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La resa dei Sette alla crisi.Ma ognuno ha la sua ricetta PDF Stampa E-mail
domenica 15 febbraio 2009

G7 · «Meno protezionismo e più trasparenza». Draghi: le banche tirino fuori i loro asset tossici

Da Il Manifesto del 15 febbraio 2009

Antonio Tricarico*

ROMA Secondo un copione già scritto, i ministri delle Finanze del G7, coadiuvati dai governatori delle banche centrali dei sette paesi e dai vertici delle principali istituzioni finanziarie ed economiche internazionali, ieri si sono incontrati a Roma per discutere della grave crisi economica e finanziaria in corso e di quali misure approntare. È stato il primo appuntamento della presidenza italiana del G8, in un anno che potrebbe decretare la fine del gruppo che da trent’anni guida a proprio interesse e poco democraticamente le sorti dell’economia mondiale. Ma è stata anche la prima volta di Timothy Geithner, ministro del Tesoro dell’amministrazione Obama, giunto a Roma per vendere il suo ancora oscuro piano salva banche e titoli tossici da ben 2.500 miliardi di dollari. I temi della discussione sono apparsi scontati, così come le frasi di rito del comunicato finale presentato alla stampa. Esortazione a ristabilire la fiducia neimercati, riportare stabilità e crescita, monito contro le tentazioni protezionistiche di tanti, impegno a introdurre più trasparenza nei mercati finanziari, promozione di un maggior coordinamento dei regolatori tramite un non ben specificato «standard legale» messo in campo dal ministro Tremonti in nome dell’etica, e un’inevitabile azione comune dei supervisori a livello internazionale. Di fatto uno sterile tentativo di coordinare i vari entimultilaterali di coordinamento e le loro linee guida, fino ad oggi in gran parte non vincolanti. In questo Mario Draghi, presidente del Financial stability forum destinato probabilmente a diventare la sede istituzionale internazionale per la supervisione e parziale regolazione dei mercati finanziari, ha quasi affiancato il «nemico» Tremonti nelle vesti di padrone di casa. Il G7 ha anche trovato il tempo per spendersi sulle implicazioni della crisi per i paesi più poveri, chiedendo al solito Fondo monetario internazionale di aiutarli in una fase che potrebbe diventare sempre più critica per gli equilibri di bilancio, a fronte di un crollo del prezzo di alcune materie prime e delle esportazioni verso i paesi ricchi. Dominique Strauss Khan, socialista- liberista alla guida dell’istituzione di Washington, ha chiesto ingenti risorse ai governi del G7 per intervenire, dopo l’impegno del Giappone per ben 100 miliardi di dollari. Tra i piatti della cena di apertura servita a Villa Madama venerdì sera, ospite il Presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi, anche la riforma della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, sullo sfondo la tanto sospirata ma ancora lontana Conferenza di Bretton Woods 2 richiesta da Sarkozy e Brown. Mala retorica scontata, e sempre liberista, del G7 cela profonde divisioni tra i sette paesi sul come affrontare in maniera efficace la crisi e la regolazione dei mercati globali. Di fatto non si va oltre quanto dichiarato nel comunicato del G20 di Washington lo scorso novembre e già discusso nei gruppi di lavoro in vista del summit del 2 aprile a Londra del nuovo gruppo che aspira sotto la presidenza di Gordon Brown a diventare la nuova cassa di compensazione politica della globalizzazione. È chiaro che il G7 ha fatto il suo tempo, e non può che cedere il passo ad altre forme di governance globale, per motivi anche molto concreti. Le risorse per intervenire oggi sono in Asia e in Medio Oriente, gli squilibri dell’economia mondiale vanno risolti prima tra Usa e Cina e la stessa azione dell’Unione europea risulta marginale, nonostante la forza della divisa dell’euro. Ma campeggiano nel G7 visioni diverse anche su quanto salvare della fallimentare ideologia liberista, sul ruolo degli interventi pubblici in economia e sul grado di regolamentazione globale da creare. Usa e Regno Unito vogliono difendere ancora la loro sovranità tardoimperiale e la supremazia dei mercati finanziari sull’economia. Si pensi soltanto che il nuovo piano Geithnermira a rilanciare lo strumento delle cartolarizzazioni dei crediti per far ripartire l’operato delle banche, come se nulla fosse successo con i mutui sub-prime. L’asse franco-tedesco, di contro, coadiuvato in parte dall’intellettualoide Tremonti, mira a restringere il campo d’azione dei mercati finanziari, e soprattutto dei nuovi attori che hanno profittato da questa crisi, a partire dagli hedge funds altamente speculativi. Ma nella stessa Europa divide l’atteggiamento sui gradi di protezionismo che alcune economie potrebbero introdurre per raddrizzare la rotta prima del disastro. Ad oggi ci si concentra sul protezionismo legato ai pacchetti di salvataggio dei paesi più forti - Usa in testa, dopo la clausola del «buy American» approvata dal Congresso e accettata da Obama - ma sotto traccia la vera questione riguarda ancora una volta il protezionismo che potrebbe essere inoculato nei sistemi bancari nazionali dopo la sbornia liberista. In ogni caso, i G7 evitano accuratamente di discutere della necessità, forse inevitabile, di nazionalizzare gran parte del sistema bancario per guidare una vera ristrutturazione dell’economia dei paesi industrializzati. L’idea Geithner-Tremonti di una «bad bank» che compri i titoli tossici e disinquini i mercati sembra ancora non convincere, e anche quelli che la caldeggiano si chiedono come si possa rischiare forse anche un sesto del Pilmondiale in un’operazione non sicura, dopo che Usa ed Ue hanno già speso a vuoto 3,000 miliardi di dollari per salvataggi non riusciti. Con questi timori si naviga a vista verso il G20 di Londra. Nel frattempo, arrivederci Roma, addio G7.

 *Campagna per la riforma della banca mondiale

 
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