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Operai sulle barricate «Termini non chiude» PDF Stampa E-mail
martedì 23 giugno 2009

In Sicilia occupati binari e strade. Oggi vertice alla Regione

Sara Farolfi

«Ciao ragà... Ci vediamo domani (oggi ndr) alle undici». Sono passate da poco le cinque del pomeriggio quando il blocco della statale 113, a Palermo, viene sciolto. Gli operai si congedano dopo una giornata partita alle sei e battuta incessantemente dalla pioggia. Roberto Mastrosimone, segretario Fiom a Termini Imerese e oggi come nel 2002 'capopopolo' della mobilitazione contro la chiusura dello stabilimento siciliano della Fiat, conclude la giornata con un: «Non ci fermeremo, faremo le barricate». Tre assemblee (una per ogni turno), sei ore di sciopero (due per turno), i binari della vicina stazione di Fiumetorto 'occupati' per una mezzora buona in mattinata, e la bretella della statale Messina-Trapani bloccata per tre quarti d'ora nel pomeriggio. È il bilancio della prima giornata di mobilitazione a Termini Imerese, annunciata all'indomani delle parole di Marchionne a palazzo Chigi. Obiettivo: scongiurare la chiusura dello stabilimento Fiat (1300 dipendenti, 2200 con l'indotto). Come nel 2002, anche se dal 2002 tutto è cambiato e, eccetto forse solo per le finanze dell'azienda, non certo per il meglio. Non ne fa mistero Roberto Mastrosimone, che la storia di quello stabilimento la conosce come le sue tasche. «Nel 2002 ci siamo riusciti a scongiurare la chiusura - dice - oggi certo è più difficile, ma lo spirito c'è». Di certo l'attaccamento alla fabbrica dimostrato dalla massiccia partecipazione dei lavoratori non si spiega solo con la difesa del posto di lavoro. La maggior parte dei dipendenti Fiat - il 60-70% di loro, dice Mastrosimone - è vicino all'età della pensione, «e ciò nonostante, ieri, erano tutti in piazza a difendere lo stabilimento». L'età non più giovanissima dei lavoratori è anche una delle ragioni che più induce a diffidare dell'ipotesi «riconversione». Mastrosimone ha un'ipotesi che coincide con un timore, e cioè che Marchionne pensi a una riconversione «light» in modo da creare le condizioni per potere avviare, nel giro di cinque o sei anni, tutti i dipendenti alla pensione (per il 60-70% di loro si potrebbe già fare, e comunque le ultime assunzioni risalgono agli anni Ottanta). Ma la «riconversione» non convince anche perchè tutti i settori nei quali Fiat è presente (camion, trattori...) sono in crisi: «E quindi come verrebbe garantita la tenuta occupazionale, anche nell'indotto?» Oggi alle undici ai piani alti della Regione il governatore Lombardo e l'assessore regionale all'industria incontreranno Cgil, Cisl e Uil per mettere a punto un piano alternativo. Le strade non sono molte. Si tratta di mettere sul piatto risorse sufficienti a scongiurare la fuga di Fiat. Anche perchè Marchionne nei giorni scorsi è stato chiaro: la produzione è garantita fino al 2011, e per una riconversione è necessario un accordo di programma. E cioè, soldi. I sindacati sono unanimi nel dire che tocca alla regione, ora e «dopo anni di disimpegno», assumersi le proprie responsabilità. Della scarsa competitività dello stabilimento siciliano - legata soprattutto alla mancanza di un vero e proprio indotto, per cui buona parte della componentistica arriva da Melfi - si dice da tempo. Alla precedente (e ultima) giunta Cuffaro i sindacati imputano il mancato rispetto di quell'accordo di programma che già due anni fa avrebbe dovuto garantire infrastrutture e investimenti. Circostanza che, sempre secondo i sindacati, fu alla base del successivo disimpegno di Fiat. Di quel piano, resta oggi una versione ridimensionata (con investimenti per circa 250 milioni, prima erano 500) - la stessa, in base alla quale, l'Ue ha autorizzato qualche mese fa aiuti pubblici per 46 milioni - da cui si potrebbe ripartire. «La Regione deve recuperare il tempo perduto e ridefinire il contratto di programma per non fare fuggire Fiat dalla Sicilia», conclude Giovanna Marano, segretaria della Fiom siciliana.

 
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