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La protesta esplosiva manda in tilt la Francia - Terza fabbrica minata PDF Stampa E-mail
venerd́ 17 luglio 2009

 Sindacati in imbarazzo

Da Il Manifesto del 17 luglio 2009

Anna Maria Merlo

PARIGI Al terzo caso di minacce di far saltare in aria una fabbrica, il governo francese si irrigidisce e i sindacati manifestano imbarazzo. In una sola settimana, dopo i casi della New Fabris, lunedì, e della Nortel, mercoledì, ieri è stata la volta dei dipendenti della Jlg di Tonneins, nel Lot et Garonne. Hanno piazzato 4 carrelli elevatori nuovi, prodotti sul sito, nel cortile della fabbrica, circondati da bombole di gas e minacciano di far esplodere il tutto se i 53 dipendenti licenziati non riceveranno un indennizzo di 30 mila euro, invece dei 16 mila promessi. La Jlg dal 2007 è di proprietà del gruppo statunitense Oshkosh. Il ministro dell’industria, Christian Estrosi, che mercoledì si era recato sul sito della Nortel, a Chateaufort, è ora molto criticato. Il sottosegretario al lavoro, Laurent Wauquiez, riferendosi al nuovo caso della Jlg, ha parlato di «ricatto inaccettabile». «Non sono questi metodi che permetteranno di strappare un indennizzo maggiore o permetteranno una riconversione » ha detto, suggerendo altre forme di lotta, come è avvenuto con la Hueliez, nella regione Poitou- Charentes, dove dopo una lunga lotta (e un aiuto della regione presieduta dalla socialista Ségolène Royal) è stato trovato un acquirente per l’impresa in fallimento. I sindacati sono inquieti. Alla New Fabris, dove, contrariamente alla Nortel, la minaccia di far saltare in aria la fabbrica è ancora in corso, temono che la rabbia dei dipendenti sfugga loro di mano. Ieri, c’è stato l’incontro con la direzione della Renault. Senza risultato. Gli operai si sono detti «delusi». Renault, come già Peugeot (i due principali clienti della componentistica auto prodotta dalla New Fabris) promette solo di «acquisire parte dello stock, sempre che sia di qualità e che i proventi vadano agli indennizzi dei dipendenti». «Renault si è rivelata particolarmente ottusa – ha dichiarato il sindacalista Guy Eyermann – noi manteniamo la minaccia di far saltare tutto in aria». Eric Poisson, della Cfdt, sostiene che Renault e Peugeot «hanno abbandonato la New Fabris a giugno, con la liquidazione giudiziaria dell’impresa, preferendo, per fare più utili, lavorare con paesi dove i salari sono più bassi ». I sindacati sono preoccupati dalla piega che stanno prendendo le lotte sociali in Francia, dopo i «sequestri» di dirigenti in primavera, adesso l’ondata di minacce di mettere tutto a fuoco questa settimana. I sindacati sono inquieti anche perché in queste lotte i dipendenti chiedono soprattutto soldi, spiegano, invece che battersi per il proseguimento dell’attività delle rispettive imprese. «È come se avessero preso a modello il comportamento disinvolto di certi padroni, che dicono prendi i soldi e scappa» spiega un sindacalista. Sul fronte opposto, aggiunge, «anche molti padroni preferiscono pagare una volta per tutte e chiudere la questione, invece di impegnarsi in piani di riconversione, più faticosi e dall’esito incerto». Questa, secondo i sindacati, la ragione per la quale, molto spesso, le azioni radicali si sono concluse con un successo. Anche i giornalisti si interrogano. In particolare, un articolo di Libération affronta la questione di un’eventuale «strumentalizzazione » della stampa da parte dei lavoratori che scelgono forme di lotta radicali. Antoine Blanchard, quadro della Nortel, lo spiega senza problemi: «Era fuori questione far esplodere il sito. Ma sembra che fosse solo per dare unmotivo ai media di venire da noi. Siamo in sciopero dal 6 luglio e nessuno era venuto», mentre la minaccia dell’esplosione ha attirato l’interesse di tutta la stampa. Per il sociologo Jérome Pelisse, «i lavoratoti strumentalizzano i giornalisti, ma non più di quanto facciano i politici o imanager». L’obiettivo sembra essere diventato «sapersi vendere in un conflitto». Blancard della Nortel spiega che «non è più nostra abitudine fare sciopero. Siamo in maggioranza quadri. Abbiamo cercato di organizzarci almeglio, abbiamo costituito dei gruppi di lavoro. Uno di questi si occupava delle relazioni con la stampa». Il sociologo Pelisse parla di «mettere in scena la disperazione », che peraltro è ben reale. Secondo Pelisse si tratta di «strategie coscienti, spesso controllate dai sindacati».Ma la situazione è sul filo del rasoio, perché ormai la lotta non è più per il posto di lavoro, ma per avere qualche soldo in più per tirare avanti dopo il licenziamento.

 
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