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L'orgoglio e la rabbia PDF Stampa E-mail
mercoledì 17 giugno 2009

Dall’Aquila a Roma in difesa del proprio futuro. Più di duemila terremotati manifestano a Montecitorio per chiedere maggiori finanziamenti per la ricostruzione. Sit-in e blocchi stradali contro la bocciatura di un emendamento che risarciva le seconde case

Da Il Manifesto del 17 giugno 2009

Eleonora Martini

ROMA Sono arrivati convinti che qualcuno, nel loro Parlamento, li avrebbe ascoltati e se ne sono andati via molto più arrabbiati, offesi e disillusi di prima. La porte di Montecitorio si sono aperte solo per pochi minuti e per alcuni di loro, ricevuti in due delegazioni distinte. Ma le istanze dei terremotati aquilani non hanno trovato orecchie disponibili nella maggioranza di governo impegnata alla Camera nell'ultimo passaggio parlamentare per la conversione in legge del decreto Abruzzo. E quando, dopo ore di attesa sotto il solleone romano, si infrange anche l’ultima speranza, la rabbia della piazza esplode. La notizia che i deputati hanno bocciato con 11 voti di scarto l’emendamento che estendeva il finanziamento totale da parte dello Stato anche alla ricostruzione delle seconde case, arriva come una scarica elettrica. «Vergogna, buffoni, gli sfollati vi aspettano al G8», il grido che si solleva supera le porte del Palazzo. «Lo aveva promesso davanti alle bare dei nostri morti», è l’accusa straziante rivolta a Berlusconi. «Andiamo al Quirinale», propongono alcuni. Ma alla fine gli aquilani optano per un corteo fino a piazza Venezia, fino alle porte di Palazzo Grazioli, «la residenza dell’imperatore ». Bloccano il traffico di via del Corso e improvvisano sit-in estemporanei. Poi, sotto l’Altare della Patria, mano nella mano, i manifestanti accerchiano l’intera piazza con un enorme girotondo ribattezzato «il giro della speranza». È l’ultimo atto in una capitale che si è dimostrata assai poco solidale prima di riguadagnare la strada di casa. In centinaia si erano mossi di buon mattino dalle tendopoli de L'Aquila e dei paesi limitrofi, dagli alberghi della costa, dalle case dove si sono trasferiti come sfollati o da quelle che hanno rioccupato da poco, per manifestare a Roma convinti di poter ancora influenzare il voto sul decreto legge. E per chiedere, come recita il nome della campagna lanciata dal cartello delle associazioni cittadine che hanno organizzato il sit-in: «100% ricostruzione, trasparenza e partecipazione». Di destra e di sinistra, una volta scesi dalla ventina di autobus che li ha trasportati fino a Piazza Venezia, avevano sfilato decisi in corteo lungo via del Corso forzando il cordone di polizia e carabinieri che aveva tentato di deviarne il percorso. Tutti dietro lo striscione: «Forti e gentili sì, fessi no». Oltre due mila persone hanno manifestato così per ore sotto l’obelisco di piazza Montecitorio dove hanno montato anche una piccola tendopoli simbolica. «Yes, we camp. Grazie Silvio», recita il cartello più gustoso della piazza. «Una sola grande opera: ricostruire l'Aquila dal basso», ha scritto invece su uno striscione l’associazione «Epicentrosolidale », uno delle decine di comitati che ormai si mescolano e si intrecciano in un crescendo di mobilitazione alimentata anche dalla disillusione dei cittadini nei confronti del prossimo G8. La «Brigata di solidarietà attiva» distribuisce dei finti Gratta e vinci che pubblicizzano i 14 miliardi stanziati dal governo per i Caccia F35 appena acquistati. Mentre gli «aquilani espropriati, due volte terremotati», spiegano il furto impunemente subito: «Sono arrivati a prendersi le nostre terre promettendo un terzo di quanto le abbiamo pagate – racconta Roberto Tinari, figlio di un contadino espropriato – ma quando con le ruspe hanno abbattuto il grano e le altre culture ho visto di nuovo la mia gente piangere». Senza bandiere né simboli di partito, con i caschetti gialli in testa, e chiedendo perfino ai sindaci del cratere di togliersi la fascia tricolore «per non distinguersi dagli altri cittadini», gli sfollati abruzzesi aspettano per ore di essere ricevuti a Montecitorio. Verso le cinque del pomeriggio, due delegazioni sono autorizzate ad entrare: quella dei sindaci che vengono accolti dal presidente Gianfranco Fini, e quella dei comitati cittadini che si devono accontentare del deputato Pdl Giorgio Stracquadanio. «Un fallimento, una delusione totale», raccontano i cinque rappresentanti dei comitati che si sono sentiti rivendicare dall'esponente del centrodestra, punto per punto il decreto legge così come è. «Ci ha detto che agli enti locali non daranno né soldi né governance perché di quelli abruzzesi non si fidano», ha raccontato Sara Vegni del comitato «3e32». L’incontro con Fini, invece, viene considerato «molto importante dal punto di vista istituzionale» dalla presidente della Provincia Stefania Pezzopane e dal sindaco dell’Aquila Cialente che hanno preso parte alla delegazione. Il presidente della Camera infatti ha ricordato di essersi speso molto perché il governo non ricorresse al voto di fiducia. «Peccato che lo sforzo per favorire il dialogo si sia immediatamente scontrato con la bocciatura dell’emendamento che crea per la prima volta un distinguo tra le vittime di una calamità naturale - racconta Pezzopane – per la prima volta si discrimina tra gli abruzzesi e il resto degli italiani, e tra residenti e non residenti, con un effetto gravissimo nei nostri territori». «La gente è davvero arrabbiata, ci sentiamo umiliati e traditi dal governo», incalza Massimo Cialente che ha rinunciato per l’occasione alla fascia tricolore. Dopo aver bocciato tutte le richieste di modifica fino al quarto articolo del decreto, oggi la Camera molto probabilmente continuerà a respingere tutti i 126 emendamenti rimasti dopo che l’opposizione ha deciso di ritirarne altri 300 per evitare di essere accusata di ostruzionismo. La maggioranza, invece, continuerà a dire no, malgrado l’«evidente imbarazzo dei parlamentari Pdl» percepito da alcuni. Forse a ragione.

 

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Abruzzo, sarà un Natale in tendopoli

di Claudia Fusani

Da L'Unità on line

«Casette a settembre? Ma chi sei, Megggaiver!!!». Bruno ha 23 anni, è un aquilano doc da due mesi senza casa e oggi, in piedi davanti a Montecitorio, racconta con questo cartello la sua rabbia. MacGyver, il ragazzo dalle mille risorse, era il suo eroe dei fumetti, quello che realizzava sogni e risolveva guai. Secondo Bruno solo MacGyver, al massimo della forma, potrebbe consegnare le “famose” casette ai terremotati d’Abruzzo. Figurarsi Berlusconi, o Bertolaso, che al suo eroe non assomigliano neanche un po’. Si smonta, finisce in pezzi un’altra, forse la più importante delle promesse-certezze del premier. «Il 15 settembre consegneremo le prime case, a novembre nessuno sarà più in tenda» ha ripetuto Berlusconi nella sue tredici visite all’Aquila. Falso. Non vero. Anzi, mai stato vero. La verità è che sarà un Natale in tenda. O in albergo, viste le temperature nell’altopiano dell’Aquila, Non lo dicono i soliti calcoli a spanna dei soliti disfattisti criticoni. Lo dice, da sempre, anzi lo documenta da maggio, il «CRONOPROGRAMMA GENERALE», la tabella di marcia, giorno per giorno, capitolo per capitolo, del rivoluzionario progetto C.A.S.E che sta per Complessi antisismici Sostenibili Ecocompatibili, le famose casette che dovranno diventare un tetto per circa quindicimila sfollati. E’ anche l’unico capitolo finanziato nel decreto con 530 milioni di euro. Il Cronoprogramma consegnato dalla Protezione Civile e vistato dal governo a maggio dice chiaramente che le case saranno consegnate a fine dicembre comprese arredi e collaudi. Come se dopo otto mesi di campeggio forzato uno potesse ancora andare a vivere in modo precario. Tutto questo sempre che due voci cardine del Cronoprogramma, «realizzazione degli alloggi» e «opere di urbanizzazione» (fogne, allacci gas e luce, strade di accesso), prendano il via tra la prima e la seconda settimana di luglio. In pieno G8. Difficile immaginare ruspe e camion in giro per l’Aquila, che ha due strade, mentre nella caserma di Coppito si riuniscono i grandi della terra. «Il problema - racconta un funzionario della Protezione Civile - è che tutto il Cronoprogramma è già saltato perchè le opere di cantierizzazione dovevano cominciare il 10 di maggio. Siamo al 16 giugno e mi risultano avviate, da circa dieci giorni, solo a Bazzano e Ocre. Un ritardo normale di fronte a un intervento di questo genere». Il fatto è che da questo ritardo (la cantierizzazione), ne derivano altri. E’ l’effetto domino. «Le operazioni di scavo, fondazioni e messa in posa delle piastre dovevano cominciare, secondo Cronoprogramma, il 25 maggio ma non sono ancora cominciate». Certo, magari sarà anche possibile consegnare un pugno di case a settembre, facendo lavorare gli operai giorno e notte. Ma sarà una goccia rispetto alle venti aree, attualmente zone di campagna, che devono diventare villaggi autonomi con scuole e farmacie e negozi. Anche sindaco e presidente della Provincia non ci credono più. «Purtroppo - dicono Cialente e Pezzopane ricevuti ieri alla Camera dal presidente Fini mentre in aula veniva discusso il decreto e fuori duemila aquilani urlavano «basta bugie» - le casette non saranno pronte per settembre. Si parla di ottobre, forse, più facile dicembre». «Berluscò, non te fare revedè a l’Aquila» si leggeva ieri su uno dei tanti cartelli. Ci torna oggi. Dopo l’approvazione definitiva del decreto. Che garantisce solo 5 mila casette, un po’ di gratta e vinci, rinvia negli anni la ricostruzione del centro storico e non prevede risarcimenti a chi non è residente, una ricostruzione groviera visto che il 40 per cento delle abitazioni sono di aquilani che vivono altrove. Soprattutto non dice nulla a piccoli commercianti e medie imprese che erano il tessuto della città e ora non sanno più cosa sono. 17 giugno 2009

 
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