende: vari stabilimenti vengono ceduti - per di 180 milioni - alla indiana Dhoot. La famiglia Dhoot è una multinazionale con interessi diversificati, dall’estrazione di petrolio, ai telefoni, condizionatori e televisori. Con la Videocon industries, società con sede nel paradiso fiscale Cayman e con un fatturato totale di 3 miliardi, vuole espandersi in occidente. Nel rilevare la piattaforma di Anagni e investire in Europa chiede finanziamenti comunitari attraverso la Digital Dispay Device, emanazione della casa madre Videocon industries. L’amministratore delegatoMarco Padella ha gestito il traghettamento tra le due multinazionali, tanto da essere chiamato dagli operai che non ci vedevano chiaro, «dalla Padella alla brace », quasi premonitori. Nel luglio 2007, Padella dichiarava ad Affari e Finanza che ad Anagni era in fase avanzata la riconversione dal catodico alla flat tv plasma, con investimenti di 300 mln (nonostante il progetto fosse già perdente rispetto ai cristalli liquidi). Il grande investimento, da 700 milioni di euro, era invece destinato al nuovo polo industriale per LCD di Rocca d’Evandro, nel casertano, dove fu acquistato un vasto terreno per costruire la nuova fabbrica. Ma la riconversione di Anagni non c’è mai stata, e anche i lavori per lo stabilimento di Rocca d’Evandro si sono fermati subito, in seguito alla questione dei dazi doganali. Di questo miliardo di investimenti richiesti nel 2005 alla Ue, il ministero dello sviluppo economico insieme a Sviluppo Italia ha stanziato 230 milioni. In realtà agli indiani interessa solo la rete commerciale per l’Europa: producendo lo schermo Lcd in Slovenia, lo riempiono con l’elettronica orientale, e poi lo riportano in Europa senza pagare dazi doganali e facendolo passare, come la legge gli consente, per prodotto europeo Nordmende. Così inizia la destrutturazione del sito: Anagni non serve più per la produzione di televisori, ma solo per il carico-scarico merci, che continuano ad arrivare in grandi quantitativi. E arriviamo a oggi: l’esasperazione è palpabile tra i lavoratori. Senza soluzioni credibili, assicurano, torneranno a farsi sentire.

 
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