Home arrow rassegna stampa arrow Operai isolati sulla gru «Noi non scendiamo»
Operai isolati sulla gru «Noi non scendiamo» PDF Stampa E-mail
gioved́ 06 agosto 2009

 Il prefetto vieta alla Fiom di visitare i lavoratori nella fabbrica Il proprietario: «Sono io la vittima», Berlusconi parla di calcio

Alessandro Braga

MILANO «Pirlo resta con noi». Parola di Silvio Berlusconi, che ieri è corso a Milanello per un vertice con Adriano Galliani e il neoallenatore del Milan Leonardo. Dopo estenuanti trattative, l'annuncio trionfale: il play maker rossonero non cambia casacca. Saranno contenti i tifosi milanisti. Un po' meno i lavoratori della Innse. Non che nutrissero particolari speranze nella possibilità che il presidente del consiglio intervenisse sulla loro vicenda, ma tant'è.

Sapere che la massima preoccupazione del capo del governo in questo momento è garantire una (dubbia) competitività per la corsa allo scudetto alla sua squadra del cuore non fa certo piacere. Milanello dista da via Rubattino poche decine di chilometri, ma l'idea, non si dice di fare un salto davanti alla Innse, che l'accoglienza per Berlusconi non sarebbe certo stata delle migliori, ma almeno di telefonare a chi gli ha chiesto di fare qualcosa, non deve neppure averlo sfiorato.Eppure due giorni fa il premier aveva avuto formale richiesta da parte di Fiom e Cgil perché si interessasse del caso Innse. Al momento, risposta non pervenuta. Affaccendato tra veline e torcicollo («l'unico mio fastidio, lo curerò», va ripetendo da settimane il premier) la sorte di quarantanove operai e delle loro famiglie non rientra nell'agenda di Berlusconi. Ma loro, per nulla spaventati, continuano la lotta. I cinque lavoratori, quattro operai della fabbrica di via Rubattino di Milano e un funzionario della Fiom, che lunedì sono riusciti a beffare le forze dell'ordine schierate davanti ai cancelli dell'azienda sgomberata e a intrufolarsi in un capannone, barricandosi su un carroponte a una dozzina di metri di altezza, sono ancora lì. Non hanno nessuna intenzione di lasciar perdere. «Abbiamo cominciato a discutere di cosa fare per far capire che non stiamo scherzando». Il morale, dicono quelli che riescono a sentirli al telefono, è buono. Fisicamente, la fatica inizia a farsi sentire. Già starsene tutto il giorno sotto il sole davanti alla fabbrica, in presidio permanente, come fanno i loro compagni, è faticoso. Essere da quasi due giorni sospesi, stretti in uno spazio di pochi metri quadri, con l'aria rarefatta e la temperatura media che supera i quaranta gradi, è al limite della sopportazione. Da ieri, senza nemmeno il conforto di vedere qualche faccia amica. Perché se lunedì i rappresentanti sindacali della Fiom Giorgio Cremaschi, Gianni Rinaldini e Maria Sciancati potevano entrare nel capannone a portare ai compagni in lotta acqua, cibo e generi di prima necessità, da ieri non possono più farlo. Lo fanno i poliziotti. «Ordine del prefetto», ripetono gli agenti in fila davanti alla fabbrica. La strategia è chiara: vogliono prendere gli operai per sfinimento. Ma qualcuno ai piani alti delle istituzioni non deve ancora avere capito bene con chi ha a che fare. Sono tosti gli operai Innse, e lo hanno già dimostrato: non hanno mollato in questi mesi, non hanno certo intenzione di farlo adesso. Anche ieri lo hanno fatto capire. Mentre Cremaschi, seduto davanti alla fabbrica, denunciava la «vergogna di non poter neanche vedere i nostri compagni» si sono alzati per dimostrare «come si fa a vederli». Tutti insieme si sono messi a spingere contro il cordone di poliziotti. Qualche spintone, nulla più. Ma giusto per far capire che se si incazzano davvero sanno cosa fare. E che lo sappia anche Silvano Genta, il proprietario della Innse che ieri ha convocato una conferenza stampa per far conoscere la sua «verità» sulla vicenda. Annunciata per la mattina, sconvocata per «ragioni di sicurezza e opportunità», si è tenuta nel pomeriggio. Poco più di un'ora, in cui Genta ha, come sottolinea la Fiom, «farneticato». Ha parlato di una fabbrica «decotta», si è detto «disponibile a un tavolo tecnico», ma «senza i sindacati che sono i responsabili di quello che sta succedendo». Ha pure avuto la sfacciataccine di definirsi «vittima di Rsu e istituzioni». Strappalacrime. Davvero. Magari se chiama lui Berlusconi il premier, per fare un favore agli amichetti della Lega, una soluzione gliela trova.

 
< Prec.   Pros. >

page counter