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Ancora sul 23 Ottobre PDF Stampa E-mail
lunedì 26 ottobre 2009

Image Lo sciopero del 23 Ottobre ha rappresentato un momento importantissimo nella ripresa generale del conflitto nel nostro paese. Riunificare le lotte è infatti uno degli obiettivi del sindacalismo di Base.

Per questo motivo riproponiamo due articoli pubblicati il 24 Ottobre su Il Manifesto, che a nostro avviso rappresentano e disegnano in modo chiaro ed obiettivo ciò che è stato lo sciopero del 23 e soprattutto ciò che da quella giornata dovrebbe emergere in termini sindacali.

SCIOPERO GENERALE · È riuscita la difficile prova di piazza del sindacalismo di base C’è chi dice no, io non ci sto «Blocco di licenziamenti e sfratti, reddito minimo, aumenti salariali»

Da Il Manifesto del 24 Ottobre 2009

Fr. Pi. ROMA

La prova del budino si fa mangiandolo, quella del radicamento sociale scendendo in piazza. Anche stavolta la prova è riuscita, nonostante i timori per una situazione sociale difficile e le previsioni di pioggia torrenziale sulla capitale. Circa centomila persone hanno partecipato alla manifestazione nazionale organizzata dal «patto di base», ossia da RdBCub. Cobas, SdL intercategoriale, Snater e altre sigle meno note. Quasi due milioni invece, sarebbero i lavoratori che hanno incrociato le braccia in tutta Italia. Difficile come sempre confrontare le diverse cifre date da sindacati e aziende, ma alcuni dati sembrano incontrovertibili. Molte scuole e uffici pubblici sono rimasti completamente chiusi, così come molti problemi si sono registrati nel trasporto pubblico locale. A Roma, per esempio, l’Atac ha minimizzato la percentuale di bus rimasti nei depositi. Ma il Comune ha dovuto aprire i varchi ztl alle automobili private per sopperire al bisogno di mobilità. L’Alitalia aveva invece previsto su Fiumicino la cancellazione di soli 6 voli, durante le 4 ore cui era stato ridotto lo sciopero dall’intervento autoritario del ministro Matteoli. Non aveva fatto i conti con il personale di terra, cosicché poi sono stati 17 in partenza e 13 in arrivo, più altri 8 a Bologna, quelli effettivamente cancellati. La piattaforma rivendicativa è piuttosto nutrita: si va dalla richiesta di un blocco immediato dei licenziamenti alla riduzione di orario di lavoro a partità di salario; dal «no» ai tagli sulla scuola pubblica al reddito minimo garantito per tutti. Su questo punto, intorno alle 15, alcune centinaia di precari ha manifestato anche sotto le finestre del ministero dell’economia. Non si tratta di un «classico» obiettivo sindacale, ma del rsto il sindacalismo di base si caratterizza per un’attenzione molto alta al «sociale»; e non teme di esplorare terreni limitrofi a quelli del lavoro dipendente, come l’instabile precarietà propria della metropoli. Sarà un caso, ma un solo partito (Rifondazione) ha aderito ufficialmente alla manifestazione, con il segretario Paolo Ferrero che ha sfilato fino a piazza S. Giovanni. Soddisfatti, alla fine, i coordinatori nazionali delle tre pincipali sigle costituenti il «patto». Per Pierpaolo leonardi, dell’RdB-Cub, «lo sciopero generale di oggi è pienamente riuscito, con un'alta adesione nel trasporto pubblico locale, nella scuola e nella pubblica amministrazione. E rappresenta per ora l'unica concreta risposta di massa in grado di rompere la solitudine operaia ». Per Fabrizio Tomaselli (SdL), «questa presenza di tanta parte del mondo del lavoro in lotta, rende ancora più evidente il bisogno di accelerare il percorso verso un sindacato di base unitario, alternativo, indipendente e conflittuale, in grado di raccogliere le istanze di tutti i soggetti che si muovono fra lavoro e non lavoro, il sindacato che serve alla gente». «L'anno scorso abbiamo sfilato gridando 'noi la crisi non la paghiamo’ – ha ricordato Piero Bernocchi, portavoce Cobas – Purtroppo a tutt'oggi la crisi è stata pagata solo dai lavoratori, e non dai banchieri, dagli industriali e dai mafiosi che l'hanno determinata. Ma quello slogan deve diventare realtà. Per questo oggi ci sono tanti i lavoratori in piazza, anche se fare uno sciopero è una mazzata economica: è indispensabile unificare le lotte contro la sordità sia del governo che dell'opposizione». Un grande pezzo di corteo è stato animato dal «mondo della scuola», sia precari che personale di ruolo. Nel pomeriggio si sono dati appuntamento davanti al ministero della Gelimini, «assediandolo» ancora una volta. Deludente stavolta, invece, la partecipazione degli studenti, mentre l’anno scorso – in piena «onda» – avevano dato un segno forte alla giornata del 17 ottobre. Visibilissimi i dipendenti della sanità e in generale del pubblico impiego, Come sempre applauditissimi i vigili del fuoco, che si muovono dando l’idea di un «corpo» molto solidale e abituato a lavorare come un collettivo organizzato scientificamente. I metalmeccanici erano rappresentati soprattutto da Pomigliano d’arco e dalla Videocon di Anagni, che poi sono tornati ad occupare l’autostrada del Sole. AMilano oltre 4.000 persone, tra lavoratori aderenti alla Cub, precari della scuola e studenti, hanno sfilato fin sotto il provveditorato agli studi. Corteo dei precari anche a Palermo. Forse è presto per dire che è nato il «quarto sindacato». Di sicuro, però, se ne comincia a intravedere la forma.


COMMENTO L’unità necessaria che sta nelle cose

Francesco Piccioni

Da Il Manifesto del 24 Ottobre 2009

Erano molte le nubi, ieri, aleggianti sullo sciopero dei sindacati di base.Non solo metereologiche. La piazza – e la rilevante astensione dal lavoro – le ha alquanto diradate. Non disperse, naturalmente. I temi dominanti, al momento, sembrano due. La crisi economica accelera la polverizzazione sociale, frantuma aziende, distretti, strutture,modi di vita e ambiti territoriali. Il sindacato confederale, dopo l’accordo separato sulla «riforma del modello contrattuale», è a questo punto drasticamente scisso tra un’ala «complice» con Confindustria e governo – Cisl e Uil, più i finti emarginati dell’Ugl – e la più grande organizzazione di massa ancora esistente nel paese: la Cgil. Che è a sua volta attraversata da un vasto spettro di posizioni. Semplificando troppo, tra chi è è tentato di «rientrare nel gioco» concertativo – anche se per la «concertazione » è stato stilato il certificato dimorte – e chi, come ancora ieri il vertice della Fiom, ritiene che quel modello «non si può emendare, bisogna scardinarlo e noi dobbiamo costruire insieme alla Cgil un sistema alternativo». La ricomposizione di un blocco sociale – prima ancora che politico-elettorale – passa per la capacità di costruire unità innanzitutto tra i lavoratori, le giovani generazioni, le mille figure sociali che fin qui hanno vissuto individualmente gli effetti della crisi. In simili frangenti, avanza chi è capace di mettere seriamente l’interesse dei «rappresentati » davanti a quello delle sigle che se ne contendono la rappresentazione. Dopo 30 anni passati a fare i «bastian contrari», i sindacati di base – se arriveranno a definirsi come soggetto unitario – hanno ora l’occasione storica di andare in gol. Il secondo tema è già sul tappeto da tempo: serve una legge sulla rappresentanza sindacale. Fin qui la Cgil aveva glissato sul tema, confidando sulla propria consistenza organizzativa e sulla prassi consolidata. Dopo il 15 aprile non è più così. Se n’è accorta per prima la Fiom, che ha sperimentato – da organizzazione largamente maggioritaria tra i metalmeccanici – la firma di un ridicolo «contratto» che affida alla controparte (le imprese) il riconoscimento della titolarità a trattare su salario e regole valide erga omnes. Prima il tema era stato posto solo dai «reietti» dei sindacati di base. Ora è un tema centrale per la democrazia sindacale in questo paese. Ovvero per la democrazia tout court.

 
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