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CENSIS · Una ricerca sulle aziende internazionalizzate Il salario globale batte quello italiano PDF Stampa E-mail
marted́ 13 ottobre 2009

Da Il Manifesto del 13 ottobre 2009

Francesco Piccioni

ROMA Isalari dei lavoratori italiani sono bassi. Su questo anche il presidente di Confindustria, EmmaMarcegaglia, è d’accordo (lo ha detto ieri a Trieste). Solo che vorrebbe legare il loro aumento a quello della produttività. Ma quest’ultima dipende solo dagli investimenti delle imprese (più innovazione tecnologica, uguale più prodotto per unità lavorativa); che da anni, in Italia, si sono abituate a ritagliarsi margini di profitto riducendo i salari, senza investire granché. Un meccanismo ormai impotente, perché molto al di sotto di livelli attuali non si può andare (si distruggerebbe il mercato interno), senza peraltro guadagnare in «competitività» rispetto alla produzione cinese o dell’est europeo; ma neanche rispetto alla Germania. In molti guardano perciò perplessi al sistema di regole contrattuali che – secondo la vulgata governativa e confindustriale – «ingessano» la «remunerazione del lavoro». Perplessità opposte arrivano anche dagli stessi lavoratori, o da molti sindacalisti, che misurano quanto sia calata la quota di ricchezza destinata al salario, soprattutto a partire dagli accordi del luglio ’93 (oltre il 10%). Dalle «rigidità» attuali si può insomma uscire in due direzioni. Verso il basso, tra deregulation e aziendalizzazione dei contratti, se si segue la strada della «riforma del modello contrattuale » siglata con accordo separato all’inizio dell’anno tra imprese, governo e Cisl-Uil-Ugl. Verso l’alto, se si guarda a quanto la stessa globalizzazione ha prodotto negli ultimi anni. Questa seconda linea di ragionamento è stata proposta dal presidente del Censis, Giuseppe De Rita, nel presentare – ieri, nella sede dell’Istituto del commercio estero – la ricerca condotta per conto dell’Eri-Gradus su circa 300 imprese italiane «internazionalizzate». Queste aziende non sono quelle della «fase selvaggia», quando si delocalizzava per risparmiare sul costo del lavoro. «Molte di quelle – spiega De Rita – sono fallite lo stesso», per asfissia progettuale. No, queste sono le imprese che si sono inserite stabilmente nel flusso del commercio globale; si occupano di logistica, catene commerciali, finanza, ecc. Volano insomma in altri cieli, rispetto alle dinamiche condominiali prevalenti nel nostro paese. A guardarle da vicino, sono imprese davvero strane. Pagano molto meglio i loro dipendenti (e fin qui non ci sono sorprese, prevedendo quasi sempre uno spostamento di lungo periodo in altri paesi), li tutelano meglio sul piano sanitario; soprattutto li assumono a tempo indeterminato, facendo ricorso ai contratti «atipici»in modo così risicato (3,4%) da far pensare che siano destinati a funzioni molto particolari. Meglio: ottengono dai loro dipendenti un rapporto più «collaborativo», ne valorizzano (e ricompensano) le competenze in misura tale da concretizzare finalmente in modo positivo anche il fantasma ideologico del «merito». La globalizzazione, in effetti, sta rimodellando il «sistema salariale internazionale » in direzione di una «paga di posto uguale per tutti i dipendenti, da qualsiasi parte del mondo provengano » (trattandosi di un processo in corso, vanno comunque fatti gli opportuni aggiustamenti per tener conto delle differenze esistenti). Ovvio che le posizioni di vertice – dirigenziali o specialistiche, come gli ingegneri petroliferi – ricevano retribuzioni grosso modo simili dovunque esercitino il loro impegno. Ma anche nelle altre «posizioni lavorative» si va ormai configurando un insieme di caratteristiche che hanno reso possibile l’elaborazione di un Global Salary Calculator (l’apporto specifico della Eri Gradus) che copre quasi 10.000 qualifiche in 193 paesi. Il contesto economico globale preme insomma anche sulla struttura del salario italiano. Il «modello di impresa efficiente», però, delinea una direzione opposta a quella che anche la Marcegaglia concorre a delineare («flessibilità » come precarietà del posto, bassi salari, ecc). Non sarà facile, però, reimportare in Italia pratiche salariali in sviluppo globalmente. Le imprese che «tengono» anche nella crisi, infatti, sono quelle che si sono lasciate il problema del costo del lavoro alle spalle. Quelle che politicamente pesano in Italia, invece, lo vedono come l’unico limone da poter spremere ancora.

 
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