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Trasferimento di azienda in crisi: la norma italiana è illegittima PDF Stampa E-mail
lunedì 15 giugno 2009

Trasferimento di azienda in crisi

La norma italiana non garantisce il mantenimento dei diritti dei lavoratori

In caso di trasferimento di azienda in stato di crisi l’articolo 47, commi 5 e 6 della legge n. 428/1990 non garantisce il mantenimento dei diritti dei lavoratori, con ciò contrastando la direttiva 2001/23/CE

di Alfredo Casotti, Maria Rosa Gheido

Con la sentenza dell’11 giugno 2009, concludendo il procedimento C-561/07 avviato dalla Commissione contro la Repubblica italiana C-561/07, la Corte di Giustizia europea ha ritenuto non compatibile con il diritto comunitario l’esclusione dall’applicazione dell’art. 2112 del codice civile, dei lavoratori di un'impresa dichiarata dal CIPI in stato di crisi ed oggetto di trasferimento. Osserva la Corte che, in questa ipotesi, tanto i lavoratori il cui rapporto di lavoro continua con l'acquirente, quanto quelli che non passano alle sue dipendenza perdono il diritto al riconoscimento della loro anzianità, del trattamento economico, delle qualifiche professionali, nonché il diritto a prestazioni di vecchiaia derivanti dal regime di sicurezza sociale legale, mentre la direttiva in argomento prevede il mantenimento, per un periodo minimo di un anno, delle condizioni di lavoro convenute mediante contratto collettivo. La Repubblica italiana non ha contestato che legge n. 428/1990 privi delle dette garanzie i lavoratori trasferiti, ammessi al regime della Cassa integrazione guadagni straordinaria in virtù dell'accertamento dello stato di crisi dell’impresa ai sensi della legge 675/1977. Essa sostiene tuttavia che tale esclusione è conforme alla direttiva 2001/23, che a suo avviso prevedrebbe una garanzia facoltativa e consentirebbe espressamente di derogare alle garanzie obbligatorie. E’ pur vero, infatti, che la suddetta direttiva garantisce i lavoratori contro un licenziamento determinato esclusivamente dal trasferimento dell'impresa, ma non esclude i licenziamenti determinati da motivi economici, tecnici o di organizzazione. Sottolinea la Corte europea che lo stato di crisi aziendale non può necessariamente e sistematicamente rappresentare un motivo economico, tecnico o d’organizzazione che comporti variazioni sul piano dell’occupazione. Il fatto che un’impresa sia dichiarata in situazione di crisi, infatti, non implica necessariamente e genericamente variazioni sul piano dell’occupazione. Le ragioni giustificative del licenziamento possono trovare applicazione, solamente in casi specifici di crisi aziendale, indicate dall’articolo 5 della direttiva 2001/23 che espressamente dispone che gli articoli 3 e 4 non si applicano ad alcun trasferimento di imprese, stabilimenti o parti di imprese o di stabilimenti nel caso in cui il cedente sia oggetto di una procedura fallimentare o di una procedura di insolvenza analoga aperta in vista della liquidazione dei beni del cedente stesso e che si svolgono sotto il controllo di un’autorità pubblica competente (che può essere il curatore fallimentare autorizzato da un’autorità pubblica competente). Secondo la Corte, quindi, la possibilità di non applicare talune garanzie in caso in cui l'impresa sia oggetto di procedura di insolvenza non è applicabile nel caso di specie, perché si riferisce ad una situazione diversa dalla situazione della crisi aziendale, che si colloca invece nella prospettiva di una ripresa, senza controllo giudiziario e senza sospensione dei pagamenti. Ne consegue che: “Mantenendo in vigore le disposizioni di cui all’art. 47, commi 5 e 6, della legge 29 dicembre 1990, n. 428, in caso di «crisi aziendale» a norma dell’art. 2, quinto comma, lett. c), della legge 12 agosto 1977, n. 675, in modo tale che i diritti riconosciuti ai lavoratori dall’art. 3, nn. 1, 3 e 4, nonché dall’art. 4 della direttiva del Consiglio 12 marzo 2001, 2001/23/CE, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento di imprese, di stabilimenti o di parti di imprese o di stabilimenti, non sono garantiti nel caso di trasferimento di un’azienda il cui stato di crisi sia stato accertato, la Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza di tale direttiva”.

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