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Torino, udienza drammatica al processo Thyssen, le madri chiedono: «Perché mio figlio è morto»? PDF Stampa E-mail
mercoledì 18 febbraio 2009

da Liberazione - 18 febbraio 2008

Maurizio Pagliassotti

Torino Si pensava di conoscere tutto della vicenda Thyssenkrupp ma ieri al processo che si sta svolgendo a Torino l’orrore ed il dolore si sono incarnati, ed è stato sorprendentemente traumatizzante constatare come talvolta le situazioni possano peggiorare. Orrore e dolore hanno preso vita nei parenti, in quelli che sono condannati a portare un fardello semplicemente non comprensibile. Già nelle udienze passate era stato difficile anche solo incrociare il loro sguardo dei famigliari delle vittime, perché in fondo è diffuso il pregiudizio che tutto passa e il tempo cancella tutto.

Ma il tempo nella vicenda Thyssenkrupp non sta facendo il suo dovere, anzi per chi è rimasto in questo mondo sta peggiorando le cose. Ieri nell’aula del tribunale di Torino dove sei dirigenti dell’acciaieria sono stati chiamati a rispondere di reati gravissimi, tra cui l’omicidio volontario, hanno preso la parola le madri e le mogli di chi è morto brucato vivo in una notte di ordinario lavoro, in una ordinaria fabbrica italiana. Voci di donne, inflessibili nella loro commozione, che hanno tagliato come delle lame il silenzio catacombale sceso durante le loro deposizioni davanti ai giudici.

«L’unica cosa che vorrei è avere mio figlio indietro, aspetto sempre che con le sue chiavi apra la porta e arrivi. Voglio sapere perché mio figlio è morto. Era un fratello per i suoi nipoti e un figlio per i suoi cognati. Adesso non facciamo più le riunioni di famiglia, non c’è più la gioia di stare tutti insieme, e quando lo siamo parliamo solo della tragedia. Prima eravamo orgogliosi che nostro figlio fosse andato a lavorare in quella fabbrica, dove mio marito è stato per 40 anni e che chiamava la “fabbrica d’oro”. Adesso ci sentiamo in colpa per averlo mandato a lavorare lì.

A casa non viviamo più, io e mio marito quasi non ci sopportiamo più. Verso la fine mi disse che se dentro la fabbrica fosse successo un incidente non si sarebbe salvato nessuno. Io voglio sapere perché mio figlio è morto». Sono le parole di Grazia Cascino, mamma di Rosario Rodinò. «Quando è successa la tragedia ero all’ottavo mese di gravidanza, aspettavo due gemelle e quando sono entrata in sala parto mi sono imposta di non soffrire, di non gridare perché mio fratello aveva sofferto molto di più. Mi hanno tolto la gioia del diventare mamma. Questo Natale come l’hanno passato quelli che hanno causato la morte di mio fratello? Noi al cimitero. La tragedia ha influenzato anche i rapporti con mio marito, prima facevamo di tutto, ci divertivamo tutti insieme, adesso non ho più voglia di fare nulla. Lui cerca di starmi vicino ma io sono scontrosa, arrabbiata, cattiva, ma non mi sento più cattiva degli assassini di mio fratello che per me era come un figlio e per colpa loro ci ritroviamo così». Laura Rodinò, sorella di Rosario.

Famiglie sfasciate, distrutte, che vivono nel passato, che non riescono ad uscire dalla notte del sei dicembre 2007, quando ricevettero la telefonata fatale: «Qui Thyssenkrupp è successo un incidente ». A entrambe le donne gli avvocati della difesa hanno domandato se fossero state risarcite, se avessero ricevuto i soldi. Questa richiesta ha fatto perdere la pazienza non solo alle due donne ma anche al pubblico che ha rumoreggiato. La risposta di Laura Cascino è stata: «Ridatemi mio figlio indietro!». La domanda degli avvocati implicitamente sottolineava che essendo le famiglie state risarcite non dovrebbero costituirsi parte civile in virtù degli accordi presi circa un anno fa.

E’ stata sicuramente l’udienza più drammatica dall’inizio del processo,lo scorso quindici gennaio. Dopo le donne hanno testimoniato alcuni operai che erano presenti la notte del disastro. «Non si vedeva niente. C’erano fiamme alte fino al soffitto, fumo. E si sentiva odore di carne bruciata. Ho visto Roberto Scola e Angelo Laurino straziati dalle fiamme, in uno stato orribile. Scola urlava “portatemi via”.Provai a telefonare all’infermeria, poi cercai di spegnere l’incendio: afferrai la manichetta di un idrante ma si staccò. Urlavano dal dolore, avevo paura a toccarli, non dimenticherò mai e sono in preda ai sensi di colpa perché volevo fare di più».

Queste le parole di Fabio Simonetta che, mentre parlava, sembrava stesse leggendo le pagine di “Se questo è un uomo”. Lo stesso Simonetta ha poi confermato la tesi per cui le visite di controllo della Asl venivano annunciate con due giorni di anticipo, e il relativo gran pulire che seguiva. Un po’ come le visite farsa del generale nelle caserme. La prossima udienza si svolgerà il prossimo tre marzo e sarà la volta di Antonio Boccuzzi, salvatosi fortunosamente dall’incendio.

 
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