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Sciopero FIOM dei metalmeccanici PDF Stampa E-mail
sabato 10 ottobre 2009

Riesce lo sciopero dei metalmeccanici proclamato dalla Fiom Cgil. Battuta la paura, nonostante le fabbriche già semivuote per i tanti in cassa: 250.000 in cinque diversi cortei, da Milano a Palermo. A Roma si sfila sotto la Rai: «Basta parlare soltanto di Berlusconi, ci siamo anche noi». Federmeccanica attacca: «Ha aderito solo il 13%». Rinaldini: «Il contratto separato non passerà nei luoghi di lavoro»

Da Il Manifesto.it

Dovranno fare i conti con noi

 

Manuela Cartosio

MILANO «Diamo un consiglio al presidente del consiglio», dice Gianni Rinaldini imboccando l’ultima curva del suo comizio in piazza Duomo. Sotto il palco qualcuno lo anticipa e grida «vai a casa» e «in galera» all’indirizzo di Berlusconi. La piazza non fa eco e il segretario della Fiom Cgil prosegue con il suo di consiglio a un capo del governo che «afflitto da turbe infantili vede complotti dappertutto »: «Non tocchi la Costituzione e l’equilibrio dei poteri». I cinquantamila (il doppio secondo la Fiom) che ieri hanno attraversatoMilano sotto la pioggia di certo non amano Berlusconi,ma l’hanno quasi ignorato. La loro, forse, è stata una reazione difensiva. Snobbati dai media, non hanno voluto che Silvio invadesse anche la loro giornata di sciopero. Hanno tenuto la barra sul merito: sulla crisi, innanzi tutto, che fa chiudere le fabbriche e morderà ancora per chissà quanti mesi. Poi sul contratto separato, che Fim e Uilm si accingono a firmare in ossequio a nuove regole che nullificano, «adesso e per il futuro », la democrazia nei luoghi di lavoro e l’autonomia del sindacato. Così è una rarità lo squillante «Berlusconi puttaniere» che esce dal megafono dello spezzone della Whirlpool di Varese. «Ma abbiamo anche uno slogan più serio», dice quasi per scusarsi il delegato: «Democrazia, lavoro, libertà. Valori che Berlusconi non ha». Per la cronaca, alla Whirlpool «adesioni allo sciopero al 90%». Che sia stato uno sciopero difficile, nessuno lo nega. «Duro far scioperare al venerdì chi al lunedì è in cassa integrazione», dice Beppe Severgnini, che segue le aziende del gruppo Brembo di padron Bombassei. «Ma la gente apprezza la differenza tra un organizzazione che fa votare piattaforme e accordi e le altre che considerano la democrazia un optional». Da Bergamo sono arrivati dieci pullman, a bordo molti della Tenaris Dalmine dove sono in ballo un migliaio di esuberi. «Nelle assemblee – racconta il segretario della Fiom Mirco Rota – la preoccupazionemaggiore è per il posto di lavoro. Poi viene il contratto». E la politica? «Non se ne parla». Noi ci proviamo a parlarne. Ci imbattiamo in Gianni, della Olmi di Siusio. E’ superpessimista: «Facessero cento elezioni, Berlusconi ne vincerebbe cento». Gli operai della Lafert di San Donà del Piave (giustamente) si spazientiscono: «Chiedi a noi perché non parliamo di Berlusconi? Siamo noi che chiediamo perchè la sinistra, in particolare il Pd, non parla del nostro contratto, del nostro futuro. Chi ci rappresenta? Nessuno. E’ lamancanza di opposizione che tiene in piedi Berlusconi». Abbandonati dalla politica, con l’accordo separato dietro l’angolo, gli operai della Lafert comunque non disperano: «Nella nostra azienda al tavolo delle trattative dovranno vedersela con noi, siamo la maggioranza». La Fim il referendum l’ha fatto solo tra i suoi 15 iscritti, «non hanno neppure messo il risultato in bacheca, e questa la chiamano democrazia».Giuseppe racconta che alla Fomas di Lecco un terzo degli iscritti alla Fim «hanno dato la disdetta e sono passati con noi», una ragione in più per dire che lo sciopero è «riuscitissimo». Gli operai della Fomas sfilano vestiti da chierichetti, fanno «il funerale della signora democrazia, ne danno il triste annuncio gli artefici Cisl e Uil dopo averle inferto il colpo di grazia». Più tardi, dal palco, un delegato venuto dal Trentino bollerà Cisl e Uil come «sicari ».Un delegato veneto della Carraro, invece, ha tolto la pelle a quei parlamentari del Pd che «per avvilente dimenticanza o latitanza» non sono andati a votare contro lo scudo fiscale. Paolo Nerozzi, ex segretario della Cgil, era l’unico rappresentante del Pd di rango nazionale presente al corteo di ieri. Per la sinistra radical c’erano Ferrero e Ferrando. C’era, molto annunciato, Tonino Di Pietro con il cappellino rosso della Fiom in testa. «Il governo affronti la crisi vera, non la sua crisi esistenziale», ha detto il leader dell’Idv. Di Pietro ha raccolto consensi e complimenti più tra i passanti che tra i manifestanti. Colta al volo la lezioncina che una studentessa delle medie impartisce a tre brufolosi coetanei: «Di Pietro è di destra, però è antiberlusconiano ». Tra gli striscioni in testa al corteo quello dell’Innse («Siamo qui per far vedere che la lotta paga») e delle altre aziende milanesi mobilitate contro chiusure e licenziamenti. Precari della scuola e studenti si sono aggiunti aimetalmeccanici. I collettivi studenteschi – «Ci vogliono ignoranti, ci avranno ribelli» – da Piazza Duomo sono andati al Provveditorato, dove hanno messo sotto «assedio» le politiche e i tagli della ministra Gelmini. Gianni Rinaldini ha chiuso la manifestazione rinnovando l’appello «Fermatevi!» a Fim, Uilm e Federmeccanica. Sa che non si fermeranno e annuncia: «Delle loro regole ce ne fotteremo ». Tutte sprezzanti le repliche. Federmeccanica ferma al 13% le adesioni allo sciopero. «Uno sciopero fallito», secondo il segretario della Fim Farina. «La Fiom ha solo fatto perdere una giornata di salario ai lavoratori», dice il segretario della Uil Angeletti.

 
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