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L'autonomia di Di Vittorio PDF Stampa E-mail
mercoledì 11 marzo 2009

 da Il Manifesto - 11 marzo 2009

Poter pensare e agire in piena autonomia. Forse pochi la noteranno, ma è questa definizione della parola libertà, letta su un vocabolario da un ragazzino agli inizi del XX secolo, il passaggio chiave della fiction televisiva «Pane e libertà», diretta da Alberto Negrin, in onda domenica e lunedì sera su RaiUno. Il bimbo è Giuseppe Di Vittorio, il più grande segretario della Cgil. E quell’autonomia, coniugata attraverso le lotte dei lavoratori, rappresenta il filo conduttore della sua vita. Un «centro» che la fiction di Negrin rimanda benissimo - nonostante la scontata chiave un po’ melò di queste produzioni televisive.

L’autonomia è quella di cui hanno bisogno i braccianti di Cerignola, da cui Di Vittorio viene, per emanciparsi dalla fame e dalla servitù cui li costringe un feroce potere agrario. E’ l’autonomia dal bisogno che serve loro per liberarsi culturalmente e diventare cittadini, per poter immaginare un mondo diverso, persino per conquistare il diritto di voto. Ma è anche l’autonomia dai miti dell’interesse comune con il padrone e dalla storia pacificata che cancella le differenze in una indistinta comunità nazionale. Quella lettura del passato e del presente, ieri nuovamente ribadita da Gianfranco Fini nel presentare alla Camera «pane e libertà», violentando il pensiero di Di Vittorio, che considerava il «bene comune» come il risultato di un conflitto sociale, nel quale erano i lavoratori a rappresentare l’interesse generale, spesso in contrasto con quello particolare della controparte.

Questo erano il «piano del lavoro» per contrastare la disoccupazione di massa del dopoguerra (e oggi ci sarebbe infinito bisogno di una sua versione moderna) o il progetto della Vetturetta (che la Fiat trasformerà più tardi nella sua 600): capacità di progettare, di creare, in piena autonomia. Ma la storia di Giuseppe Di Vittorio si distingue anche da quella della sinistra, anche da quella del sindacato. Non solo per le sue origini proletarie (caso raro nel panorama dei leader della sinistra novecentesca italiana) e nemmeno per esser stato un sindacalista rivoluzionario - più anarchico che comunista - approdato poi ai vertici del Pci e della Cgil. Ciò che lo contraddistingue è stata la sua capacità di ribadire sempre il valore e la pratica dell’indipendenza. Dell’autonomia, appunto, necessaria a rappresentare il lavoro subordinato. Anche nei confronti della politica, anche quando si è dirigenti di un partito che si vuole «dei lavoratori».

E’ così che Di Vittorio rifiuta la teoria staliniana del socialfascismo, si oppone all’accettazione del patto Hitler- Stalin e, infine, condanna l’invasione sovietica dell’Ungheria nel ’56. «Perché - dice - quando si muovono gli operai io sto istintivamente con loro, anche contro il parere del mio partito». E questo vale anche per le politiche sindacali, per quell’unità - costruita nella Cgil unitaria del Patto di Roma e smontata dopo l’attentato a Togliatti - così fortemente voluta e in cui l’accordo dei vertici nasce da un’esigenza che si costruisce alla base, nel rapporto con i lavoratori, nella capacità dei dirigenti di rimettersi al loro volere. Concezione attualissima e che da sempre si scontra con chi restringe il propriomandato sindacale al confronto con gli iscritti - se non tra le burocrazie -, alle mediazioni delle appartenenze politiche o culturali.

Ieri alla Camera, presentando «Pane e libertà », si è detto che la ricostruzione della vita di Giuseppe Di Vittorio è rivolta ai giovani, per sollecitare la ricerca della libertà e dell’emencipazione dalle tante precarietà cui sono costretti. Vero. Ma anche i meno giovani dirigenti della nostra variegata sinistra politica e sindacale potrebbero ripassare la lezione e imparare qualcosa.

 
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