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Donne a 65 anni. Sacconi frena PDF Stampa E-mail
giovedì 05 marzo 2009

da Il Manifesto - 5 marzo 2009

Antonio Sciotto

ROMA «Il ministro Brunetta non rilascia dichiarazioni». L’ufficio stampa del titolare della Pubblica amministrazione, di solito loquacissimo, ieri era impenetrabile. Il campione della «lotta ai fannulloni», fautore dell’innalzamento dell’età pensionabile delle dipendenti pubbliche da 60 a 65 anni, dev’essere rimasto scottatissimo dall’uscita del collega Maurizio Sacconi, responsabile del Welfare, che ha frenato sulla riforma annunciata l’altroieri. «Non è stata mandata alcuna bozza all’Unione europea», ha dichiarato ieri Sacconi, dopo le proteste dell’opposizione, della Cgil,masoprattutto della Cisl. «Possono esserci tante bozze, ma nessuna decisione.

Se ne parlerà al consiglio deiministri - ha tagliato corto Sacconi - Per ora ci sono solo contatti con la Commissione Ue per vedere quale può essere lo spazio di decisione». Evidentemente una contrarietà così ampia, e che coinvolge anche Bonanni - finora dialogante con il governo - si deve gestire con maggiore delicatezza. Comunque Sacconi non ha negato che il governo abbia intenzione di attuare la riforma per le dipendenti pubbliche, solo che ha voluto aprire ai sindacati annunciando un «tavolo ad hoc» per i prossimi giorni. Su una riforma più generale delle pensioni, estesa cioè anche al privato e agli uomini, il ministro del Welfare ha però dichiarato che «non è il momento».

E in ogni caso, seppure nella contingenza sia in qualche modo diviso, il governo non è affatto isolato sull’obiettivo di innalzare l’età di uscita delle lavoratrici pubbliche, e, in prospettiva, agire su tutto il mondo del lavoro, magari rimettendo mano al famoso «scalone» Maroni. Una consistente parte del Pd, infatti, continua a premere per una riforma del sistema pensionistico, nonostante il freno ufficiale imposto dal segretario Dario Franceschini, che ha ribadito di non voler legare la sua prosposta sull’assegno ai licenziati alla manomissione dei diritti previdenziali. Ma, soprattutto, preme Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, che ancora ieri ripeteva che «la riforma delle pensioni è necessaria». Interessanti, comunque le «stoccate » che Sacconi ha indirizzato a Marcegaglia e al Pd: la richiesta di riforma più incisiva di Confindustria «suona un pò di maniera», ha sottolineato il ministro, mentre Enrico Letta «non può chiedere ora la riforma se il suo governo, quello Prodi, per accontentare la Cgil, è passato dallo 'scalone’ agli 'scalini’, con un'operazione che ci costerà 10 miliardi». Sulla possibilità di introdurre l’innalzamento su base volontaria, come proposto tra l’altro dalla Uil, Sacconi si è dimostrato scettico: «Non credo sia consentito, dato che per gli uomini non c’è volontarietà: e i requisiti devono essere uguali».

Dal fronte del Pd, ieri comunque Enrico Letta ha taciuto: dopo la sua intervista che apriva alla riforma generale delle pensioni, era stato «sconfessato» da Piero Fassino a «Ballarò», il quale aveva ribadito la posizione ufficiale del partito, espressa da Franceschini. Invece, Pietro Ichino ed Emma Bonino sono tornati a insistere sulla «ineludibilità » dell’innalzamento dell’età pensionistica delle donne, con Bonino che si augura prevalga «la linea Brunetta ». Rosy Bindi è tornata invece ad affermare che «è un’idea sbagliata», mentre per l’exministro del LavoroCesare Damiano «non si può affrontare il tema dell'innalzamento per le donne se prima non si stabilisce come riconoscere loro il tempo dedicato alla cura a fini pensionistici e se non si mette in campo una rete di servizi che garantisca parità retributiva e di carriera».

Paolo Ferrero (Prc) invece attacca il Pd: «La quantità di proposte che Franceschini negli ultimi giorni sta avanzando senza spiegarne i contenuti è diventata eccessiva»; e ribadisce che «l’età non va innalzata». Gianni Pagliarini (Pdci) boccia la proposta del governo come «ipocrita e inaccettabile». Dai sindacati si registra un inedito avvicinamento tra Cgil e Cisl, che segue tra l’altro la lettera inviata dal segretario generale CgilGuglielmo Epifani alle altre due confederazioni, con l’invito a una segreteria comune sul tema della rappresentanza. Il leader della Cisl Raffaele Bonanni ha sottolineato con nettezza di essere «contrario all’innalzamento dell’età a 65 anni per ragioni di metodo e di merito: perché non si è aperto nessun confronto con il sindacato; e perché si introdurrebbero criteri di accesso differenziato tra le lavoratrici del pubblico e del privato.

Il governo può contrastare la sentenza Ue facendo presente che il regime pensionistico pubblico non è un regime professionale distinto da quello legale generale». E così Epifani ha avuto occasione per il suo «assist»: «Non si può accettare una riforma senza discutere e senza aprire un tavolo. Se questa è la posizione di Bonanni, è giusta».

 
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