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Prendi due, paghi uno PDF Stampa E-mail
venerd́ 05 giugno 2009

USA · Il crollo dell’industria auto travolge i salari: da 28 dollari l’ora si precipita fino a 12

Da Il Manifesto del 5 giugno 2009

Francesco Piccioni

 «Sul lungo periodo, i salari negli Stati uniti probabilmente scenderanno, mentre nel resto delmondo sviluppato andranno a crescere; fa parte del processo di globalizzazione». A dirlo non è un polveroso marxista da biblioteca, ma John Winch, presidente della MinsterMachine Company (Ohio), azienda che produce parti per turbine eoliche, macchine per stampaggio carrozzerie auto e altre per la lavorazione del cibo. La raccolta dati, meritoria, è della Cnn, la quale – dopo aver sondato le politiche salariali attive nelle industrie che tirano (prima fra tutte, quella che deve produrre «energia rinnovabile ») – tira la sua mesta conclusione: «un ’buon’ lavoro è considerato oggi quello che viene pagato 12 dollari l’ora» (laggiù lo stipendio viene ancora pagato ogni settimana, in base alle ore effettivamente lavorate). Al cambio di ieri, fanno poco più di 8 euro e mezzo; meno di quel che diamo qui a una badante. Per intuire la dimensione della devastazione sociale del «nuovo modello di vita americano» bisogna ricordare che il salario nelle imprese automobilistiche Usa è in questo momento ancora a 28 dollari l’ora. Un livello già annientato di fatto, visto che l’accordo che ha portato Fiat a governare Chrysler prevede un salario di ingresso di soli 14 dollari. Una sorta di «prendi due, paghi uno» applicato alla fatica umana. Ultima premessa: qui stiamo parlando di imprese «sindacalizzate» (un’infima minoranza), perché nelle altre il salario scende ancora. Il dimezzamento di fatto dei salari fa il paio – se non altro per la contemporaneità dei processi – con gli enormi esborsi di capitale fresco nei forzieri delle banche. e si capisce, da questo punto di vista, perché l’amministrazione Obama si stia dando tanto da fare per imporre il rispetto di un «tetto» accettabile alle retribuzioni dei grandi manager. L’altro aspetto strategico di questa autentico maxi-shift dell’industria Usa è la centralità affidata alle energie rinnovabili. una sostituzione pressoché completa del settore auto, che porta ovviamente con sé condizioni salariali e contrattuali tutte da inventare. Le aziende partono, com’è logico, in assoluto vantaggio. E impongono le loro condizioni durissime. La sindacalizzazione, se avverrà, dovrà scalare di nuovo una montagna. Le nuove industrie manifatturiere sfornano turbine eoliche in acciaio, sfoglie di silicone per pannelli solari o batterie per auto elettriche. Un grande business che dovrebbe aiutare a ridurre l’inquinamento e che promette, per di più, di creare quattro milioni di posti di lavoro. Sembra perfetto. Ma quei quattro milioni rappresentano il 50% dei posti di lavoro già persi nella manifattura dagli anni ’70 in poi. A Indianapolis, per esempio, tutti sperano nel boom delle batterie per auto elettriche: EnerDel (la divisione specifica della Ener1) ha uno stabilimento in città. Se il governo approverà una serie di incentivi, la società prevede di assumere altre 3.000 persone. Una frazione di quelle impiegate in un normale stabilimento automobilistico. Nessuno rimpiange i tempi andati, sia chiaro. Specie nella cattedrale eretta alle speranze future.Ma è indubbio che la «nuova manifattura » impiega un «percento» di quella in via di dismissione, quanto ad addetti. In più, prevede una diversificazione maggiore – esponenziale, si può dire – della scala salariale. Si va da competenze uniche (pagate come una star di Hollywood) a impieghi generici, pagati nulla. «Non riesco a vedere un’altra industria con una maggiore diversificazione salariale», spiega Jackie Roberts, direttore del tecnologie sostenibili all’EnvironmentalDefense Fund. Stesso discorso in Michigan, in un impianto per la produzione di silicone solare. O alla Hemlock Semiconductor di Saginaw – non sindacalizzata – dove lo stipendio di ingresso per i lavori non qualificati è di 10 dollari, mentre quelli qualificati spuntano il doppio (comunque il 25% in meno del salario automobilistico attuale). Se a qualcuno non era chiaro, con questi numeri può fare un calcolo più preciso: chi è che paga la crisi?

 
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