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Bonanni attacca Epifani e la CGIL PDF Stampa E-mail
mercoledì 15 aprile 2009

da Il Manifesto - 15 aprile 2009

Raffaele Bonanni ha strappato lamaschera da sindacalista serio e ponderato che nasconde il volto giacobino di Guglielmo Epifani. Chi è, in realtà, il segretario Cgil? Uno che «liscia la tigre della rivoluzione e soffia sul fuoco», degno capo di un sindacato «pericolosamente ambiguo e opportunista». Nientemeno. La colpa è di non aver preso nettamente le distanze dai «sequestri » di alcuni manager, sia in Francia che alla Fiat in Belgio.

Epifani e la Cgil non hanno bisogno della nostra difesa, e in più, il sostegno di un quotidiano comunista rischierebbe di rafforzare le convinzioni di Bonanni sulla bolscevizzazione del suo ex alleato. Infine, basta aver ascoltato una sola volta Epifani o incrociato la Cgil negli ultimi cinquant'anni per capire la delirante strumentalità del leader Cisl. Restiamo al merito: compito del sindacato dentro la devastante crisi economica sarebbe, per Bonanni, denunciare la gravità del sequestro dei manager da parte di lavoratori licenziati.

A prescindere dal carattere puramente simbolico di quei gesti, qualsiasi persona con la testa sul collo dovrebbe comprendere che la corda, a forza di tirarla, può spezzarsi. L'esasperazione di un operaio espulso da dirigenti che guadagnano cento volte il suo stipendio può provocare reazioni imprevedibili. Persino autolesioniste: già la cronaca racconta di casi di suicidio, o di improvvise esplosioni di cieca violenza come negli Stati uniti. In molti casi, per fortuna, i lavoratori si limitano a spettacolarizzare la propria condizione di difficoltà, richiamando con azioni estreme l'occhio dei media - minacciando di gettarsi da un'impalcatura, o sequestrando per qualche ora i manager.

Altro dovrebbe fare un sindacato che accodarsi al coro di chi vede la violenza solo nei gesti operai e non nelle delibere liquidatorie dei consiglieri d'amministrazione che si spartiscono il bottino rapinato in stagioni felici, mentre decretano la morte lavorativa dei dipendenti. Dovrebbe guidare le lotte in difesa del lavoro e degli stabilimenti, evitare a chi subisce gli effetti della crisi e della violenza padronale di trovarsi solo e disperato. Puntare l'attenzione sulle forme di lotta rimanda indietro di decenni, a fasi e culture totalmente altre. Il perbenismo ipocrita non salva la cattiva coscienza e non fa fare un passo avanti. Che vuole Bonanni? Dimostrare che il rifiuto della Cgil di firmare la controriforma dei contratti è coerente con la sua presunta radicalizzazione. Tenta di convincere i suoi iscritti che la complicità con le politiche berlusconianconfindustriali è l'unico modo per passare la nottata. Consegnando così all'avversario un patrimonio umano, di storie e lotte sindacali. Scherza con il fuoco, Bonanni. Ha ragione il segretario Fiom Gianni Rinaldini quando avverte: se la Fiat decidesse in Italia la chiusura di uno stabilimento, altro che sequestro dei manager, servirebbe l'esercito.

 
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