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Si chiude il summit di Pittsburgh - G20, il club dei ricchi si allarga PDF Stampa E-mail
lunedì 28 settembre 2009

 Nuove regole per la finanza ma non è una Breton Woods - Il timone resta in mano al Fmi

Da Liberazione del 27 settembre 2009

 Luca Manes

Silvio Berlusconi si metta l'anima in pace. Il vero direttorio globale non è più il G8, né sarà mai il G14, come auspicato dal Premier lo scorso luglio a l'Aquila nel corso del summit delle Otto potenze mondiali. Al di là dell'autorevolezza o meno del Berlusconi-pensiero, già in Abruzzo si era compreso che le decisioni importanti ormai si sarebbero prese nel gruppo dei 20. Il summit appena conclusosi a Pittsburgh ha messo nero su bianco questo nuovo ruolo del club dei vecchi e dei nuovi ricchi - tra cui le economie emergenti di Cina, India, Brasile, Messico e Sud Africa - evidenziando che per il momento la sua sfera d'azione sarà incentrata prevalentemente su economia e finanza. Per carità, ci si è affrettati a dire che il G8 continuerà ad esistere, ad avere importanza come decisore politico. Ma ormai i suoi giorni sembrano contati. Non a caso il prossimo meeting dei G20 si svolgerà in Canada a giugno, ancora non si capisce se a ridosso o in contemporanea con il G8 di Huntsville, programmato dal 25 al 27 dello stesso mese. Poi ci si sposterà in Corea del Sud a novembre, sbandierando un'apparente democrazia che in realtà continua ad essere il peccato originale di questi consessi "a numero chiuso". Parafrasando quanto detto proprio a Pittsburgh dal premio Nobel Joseph Stiglitz durante uno dei numerosi incontri organizzati dalla società civile locale, all'appello mancano ancora 170 Paesi. In primis quelli poveri, che subiscono le conseguenze della crisi non avendo quasi nessuna responsabilità. Qualche colpa in più per la situazione attuale è da ascrivere invece ad istituzioni come il Fondo monetario o la Banca mondiale. Eppure soprattutto il Fondo sta acquisendo sempre più importanza, tanto che, insieme al Financial Stability Board guidato dal governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, avrà il compito di verificare la bontà e l'efficacia dei provvedimenti in favore dell'economia presi dal G20. Ha del paradossale come un organismo che prima della crisi - che non ha saputo in alcun modo prevedere - era caduto in disgrazia e stava addirittura tagliando il personale, sia invece tornato così in auge. Già il G7 dell'ormai lontano ottobre 1998 aveva proposto per l'FMI un ruolo di sorveglianza, senza che ne uscisse fuori nulla di concreto. Sempre a proposito delle due istituzioni gemelle, Banca e Fondo, ormai non si parla più di una nuova Bretton Woods, di una nuova costituente, bensì si concedono solo maggiori quote di potere alle potenze emergenti, in particolare la Cina, pensando così di risolvere l'ennesimo deficit di democrazia della governance globale. E invece anche in questo caso non si va oltre la mera cosmesi. Le buone notizie giunte dall'ex polo industriale della Pennsylvania si contano sulle dita di una mano. Molto strombazzata l'intesa su una limitazione - ma niente tetto - dei bonus che possono intascare i top manager delle banche. Un tema così dibattuto e pubblicizzato che sembra quasi l'origine di tutti i mali della finanza mondiale. Purtroppo le riforme radicali necessarie erano ben altre, e non se ne è trovata traccia nel comunicato finale. Positivo lo stop ai sussidi e agli sgravi fiscali per i combustibili fossili, sebbene non si sia ancora arrivati all'auspicata cancellazione, come richiesto alla vigilia del meeting dalla presidenza americana. Per il resto il summit ha confermato che non siamo ancora arrivati a una exit strategy dagli aiuti pubblici per stimolare le economie in crisi e si è perso in vaghe promesse e nella riproposizione di principi già espressi in passato. I soliti buoni propositi sulla lotta al protezionismo - che a parole disprezzano tutti, ma nei fatti è praticato eccome - fanno il paio con una generica "lotta alla disoccupazione" e uno "sviluppo sostenibile" a cui anelare. Di dettagli su come perseguire questi obiettivi il documento finale del G20 ne contiene ben pochi, ma tant'è, in occasioni del genere un po' di sana retorica non guasta mai. Poco o nulla si è deciso sugli strumenti altamente speculativi e rischiosi, quali hedge funds e fondi di private equity. Per i derivati contrattati fuori dai mercati o over the counter, additati come strumenti fortemente speculativi e poco trasparenti, il G20 si limita solo a chiedere l'avvio di una piattaforma elettronica entro il 2012, ma non si prodiga nel cercare nuove norme più stringenti che ne restringano l'utilizzo. I paradisi fiscali sembrano quasi finiti nel dimenticatoio, tanto che sono rimasti ai margini della due giorni americana, così come la possibile introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, menzionata quasi di passaggio nel comunicato finale. La City di Londra e Wall Street hanno fatto la voce grossa e i governi si sono uniformati, contrastando la posizione innovativa di Francia e Germania. Segno che l' ancien régime della finanza sta già facendo le prove per la restaurazione.

27/09/2009

 
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