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Caso Innse, la punta di un iceberg PDF Stampa E-mail
lunedì 10 agosto 2009

 Andrea Fumagalli

Nell'area milanese, il caso dell'Insee non è isolato. E' solo la parte più visibile di un iceberg. Soltanto nei primi mesi di quest'anno, si possono riscontrare diversi casi analoghi: il centro di ricerche della Nokia-Siemens a Vimercate, l'Elco di Inzago, la Saes Getter di Lainate, la Lares e la Metalli Preziosi di Paderno Dugnano, l'Eutelia di Pregnana Milanese, l'Aluminium di Rozzano, la Ercole Marelli-Alstom Power e la Omnia Network di Sesto S. Giovanni, l'Ideal Standard di Brescia, per citare le realtà più grosse. Si tratta, per lo più, di realtà produttive a medio-alto contenuto tecnologico e con valore aggiunto potenzialmente più elevato della media manifatturiera. E' ciò che rimane della tradizione industriale italiana specializzata nella produzione di beni intermedi. Due sono le considerazioni che si possono fare al riguardo: a) è fortemente a rischio la tenuta dell'industria italiana nella subfornitura specializzata, quella subfornitura che consente ancora al nostro paese, dopo che ha perso ogni chanche di essere annoverato tra coloro che contano nel definire le traiettorie tecnologiche dominanti, di essere nei primi posti nelle filiere produttive internazionali; il capitalismo italiano, di natura familiare e non manageriale, si rileva ancora una volta miope, conservatore, tendenzialmente bigotto, con orizzonti strategici di breve-brevissimo periodo. In un simile contesto, riesce a sopravvivere se è in grado di spostarsi continuamente nei settori a più alto valore aggiunto, laddove l'attività speculativa consente immediata redditività. Vi è un solo settore, oggi, che permette di ottenere tali risultati: il business immobiliare. Nel sud d'Italia, esso è prevalentemente gestito dalle organizzazioni mafiose sulla base di commesse statali (leggi grandi opere). Nel nord, la speculazione immobiliare è divenuto il terreno fertile su cui riconvertire quelle attività produttive manifatturiere, ancora in buono stato, ma con margini di profitti decisamente inferiori. A Milano, il business dell'Expo 2015 non ha fatto altro che accelerare tale processo di smantellamento produttivo, con la connivenza della classe politica locale e nazionale. Che la produzione manifatturiera sia destinata a ridursi è un dato di fatto. Nell'area lombarda, il valore aggiunto prodotto dal terziario avanzato immateriale (29%) ha superato quello manifatturiero (28%) a partire dal 2005. Ciò che preoccupa è che tale fenomeno avvenga senza nessuna strategia economica, ma sulla base di semplici animal spirits imprenditoriali tanto più rapaci quanto incapaci. Il risultato, da un lato, è la distruzione di quel nucleo manifatturiero ancora in grado di essere competitivo nella produzione globale, dall'altro, è la parallela svalorizzazione e precarizzazione del lavoro. Se allo smantellamento dei macchinari subentra il mattone, allora meglio sperimentare forme di produzione e di auto-valorizzazione del «comune» piuttosto che aspettare un padrone «illuminato» che non arriverà mai.

 
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