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Disoccupati, corsa continua PDF Stampa E-mail
marted́ 10 marzo 2009

da Il Manifesto - 10 marzo 2009

Francesco Paternò

In Italia non ci sarà miseria, ma solo un’ulteriore quota parte di disoccupati dei prossimi 6milioni previsti entro il 2010 a livello europeo dal centro studi della Commissione di Bruxelles. Ma la prima non dovrebbe essere conseguenza naturale della seconda? No, parola di Silvio Berlusconi, per il quale questa crisi «sembra particolarmente grave», «non ci saranno situazioni di miseria » e poi «le crisi ci sono sempre state ma poi finiscono».

Il capo del governo italiano parla in questi termini nel giorno in cui sul vecchio continente rimbalzano le più nere previsioni finora ascoltate per l’impatto della crisi sul mondo del lavoro. E sembra di stare su Marte. Nel rapporto che gli esperti del Consiglio economico e sociale invieranno all’attenzione dei capi di stato e di governo in vista del vertice comunitario del 19 e 20marzo a Bruxelles, si sottolinea come la crisi economica «colpisce duramente e richiede un'azione urgente», perché la «recessione senza precedenti creerà altri sei milioni di disoccupati entro il 2010». «Le severe conseguenze sociali della crisi finanziaria avranno un impatto su individui e famiglie - si legge ancora nel documento - e la rapida crescita della disoccupazione è al centro delle preoccupazioni dei cittadini europei».

Tali preoccupazioni vanno affrontate con «azioni mirate per stimolare l'occupazione, prevenire e limitare la perdita di posti di lavoro e il loro impatto sociale». Gli esperti non si limitano a fotografare un pessimo futuro,ma provano a dare qualche indicazione su come provare ad attutire l’impatto. Così si invitano gli stati membri dell’Unione a «evitare misure che inducano al ritiro prematuro dalla vita lavorativa, come schemi di pensionamenti anticipati o limiti di età alle opportunità di formazione, in modo da mantenere ed accrescere la partecipazione al mercato del lavoro».

Inoltre, bisogna affrontare «la sostenibilità e l'adeguatezza dei sistemi pensionistici attraverso riforme appropriate », incluso quello che è già un obiettivo della strategia di Lisbona, cioè «il raggiungimento di un tasso di occupazione dei lavoratori anziani pari al 50%, nonché un aumento per coloro che percepiscono salari bassi». Infine, si invitano i leader dell’Unione a prestare attenzione alle categorie più vulnerabili per metterle al riparo dalla nuova esclusione, e ancora «rafforzare l'accesso alla formazione per i gruppi più deboli, disoccupati e cassaintegrati, in modo da prepararli alle nuove opportunità di lavoro». Insomma, un quadro desolante, per il quale i consigli degli esperti appaiono fragili, quando non sbagliati.

La specificità italiana è che il governo Berlusconi risponde con le battute, come quella rivolta agli imprenditori di «non leggere i giornali», perché catastrofisti: invece, dice il premier, «questa crisi può avere una estensione minore nel tempoma dipende dai nostri comportamenti». Nella realtà dipende da tante di quelle cose che nessuno è in grado di prevedere davvero. Basti pensare che in America hanno sbagliato le previsioni di caduta del Pil nel quarto trimestre 2008 di un clamoroso -60%. Un errore così vuol dire che o nessuno conosce più il suo mestiere, o che le cose sono davvero peggiori di quel che sembra di capire. Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil, quantifica la quota parte italiana della funesta previsione comunitaria sui prossimi 6 milioni di disoccupati in un 10%, dunque altre 600.000 persone che si troveranno senza lavoro entro il 2010.

«C’è bisogno - dice Fammoni - di adeguati ammortizzatori sociali che tutelino i lavoratori e di misure di accesso al credito per le imprese, con l’obiettivo di mantenere i livelli occupazionali e la produzione in Italia». Il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani butta lì, dura da smentire: «È difficile dire quando usciremo dalla crisi, perché tutte le previsioni finora non sono state azzeccate. È certo che siamo alla fase più acuta della crisi, il peggio deve ancora venire, almeno per quanto riguarda la perdita dei posti di lavoro, con le crisi aziendali che purtroppo stanno aumentando».

 
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