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L’America inginocchio PDF Stampa E-mail
sabato 28 febbraio 2009

 L’economia Usa nel tunnel della recessione: a sorpresa nell’ultimo trimestre del 2008 il prodotto interno lordo è precipitato del 6,2%. È la peggiore performance dall’inizio del 1982. Dilaga la disoccupazione, crollano (-20%) gli investimenti, va malissimo l’export, i consumi ristagnano. Sale solo la sfiducia delle famiglie

Da Il Manifesto del 28 febbraio 2009

Roberto Tesi

L’economia statunitense è ufficialmente in crisi: il Pil dopo aver registrato una leggera flessione (-0,5% il dato annualizzato) nel terzo trimestre, nel quarto trimestre è sprofondato del 6,2%, il maggior tonfo degli ultimi 27 anni. In realtà che il Prodotto interno lordo aveva smesso di crescere già si sapeva: la stima preliminare diffusa un paio di settimane fa aveva allertato, visto che veniva indicata una flessione del Pil del 3,8%. In pochi giorni, quindi, gli statistici hanno rivisto al ribasso i dati del 60%. Una revisione largamente attesa da tutti gli analisti (anche il manifesto l’aveva prevista) ma non in queste dimensioni. In tempi di crisi persino gli uffici statistici sembrano aver perso la bussola e l’impressione è che i numeri macroeconomici - sempre comunicati con tempestività - spesso siano sparati a casaccio. Una premessa, però, è necessaria: la caduta del 6,2% non deriva dal confronto con il dato del trimestre precedente e neppure da quello con lo stesso trimestre del 2007 (che viene definita variazione tendenziale) e che al contrario di quanto registrato in Europa, negli Usa segna una variazione ancora positiva dell’1,1%. Insomma, siamo di fronte a una proiezione su un anno dell’andamento del Pil negli ultimi 3 mesi del 2008. Nel quarto trimestre è successo che il Pil è andato indietro dell’ 1,5% sul trimestre precedente e annualizzando (proiettando sui tre trimestri successivi) questa variazione si ottiene un tasso annualizzato del -6,2%. Questo non significa, ovviamente, che nel 2009 il Pil crollerà del 6,2%,ma ci dice che se la congiuntura non registrerà una svolta il Prodotto lordo farà segnare un capitombolo del 6,2%. Unmodo diverso - rispetto all’Europa - di leggere i dati. Difficiel dire se più o meno corretto.Ma negli Usa fanno così. E così dobbiamo leggerli. La prima cosa che risulta evidente è che a parte la spesa governativa positiva per l’1,7%, i contributi al Pil di consumi, investimenti e esportazioni stanno, invece, precipitando. Partiamo dall’export. Complessivamente registra una caduta del 23,6% che sale al 33,6% per quanto riguarda le esportazioni di merci. La svalutazione del dollaro tenacemente perseguita da Bush non ha ottenuto gli effetti desiderati e il modesto miglioramento del deficit della bilancia commerciale deriva non da maggiori acquisti di merci Usa, ma da una minore importazioni di merci estere (-19,4%).Perché? Semplice: stanno diminuendo i consumi che sono la componentemaggiore (il 75%) del Pil complessivo. Nell’ultimo trimestre del 2008 - come segnala il National economic accounts - la caduta è stata del 4,3%, in presenza di un crollo del 22,1% nel settore dei beni durevoli - in primo luogo le auto - che sono i primi a segnare il passo durante le fasi recessive. Il tutto trova conferma nei dati (diffusi nei giorni scorsi) sull’andamento della produzione industriale e degli ordinativi. L’eccesso di capacità produttiva inutilizzata sta portando a un blocco, anzi a un regresso degli investimenti fissi: -20,8% la variazione complessiva con una caduta del 28,8% sul fronte dei beni strumentali e del software. Male - anche qui una conferma di quanto già si sapeva - anche gli investimenti in edilizia residenziale: -22,2%. L’economia Usa, insomma, sta attraversando la peggiore crisi del dopoguerra. E le prospettive non sono rosee. Anzi nel tunnel della recessione non c’ barlume di luce. I prossimi mesi saranno i peggiori e sicuramente la crisi diventerà più violenta. Ad annunciarlo sono soprattutto i dati sull’occupazione. Da un paio dimesi i dati sui nuovi disoccupati sono drammatici. Le richieste iniziali di sussidi di sussidi di disoccupazione ne sono lo specchio: ogni settimana sono oltre 600 mila (667 l’ultimo dato) i licenziati che si mettono in coda per chiedere l’indennità di disoccupazione e cercare un nuovo lavoro che appare sempre più improbabile. Secondo alcuni analisti in febbraio i disoccupati potrebbero risultare un milione in più del mese precedente e il tasso di disoccupazione salire a quell’ 8% che secondo le previsioni doveva essere toccato solo alla fine dell’anno. Tutto questo genera un circuito «vizioso»: meno occupati significano meno reddito, meno consumi, meno investimenti,meno case, meno importazioni. Il che significameno importazioni e trasmissione della crisi agli altri paesi. Questo è lo scenario drammatico che ha di fronteObama. Il suo programma che il Congresso che cerca di frenarlo, potrebbe assume più forza con il deterioramento dell’economia.

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BANCHE · Ok alla nazionalizzazione parziale Il Tesoro Usa si prende il 36% di Citigroup Carlo

Leone Del Bello

La notizia dell’accordo fra il governo degli Stati uniti e il colosso bancario Citigroup è arrivata ieri, dopo una settimana di attesa. Le indiscrezioni trapelate sul Wall Street Journal si sono rivelate esatte: tramite uno scambio fra azioni privilegiate e ordinarie, il Tesoro Usa deterrà il 36% del capitale della traballante banca. Per ora Washington non metterà un solo dollaro in più, ma si accontenta di un «rimpasto » nel consiglio direttivo e dell’appoggio al piano governativo di prevenzione dei pignoramenti immobiliari, fortemente osteggiato dalle altre banche. Il Tesoro scambierà 25 miliardelle sue azioni privilegiate di Citigroup (senza diritto di voto ma con dividendo più alto), acquistate l’autunno scorso, con un ammontare equivalente di azioni ordinarie. L’accordo prevede anche la conversione di altri 27,5 miliardi di azioni privilegiate attualmente detenute da azionisti esteri, come il governo di Singapore e il principe saudita. Questa conversione è dolorosissima per gli attuali azionisti: la loro quota è stata «diluita» fino al 26% del capitale. Al governo andrà il 36%, mentre agli investitori esteri il 38%. Ciò ha avuto effetto sul valore delle azioni, che a due ore dalla chiusura perdevano aWall street quasi il 40%. Il prezzo pagato dal governo federale è però altissimo: 3,25 dollari per azione, ovvero circa il doppio in più del valore che aveva una azione ieri pomeriggio, ametà seduta. Citi ha annunciato un cambio del board esecutivo, nel quale entreranno personaggi «indipendenti », ovvero nessun «uomodel Tesoro». Con questamossa si spera di salvare capra e cavoli, vale a dire evitare la sostanziale nazionalizzazione, penalizzando però l’attuale dirigenza. Fa eccezione l’attuale Ceo (chief executive officier) Vikram Pandit, che rimarrà al suo posto. Pandit, indiano d’origine, è stato chiamato nel dicembre 2007 a gestire l’emergenza, e non è quindi visto come diretto responsabile della catastrofe finanziaria del gruppo. L’accordo in sé pone non pochi dubbi: nessun nuovo dollaro viene aggiunto al capitale della banca, quindi è lecito chiedersi a cosa serva. La spiegazione è tecnica e risiede nel fatto che gli «investitori » non si fidano più del Tier 1 capital (azioni ordinarie più azioni privilegiate) come misura del grado di capitalizzazione delle banche, ma preferiscono guardare alle sole azioni ordinarie – il cosiddetto «capitale tangibile ». In questo senso sembra essere una partita di giro, anche se secondo molti osservatori l’accordo rappresenta una sorta di modello per le eventuali nazionalizzazioni future. Al governo va però la maggioranza relativa del colosso, garantendo implicitamente la copertura delle perdite future. Sono infatti in molti a temere che Citi sarà la «nuova Aig», vale a dire un vero e proprio buco nero nel quale, a partire dalla «parziale nazionalizzazione» dello scorso autunno, sono scomparsi 152 miliardi di dollari.

 
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