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Pomigliano, migliaia in piazza. PDF Stampa E-mail
sabato 28 febbraio 2009

 «Una risposta sociale alla crisi»

Rosa Mordenti [27 Febbraio 2009]

Da Carta on line

Almeno 10 mila persone hanno sfilato in corteo a Pomigliano d'Arco nel giorno dello sciopero generale contro la chiusura dello stabilimento Fiat. Con gli operai, in cassa integrazione da mesi, c'erano tutti: l'intero consiglio comunale, le associazioni, le scolaresche, il vescovo, i comitati anti discarica... A sfilare questa mattina in corteo, al fianco degli operai dello stabilimento Fiat oggi in sciopero, c’era tutta la città: almeno 10 mila persone. C’erano le scolaresche, le parrocchie, i commercianti, l’intero consiglio comunale, il vescovo di Nola, Beniamino Depalma, politici locali e «nazionali». Numerosi i sindaci e i gonfaloni dei comuni della provincia di Napoli. Le campane delle chiese della città hanno suonato al passaggio dei manifestanti: i parroci erano tutti in piazza, come gli studenti delle scuole medie e superiori, dell’Onda napoletana, i gruppi anti-discarica arrivati da Chiaiano, delegazioni rsu delle aziende napoletane e delle fabbriche Fiat di tutta Italia a partire Mirafiori, le associazioni cittadine, quelli di «Patto di base» [Cub – Cobas – Sdl], delegazioni dei movimenti di lotta per il lavoro e centri sociali. In concomitanza con la manifestazione, si è svolto in tutto il comprensorio lo sciopero generale di 4 ore proclamato dai sindacati metalmeccanici, Fim, Fiom, Uilm e Fismic, con l’adesione dell’Ugl. Si sono fermate anche l’Alenia e l’Avio, e tutte le piccole medie imprese del territorio. La richiesta di tutti è dunque che il locale stabilimento Fiat Auto non venga ulteriormente penalizzato. I lavoratori, 5mila dello stabilimento Gianbattista Vico, e 10mila dell’indotto, hanno lavorato solo cinque settimane dal mese di settembre: sono 19 settimane di cassa integrazione, a 750 euro al mese. Perfino il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è sceso in campo in difesa dei lavoratori di Pomigliano: ha scritto una lettera a Montezemolo. Invece il governatore Bassolino ha incontrato le rsu dello stabilimento, sottolineando che Pomigliano non è stata investita dagli ecoincentivi statali. Il governatore ha telefonato al ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, che ha risposto che il governo «convocherà un nuovo tavolo per l’auto nei primi dieci giorni di marzo» e «un tema specifico» sarà quello del futuro dello stabilimento napoletano. «Pomigliano rappresenta la punta più avanzata del movimento per il rilancio dell’azienda automobilistica torinese. Qui si delineano le prospettive industriali di tutto il gruppo» da detto Massimo Brancato, segretario provinciale della Fiom; «È la vertenza di tutto il territorio», ha detto Maurizio Mascoli della Fiom regionale, «questo è il vero significato della manifestazione di oggi. Chi partecipa è perché vuol far qualcosa per gli operai di Pomigliano». «Lo stabilimento Fiat Auto di Pomigliano – si legge in una nota della Fiom – si presenta come il più colpito dalla crisi tra tutti quelli del Gruppo. Questi lavoratori ad oggi non sanno quale prospettiva industriale si determinerà per Pomigliano. A fronte di ciò occorre continuare nella mobilitazione dei lavoratori ed allargarla». Dal palco, alla conclusione della manifestazione, hanno parlato il sindaco della città, Antonio Della Ratta, il vescovo di Nola, Beniamino Depalma, il segretario della Uilm, Giovanni Sgambati, il segretario provinciale della Cisl, Giampiero Tipaldi, e Gianni Rinaldini, segretario generale della Fiom Cgil, che ha concluso. Dal palco ha detto «Questa è la prima grande risposta sociale alla crisi». A aggiunto che «lo sciopero, che ha completamente bloccato gli stabilimenti metalmeccanici della zona, è andato nettamente oltre i confini dell’iniziativa sindacale», trasformandosi in «una risposta corale del territorio» alla crisi. Ma i programmi di Cassa integrazione già noti arrivano fino al 19 aprile, e quello che accadrà dopo resta un mistero. Negli ultimi mesi i lavoratori dello stabilimento hanno lavorato, nei casi migliori, una settimana al mese.

 

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L’intera città in corteo. Rinaldini (Fiom): «Una protesta di popolo» Fiat, Pomigliano scende in piazza per il lavoro

Da Liberazione del 28 febbraio 2008

Castalda Musacchio

«Il lavoro è dignità non carità». Si sfila, si sfila in un corteo che si è snodato per tutta Pomigliano. Dietro lo striscione che ha aperto la manifestazione, i gonfaloni di Acerra, Castello di Cisterna, San Giorgio a Cremano, Camposano, Pozzuoli, Castellammare di Stabia, Pompei, Brusciano, Marano. Il perché, lo spiega il sindaco Antonio Della Ratta: «L’eventuale chiusura di questo stabilimento Fiat non riguarda solo Pomigliano d’Arco ma l’intera provincia di Napoli». E così, accanto agli operai, alle famiglie, agli studenti, ci sono le suore dell’oratorio salesiano, le operatrici sociali del Don Bosco, i rappresentanti del laboratorio artistico culturale «don Carlo Carafa» di Mariglianella. Arriva tra gli applausi il vescovo di Nola Beniamino Depalma. E al passaggio del corteo si serrano le saracinesche, si tirano fuori le bandiere dai balconi, tutti gli esercizi commerciali sono rimasti chiusi a dimostrazione che quella di ieri è stata - come sottolinea non senza orgoglio Gianni Rinaldini, il segretario generale della Fiom-Cgil - «la prima grande manifestazione di popolo, la protesta di un’intera comunità». Dario Fo e Franca Rame hanno inviato i loro messaggi di solidarietà. Enzo Gragnaniello, Gino Rivieccio, Tony Cercola, Enzo Avitabile sono solo alcuni degli artisti che si sono uniti a «una causa che è di tutti noi». Ieri, a Pomigliano, c’è stata «la prima grande risposta sociale alla crisi» annota Rinaldini. E sventolano le bandiere della Fiom, della Fim, della Uilm, dell’Ugl, della Fismic, dei Cobas ma anche di Rifondazione, di Sinistra democratica, dei Comunisti italiani. «Una Roberto Farneti Un vero e proprio «attacco alla democrazia », un «colpo di mano che va sventato sul nascere». Questo il duro giudizio dei sindacati di base Cub, Confederazione Cobas e SdL Intercategoriale sulle nuove regole per gli scioperi contenute nel disegno di legge delega varato ieri dal Consiglio dei ministri. Un attacco che ha come obiettivo quello di «imporre per legge la pace sociale» e che necessita di una risposta immediata, a partire dallo sciopero del trasporto aereo del 4 marzo. La difesa del diritto di sciopero e della democrazia sindacale saranno inoltre al centro della manifestazione nazionale del 28 marzo a Roma contro la politica economica del governo e dello sciopero generale indetto dalle tre organizzazioni per il 23 aprile. Fabrizio Tomaselli, coordinatore nazionale di SdL. La Costituzione tutela il diritto di sciopero «nell’ambito delle leggi che lo regolano». Non è quindi incostituzionale proporre nuove regole. Perché sostenete il contrario? Perché quando una legge di fatto impedisce l’esercizio del diritto di sciopero, questa è una violazione della Costituzione. Con queste norme in alcuni settori non si potrà più scioperare. Legare la possibilità di indire uno sciopero alla rappresentatività più o meno ampia di chi lo propone, di fatto trasforma il diritto individuale del lavoratore in un diritto esclusivamente prerogativa delle organizzazioni sindacali. Oggi come oggi anche gruppi di lavoratori non inquadrati in una specifica organizzazione sindacale possono promuovere scioperi. E’ il caso di tanti coordinamenti di base: basti ricordare l’ultimo sciopero per la sicurezza effettuato dall’assemblea nazionale dei ferrovieri. Queste norme non solo sono incostituzionali ma anche inapplicabili, perché a tutt’oggi non esiste una legge sulla rappresentanza in grado di misurare la rappresentatività delle singole organizzazioni ai vari livelli: aziendale, di settore e nazionale. Nelle aziende dove gli iscritti ai sindacati sono meno del 50% dei lavoratori - e sono tantissime - ogni sciopero dovrebbe essere preceduto da un referendum, mentre in quelle dove la sindacalizzazione fosse più bassa del 20% il diritto di sciopero verrebbe di fatto abolito. La questione della rappresentatività è stata sollevata anche da Antonio Martone, presidente della Commissione di garanzia. Martone cita l’esempio di uno sciopero Alitalia che avrebbe provocato la cancellazione di oltre 200 voli pur avendo ottenuto poche decine di adesioni... Quello che dice Martone non è vero. L’equivoco nasce dal fatto che quando c’è uno sciopero nel settore dei trasporti, spesso l’adesione di molti lavoratori non viene conteggiata a causa delle cancellazioni preventive di treni e voli operate dalle aziende, al fine di evitare disagi ai passeggeri. Misurare in via preventiva il livello di adesione agli scioperi non può essere un modo per venire incontro alle esigenze dei cittadini? In qualsiasi parte del mondo l’esercizio dello sciopero è libero. Un lavoratore ha il diritto di decidere il giorno stesso se scioperare o meno. Anche perché, dal giorno della proclamazione, lo stato della vertenza può cambiare. L’adesione preventiva individuale espone invece il singolo lavoratore a forme di intimidazione da parte delle aziende, soprattutto in quelle piccole. Si parla di sciopero virtuale. Ma per quale motivo un lavoratore dovrebbe dichiararsi in sciopero e lavorare gratis? Parlare di sciopero “virtuale” è una contraddizione in termini. E’ evidente che in questo modo si rischia di creare un forte squilibrio tra quello che ci rimetterebbe il lavoratore, pur lavorando, e il danno subito dall’impresa. Inoltre, specie nei trasporti e nei servizi, l’efficacia dello sciopero è legata anche al danno di immagine per le aziende. Intanto il Codacons si schiera con voi e la Cgil e al governo manda a dire «di non utilizzare la scusa dei consumatori per violare la Costituzione». Una solidarietà inaspettata? Questa contrapposizione con l’utenza spesso è strumentalizzata. Basti ricordare le battaglie comuni tra pendolari e lavoratori per l’efficienza dei servizi di trasporto ferroviario. Ci sembra che questa volta il Codacons abbia colto correttamente l’incostituzionalità delle norme proposte dal governo. protesta così - continua Franco Bruno della Fiom - non si vedeva dal 1964. Questo dovrebbe far capire al governo che ogni intento di fermare i lavoratori è vano». La risposta di Pomigliano è stata quella corale di un’intera cittadinanza di fronte alla gravissima situazione determinatasi nella filiera dell’auto; ma, soprattutto, a causa di quella Cassa integrazione ordinaria attuata dalla Fiat nello stabilimento intitolato a Giambattista Vico. I programmi di Cassa integrazione - spiegano dalla Fiom-Cgil - arrivano fino al 19 aprile. Negli ultimi mesi gli operai hanno lavorato, nei casi migliori, una settimana al mese. Il che significa per circa 20mila famiglie (5mila dipendenti della Fiat Auto e oltre 15mila dell’indotto, ndr) sopravvivere con poco più di 750 euro al mese. «Come si fa? Come possiamo farcela?» dicono le donne in piazza. «Vogliamo un piano industriale» gridano gli operai. «Pomigliano non si tocca» si legge sui cartelli portati in spalla. O ancora: «Sono stato deportato con un accordo sindacale al reparto confino di Nola». «Cosa dice questa manifestazione?» si chiede Rinaldini. «Credo dica due cose », spiega. «Primo: chi pensa di chiudere Pomigliano se lo tolga dalla testa. Secondo: la nostra forza è nell’unità di tutti i lavoratori del gruppo Fiat». E’ chiaro, il settore dell’auto è in crisi, e Pomigliano non gode degli incentivi previsti dallo Stato per altri stabilimenti. «La General Motors - annota ancora il segretario Fiom - è sull’orlo della bancarotta. Per questo non si possono mettere i lavoratori gli uni contro gli altri». E, precisa, debbono essere tre gli obiettivi. Il primo, relativo agli ammortizzatori sociali, per chiedere che si torni a rialzare l’erogazione della Cig fino all’80% della retribuzione. Il secondo: è che anche la Fiat faccia la sua parte, vale a dire investa di più nel Gruppo. Terzo: «Vogliamo un negoziato vero. Un negoziato con l’azienda, con il Governo » conclude Rinaldini. La Fiat - urlano i lavoratori - debbono spiegare quali sono le ”mission” dei singoli stbailimenti. E il Governo deve convocare un incontro. «Scajola - dicono dalla Cgil - ha detto di voler convocare i sindacati per il 10 marzo». Eppure, ai diretti interessati non è ancora giunta alcuna notizia. Del resto, è noto, che, per far fronte alla domanda di ”Grande punto” a metano sostenuta dagli incentivi del Governo, la Fiat ha deciso di distaccare nello stabilimento di Melfi 300 lavoratori di Pomigliano e di portare da 16 a 24 ore lo straordinario che sarà svolto nella fabbrica lucana in due giornate di sabato. A dare la notizia è stato il segretario generale della Basilicata della Fim-Cisl, Antonio Zenga. Zenga, che ha parlato di «doppia notizia positiva» per la Fiat di Melfi, ha detto che si tratta di «un altro segnale incoraggiante, che va in controtendenza rispetto a quanto si profilava solo poche settimane fa. Gli incentivi stanno funzionando - ha concluso il dirigente della Fim - e il mercato si sta lentamente riprendendo». Non per Pomigliano però, dove la situazione è diversa e ben più complessa. Le notizie che giungono dall’azienda certo non rassicurano. L’ultima, anticipata dalla Fismic, è che tutto lo stabilimento di Mirafiori si fermerà nelle prime due settimane di aprile per la Cassa integrazione. Il provvedimento interesserà circa 6mila lavoratori delle Carrozzerie, delle Presse e delle Costruzioni e Stampi. «Questo dimostra - commenta il segretario generale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo - che gli incentivi sono utili, ma non risolutivi. La Fiat non può sottrarsi alle sue responsabilità e a un confronto, mentre il governo deve incalzare l’azienda sugli impegni che riguardano il Paese, la tutela di tutti i siti produttivi e i nuovi prodotti per il futuro dell’occupazione». Ed è proprio questo quello che chiedono i lavoratori di Pomigliano. «Questi operai - commenta Paolo Ferrero, Prc - chiedono chiarezza e risposte sul loro futuro. Il governo e la Fiat devono darle e immediate. Non si può scaricare su loro il prezzo della crisi. Per questo oggi - continua - sarò a Torino nella protesta indetta dalla Cgil per la ”marcia per il lavoro e in difesa del contratto”». Il rintocco delle campane delle chiese della cittadina del napoletano segue con ritmo cadenzato il passaggio dei manifestanti. Il corteo si snoda lentamente per le strade della città. Uno sciopero - dicono anche dalla ”Rete28Aprile” - che è stato davvero generale, ”nel senso antico”, con tutte le fabbriche, le attività, i negozi chiusi, un segno che la lotta dei lavoratori Fiat «può vincere».

 

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POMIGLIANO · 20mila in piazza per lo stabilimento Fiat Gli operai non sono soli. A ritmo di folk

Da Il Manifesto del 28 febbraio 2009

Adriana Pollice

NAPOLI «Pomigliano non si tocca». Dietro lo striscione erano in 20mila ieri, scesi in piazza per difendere lo stabilimento Fiat napoletano e, con lui, anche l’indotto, un comparto che vale 15mila lavoratori se ci si ferma agli assunti diretti e al primo livello di fornitori. «Una partecipazione massiccia» commenta Franco Percuoco, Rsu Fiom, tra gli organizzatori della mobilitazione, che ha accompagnato lo sciopero generale di quattro ore delle aziende metal meccaniche del territorio. In strada è scesa la comunità, non solo gli operai. Le parrocchie hanno coinvolto i fedeli, i negozianti hanno abbassato le saracinesche esponendo il cartello «Sciopero in solidarietà dei lavoratori Fiat», gli studenti dell’Onda sono arrivati da Napoli per riaffermare, con gli operai, «Noi la vostra crisi non la paghiamo». In corteo anche il presidio della rotonda Titanic, arrivato da Chiaiano in pullman. A scandire la marcia i Zezi, gruppo nato nel mondo operaio della Pomigliano anni settanta, bandiera del folk politico, e poi il sindaco della cittadina, i gonfaloni dei paesi vicini, la Cgil con i vertici Fiom nazionali Giorgio Cremaschi e Gianni Rinaldini, la Cisl, la Uil, i Cobas, Rifondazione comunista, Sinistra democratica e Comunisti italiani, la regione Campania con l’assessore alle attività produttive, Andrea Cozzolino. Una partecipazione massiccia ma anche molta paura che la crisi internazionale si trasformi nell’opportunità per la Fiat di chiudere gli stabilimenti e de localizzare all’estero. Quello partenopeo è il centro produttivo che rischia di più, da settembre a oggi sono 19 le settimane di cassa integrazione e altre sono già programmate per i prossimi mesi. Per ora al Lingotto prendono tempo, ieri l’annuncio che trecento dipendenti di Pomigliano andranno a rafforzare la produzione a Melfi per due mesi. La Grande Punto a metano tira, grazie agli incentivi del governo, e nel vicino stabilimento lucano da mesi fanno gli straordinari, che verranno aumentati da 16 a 24 ore. «Ad andare a lavorare a Potenza – spiega Percuoco - saranno 240 apprendisti e 60 cassaintegrati. Allevierà in parte le sofferenze economiche di una manciata di operai in cig ma non risolverà nessun problema. Quello che vogliamo è un piano industriale per il futuro, a rischio sono tutti gli stabilimenti, per questo con noi c’è anche una delegazione di compagni dalle altre fabbriche del gruppo ». E non solo loro, ieri nelle strade di Pomigliano anche i lavoratori dell’indotto. Quelli, ad esempio, della Ergom di Napoli e di Caivano, fornitrice di paraurti, plance e altri componenti in plastica, gli operai della De Vizia, addetti alle pulizie sanitarie e industriali, e poi la Delivery & Mail e quelli della Fiat Service, cioè gli amministrativi. «L’azienda vive alla giornata – ragiona Cremaschi -, alimenta il conflitto fra chi spera di avere un lavoro e chi non ci spera più. Anche la controriforma del sistema contrattuale punta ad alimentare la guerra tra i poveri, colpendo il contratto nazionale e nello stesso tempo inventandosi una contrattazione sulla produttività che in questa situazione è solo il ‘si salvi chi può’, di chi può». Sul palco rabbia e frustrazione, perché senza una battaglia sindacale comune in Europa la crisi da queste parti rischia di diventare irreversibile. Al segretario generale della Fiom,Gianni Rinaldini, il compito di sottolineare che la Fiat deve dare risposte ai lavoratori su tutto il territorio altrimenti sarà indetta una manifestazione nazionale. Il leader della Fiom ha chiesto che venga prorogata la cassa integrazione ordinaria per i metalmeccanici, estesa anche ai lavoratori precari non tutelati, per reperire risorse basterebbe «istituire una tassa sui redditi più alti». In quanto all’audizione fatta in parlamento con otto ministri, Rinaldini la liquida come una presa in gito e prosegue: «Ho sentito che ieri il ministro delle attività produttive Scajola ha annunciato che ci sarà un incontro entro il 10 marzo. Vogliamo una comunicazione ufficiale ».

 
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