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mercoledý 07 ottobre 2009

Dalla Francia arrivano due addetti alle risorse umane e uno alla comunicazione, per gestire la risonanza mediatica del caso. Obiettivo: annunciare la chiusura della Alstom di Colleferro, Roma. Gli operai non ci stanno e li bloccano per l’intera giornata

Da Il Manifesto del 7 0ttobre 2009

Andrea Palladino

COLLEFERRO (ROMA) Era nell'aria, da almeno due anni. All'Alstom di Colleferro – 150 operai, di cui 60 in cassa integrazione – l'odore duro e pungente della crisi era già arrivato dal 2007. Nulla a che vedere con la crisi finanziaria, con le borse, con i derivati. È crisi industriale vera, è il rischio d'impresa che si riversa sugli operai, è l'ordine di tagliare posti di lavoro, senza guardare in faccia i lavoratori. Ieri doveva essere la giornata della decisione finale. Nessuna trattativa, solo un incontro più o meno formale tra i manager del gruppo francese e i 90 operai che ancora stanno sulle linee di Colleferro. In mattinata due esperti di risorse umane e un addetto alla comunicazione – venuto probabilmente per far fronte all'inevitabile protesta e risonanzamediatica – sono entrati nella fabbrica a settanta chilometri da Roma, uno dei pochi poli produttivi ancora in piedi nella città nata e cresciuta intorno alle fabbriche. Francesca Cordella, direttore generale del personale della Alstom Italia, Bruno Guillemet, direttore delle risorse umane della casa madre francese, e Riccardo Pierobon, direttore della comunicazione, avevano in agenda l'incontro con la Rsu. La proposta era semplice: se entro novemesi non arrivano commesse interessanti per l'azienda, Colleferro chiude. E visto che l'Alstom è una multinazionale, la mobilità offerta era il trasferimento nelle altre unità produttive, come Katowice in Polonia. O, se si è più fortunati, in Campania. Ma per lo storico stabilimento laziale la fine è segnata, entro novemesi tutto si deve fermare. Quello che ha fatto scattare la protesta estrema di bloccare i tre manager nei loro uffici è stato probabilmente quello sguardo. Freddo, indifferente, lontano da quel mondo del lavoro che ogni operaio conosce, respira. Da una parte il calcolo cinico, manageriale per l'appunto, dall'altra il pensiero che immediatamente va al mutuo o all'affitto da pagare, alla bolletta del gas per il prossimo inverno, ai libri da comprare per i figli, ai conti che non torneranno più. È stato un gesto immediato e corale. I 90 operai che ancora lavorano sulle linee della Alstom si sono semplicemente seduti davanti alle porte della direzione. Silenziosi, in attesa.Di fronte ai numeri e al cinismo dei calcoli aziendali rimane solo il proprio corpo per opporsi. Tutto è stato pacifico, perché la violenza doveva rimanere dall'altra parte. Un sequestro, dunque? Poco importa, probabilmente, se non nella sua valenza simbolica, nel richiamo alle fabbriche francesi, alla crisi che in Europa vogliono far pagare solo da una parte. Il pomeriggio è poi trascorso tra le dichiarazioni del ministro Sacconi, preoccupato dell'eventuale effetto domino, e la notizia che a valanga correva sui siti e nei lanci di agenzia. È il primo caso in Italia di un blocco dei manager, ed è una notizia che pesa, altro che ottimismo. In serata è lo stesso ministro del lavoro che lancia l'avviso a tutti i lavoratori che stanno assaggiando la crisi: «Si tratterebbe di violenza sulle persone in un paese che ha conosciuto il terrorismo ». E ancora: «La libera circolazione dalla e per la fabbrica è garantita da una presenza di carabinieri». Più chiaro di così è difficile. Al ministro Sacconi rispondono poi i delegati, irritati dal tono del comunicato arrivato dal ministero del lavoro. «I carabinieri hanno solo chiesto cosa stava accadendo - spiega Artemio Fanella, Rsu dei chimici della Cgil - e non c’è stata nessuna violenza. È stata una dimostrazione di lavoratori, come già era avvenuto altre volte». A mediare è arrivata nel pomeriggio l'assessore al lavoro della Regione Lazio Alessandra Tibaldi. La possibilità di salvezza potrebbe dipendere anche dalla giunta Marrazzo. Ci sono i treni regionali da rifare, tanta manutenzione delle linee locali che potrebbe essere quella commessa che salverebbe la Alstom di Colleferro. Insomma, serve qualcuno che metta i soldi. In serata l’assessore della regione Lazio è uscita dalla fabbrica con un primo - piccolissimo - passo: «Nel corso della riunione - ha spiegato Tibaldi - abbiamo riconfermato il nostro impegno e venerdì 9 ottobre si terrà in Regione un incontro con le organizzazioni sindacali in preparazione di un appuntamento successivo che ci sarà venerdì 16 al ministero dello Sviluppo economico a cui parteciperanno la Regione, la Provincia, il Comune di Roma e quello di Colleferro». L’ipotesi è quella di riuscire a costituire un polo laziale delle manutenzioni ferroviarie, dove inserire l’Alstom. Ma per ora la posizione dell’azienda non cambia: nessun comunicato ufficiale, nessun commento. È sera a Colleferro quando i manager si allontanano dalla fabbrica. Per questa città - già martoriata dai veleni della chimica ed oggi vittima delle crisi e dei tagli - è la prima giornata di una lotta che si annuncia lunga e difficile.

 
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