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Xenofobia e rimpatri forzati, Amnesty condanna l’Italia PDF Stampa E-mail
gioved́ 28 maggio 2009

DIRITTI UMANI · Sotto accusa il governo: «Non rispetta il diritto d’asilo» 

Da Il Manifesto del 28 maggio 2009

Andrea Pira

ROMA Rimpatri forzati, rischio xenofobia, violazione del diritto d’asilo. L’Italia descritta nel Rapporto 2009 di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo è un paese sconfortante. A Roma per presentare il Rapporto e la nuova campagna «Io pretendo dignità », Christine Weise, presidente della sezione italiana di Amnesty fa il quadro della situazione. Punta il dito contro la nuova politica dei respingimenti inaugurata dal governo tra il 7 e l’11 maggio, quando circa 500 migranti e richiedenti asilo sono stati condotti forzatamente in Libia senza alcuna valutazione sul possibile bisogno di protezione internazionale degli stessi.Una decisione senza precedenti. Una politica contraria al diritto internazionale d’asilo e una palese violazione dei diritti umani. Nella Sala Igea dell’Istituto della Enciclopedia Italiana gremita di giornalisti Christine Weise accusa: «L’Italia sarà ritenuta responsabile di quanto accadrà ai migranti e richiedenti asilo riportati in Libia». Un paese che, osserva Amnesty, non ha una procedura d’asilo e non offre protezione a migranti e rifugiati. Un luogo da dove arrivano «persistenti rapporti di tortura e altri maltrattamenti nei confronti dei richiedenti asilo». I rimpatri in Libia violerebbero così le normein materia di refoulement, che garantiscono ai migranti il diritto a non essere rinviati in paesi dove possono essere perseguitati o torturati. Un disprezzo della dignità umana ben esemplificato dal caso Pinar, la nave cargo turca che il 16 aprile ha messo in salvo 140 migranti e richiedenti asilo, lasciata per quattro giorni in balia del mare. Attardandosi in disquisizioni di diritto marittimo con Malta su quale dei due stati dovesse ospitare imigranti, i governi di Roma e La Valetta hanno anteposto la politica al salvataggio delle vite umane che in quel contesto rappresenta la priorità assoluta. Tutti fatti che descrivono lo sviluppo di una cooperazione tra Italia e Libia che, scrive Amnesty, negli ultimi 10 anni è stata portata avanti da governi di diverso colore. Cooperazione caratterizzata da «scarsa trasparenza e da nessuna condizione posta al governo di Tripoli sui diritti umani». E che ha visto protagonisti in prima persona Massimo D’Alema, Piero Fassino, Giuseppe Pisanu e Giuliano Amato, quest’ultimo ringraziato poco prima, nel ruolo di presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, per aver concesso l’uso della sala per la presentazione. Unamediazione senza risultati se sottolinea Amnesty, l’Italia «non ha risolto la questione della legittimità della detenzione dei migranti e dei richiedenti asilo». I respingimenti sono però parte di una politica più generale portata avanti dal governo contro quella che viene definita la «percezione di insicurezza ». Si tende a criminalizzare l’immigrazione creando così, come Amnesty ha più volte sottolineato, «un impatto pericoloso sui diritti umani». Norme come quella che indica un aggravante generica del reato l’essere un irregolare creano allarmanti conseguenze sulle condizioni di vita dei migranti. Sentendosi costantemente sotto minaccia si terrebbero lontano da scuole, strutture sanitarie e uffici pubblici, con gravi ripercussioni sul loro diritto all’istruzione, alla salute, all’identità. Un clima intimidatorio del quale sono già vittime i rom e i nomadi. Il Rapporto guarda con grande preoccupazione alle misure d’emergenza che, dal maggio 2008, criminalizzano le popolazioni nomadi sostenute da una retorica anti immigrati e anti rom. Preoccupano soprattutto gli sgomberi forzati. Condotti senza garanzie similimisure «sono una violazione dei diritti umani, in particolare del diritto a un alloggio adeguato». Il Rapporto è inoltre l’ennesima occasione per ricordare l’assenza del reato di tortura nel ordinamento italiano. Un’assenza resa ancora più palese dalle motivazioni per la condanna in primo grado degli agenti e medici accusati delle violenze contro imanifestanti durante il g8 di Genova nel 2001. Gli imputati sono stati infatti condannati per reati minori come l’abuso d’ufficio, proprio perché il codice penale non prevede il reato di tortura. Un’assenza che Amnesty denuncia dagli anni ottanta. Lettera 22

 
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