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I francesi che s’incazzano PDF Stampa E-mail
venerdì 30 gennaio 2009

Sciopero generale indetto dai sindacati: 195 manifestazioni in tutto il paese, due milioni e mezzo in piazza contro le politica di Sarkozy. Si rivede il Ps

Da Il Manifesto del 30 gennaio 2009

Anna Maria Merlo

PARIGI

Sarkozy, il presidente iperattivo, ieri aveva l’agenda vuota, come Luigi XVI che il 14 luglio del 1789 nella sua aveva scritto «niente». Ieri non c’è stata la presa della Bastiglia, il paese ha evitato la paralisi, ma lo sciopero generale è riuscito e le manifestazioni, 195 in tutta la Francia, «sono state le più grandi da vent’anni a questa parte», ha sottolineato il segretario della Cfdt, François Chérèque. In provincia, secondo la Cgt, sono scesi in piazza due milioni e mezzo di persone, più di un milione per la polizia. A Parigi, due ore dopo l’inizio della manifestazione a place de la Bastille c’era ancora gente ferma, tutte le strade laterali del percorso, fino all’Opéra, erano piene di persone, molte delle quali erano arrivate in centro con gli autobus organizzati dai sindacati. Come non si era visto da anni, i lavoratori del settore privato erano molto numerosi in tutti i cortei, a fianco della funzione pubblica. Ogni categoria ha partecipato con il proprio cahier de doléances: insegnanti, ricercatori, ospedalieri, giornalisti della tv e delle radio pubbliche, magistrati, trasporti, operai dell’auto, cassiere dei supermercati, persino dei poliziotti hanno sfilato accanto ai dipendenti della Borsa e ai bancari. I liceali erano ben presenti, anche se il governo ha disinnescato lamiccia che poteva rivelarsi esplisiva sospendendo la riforma della secondaria. Ma, al di là della proteste settoriali, c’era un sentimento comune, che non si è limitato soltanto a chiedere interventi a favore del potere d’acquisto e dell’occupazione: serpeggiava un’aria di rivolta contro il «disprezzo » con cui il potere tratta i cittadini. «Saldi all’Educazione nazionale» per gli insegnanti, «l’università promuove l’economia della conoscenza, il governo trae profitto dall’ignoranza», diceva un cartello di un gruppo di universitari, dei ricercatori hanno chiesto «libertà per la ricerca». Le ragioni di inquietudine economica, con previsioni di una recessione duratura e di una disoccupazione che potrebbe arrivare al 10% tra un anno, si sono intrecciate con le preoccupazioni per gli attacchi alle libertà pubbliche (pene minime per i recidivi, ipotesi del carcere a 12 anni, arresti e incarcerazioni abusive come nel caso dei ragazzi di Tarnac, controllo della tv pubblica, ecc.). «Il governo deve rendersi conto di quello che succede – ha affermato Bernard Thibault, segretario della Cgt – non può limitarsi a pensare che è solo un brutto momento transitorio o un’angoscia che è legittimo esprimere». Per Thibault, bisogna «rivalutare il lavoro». Sindacati e opposizione chiedono concertazione sulle riforme, realizzate invece a passo di carica da Sarkozy, senza tener conto della qualità né del servizio né del lavoro. Ma, per il momento, Sarkozy resta fermo: «Le riforme continuano, ho un contratto morale con il paese», ha affermato la vigilia dello sciopero generale.Ma Sarkozy da qualche giorno ha cambiato tono. Si è detto comprensivo: «Cè sofferenza, la gente protesta», ha ammesso, quando solo pochi mesi fa faceva il fanfarone, «ormai, quando c’è sciopero, nessuno se ne accorge». Ma i suoi insistono: ieri, mentre a milioni protestavano, uno dei portavoce dell’Ump ha ancora chiesto «sanzioni» contro chi sciopera «in proporziomne al disturbo causato». Sul seguito della giornata di ieri, molto dipendenderà dalla risposta del governo e dell’Eliseo. Il Ps, che per la prima volta da tempo era presente in forza alle manifestazioni, punta a una revisione della qualità e del ritmo delle riforme. «Il governo non ha sentito i segnali. Deve rimettere in causa il pacchetto fiscale» che nell’estate del 2007 ha regalato 15 miliardi di euro ai contribuenti più ricchi in sgravi fiscali, ha sottolienato il portavoce Benoït Hamon. La segretaria Martine Aubry ha affermato che i francesi erano in piazza per «dire basta al governo, per dire che pur lavorando non riescono ad arrivare alla fine del mese, i pensionati non ne possono più, c’è la paura dei licenziamenti». I sindacati, che dal 2007 hanno accumulato sconfitte (35 ore, riforma dei regimi speciali delle pensioni, servizio minimo) dovranno decidere come proseguire. Per il riformista Chérèque (Cfdt), «non potremo fare 10 manifestazioni contro la crisi». Ma Thibault (Cgt)mette in guardia: «è un avvertimento sociale di grande importanza e non una manifestazione passeggera, ci sarà un seguito». Sui luoghi di lavoro, in particolare alle ferrovie, il più radicale Sud a volte prende il sopravvento. Per Olivier Besancenot, che la prossima settimana trasformerà la Lcr trotkista in un più allargato Nuovo Partito anticapitalista, «una giornata di sciopero non sarà sufficiente». Per il sociologo Denis Muzet, la pioggia di soldi promessa alle banche ha «alimentato un sentimento di ingiustizia che può sfociare in rivolta», fomentata dal comportamento ansiogeno di Sarkozy. Al termine della manifestazione, quando i sindacati avevano già abbandonato la piazza, ci sono stati alcuni tafferugli tra giovani e polizia che non hanno modificato il segno positivo della giornata.

 

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Era dal 2003 che tutti le sigle sindacali non convocavano una fermata unitaria Francia, lo sciopero contro la crisi è il più grande da venti anni Sarkozy ordina il silenzio al governo

Da Liberazione del 30 gennaio 2009

Paolo Persichetti

In Francia due milioni e mezzo di lavoratori, secondo la cifra stimata dalla Cgt (poco più di un milione per il ministero degli Interni) sono scesi in strada ieri nei 195 cortei che hanno sfilato in ogni angolo del paese. «La più grande manifestazione dei salariati degli ultimi 20 anni», stando alle parole usate da le Monde, contro la politica economica del presidente Sarkozy. Centinaia di migliaia di persone hanno incrociato le braccia nel settore pubblico e nazionalizzato: trasporti, scuole, ospedali ma anche in alcune imprese private, per difendere l’occupazione, il potere d’acquisto dei salari, l’integrità dei servizi pubblici dai tagli previsti (come quelli programmati nella scuola o sulle pensioni) e per far sapere che i lavoratori non accetteranno di veder scaricare sulle loro spalle il prezzo della crisi finanziaria che sta spingendo al tracollo l’economia. Adesione massiccia tra gli insegnanti (quasi il 70%) e i ferrovieri (oltre il 40%), sempre secondo fonti sindacali. Attività a rilento persino nei tribunali, perturbati dall’appello all’astensione del lavoro promosso dal Syndicat de la magistrature e da quello degli avvocati. Alta l’adesione nelle poste, sciopero anche alla televisione e alla radio pubblica, all’Edf e France telecom. Ritardi negli areoporti. Più significativo ancora lo sciopero dei lavoratori del settore privato della grande distribuzione, come i dipendenti d’Auchan a Villeneuve d’Ascq. Scioperi difficili, ma dalla portata simbolica, anche alla Renault, dove ormai gli operai delle linee sono quasi tutti in affitto e a tempo determinato. Dietro l’appello unitario di tutte le sigle sindacali (non accadeva dal 2006), imponenti manifestazioni hanno riempito strade e piazze. 300 mila manifestanti solo a Marsiglia, dove la metropolitana ha subito un arresto completo. Vie piene a Lione, Bordeaux e nelle altre città di provincia. Mobilitazione in tutta la Bretagna. 300 mila persona stimate nel pomeriggio nel corteo parigino partito da piazza della Bastiglia. Numeri ovviamente contestati dalla prefettura che ha scatenato la guerra delle cifre. La giornata di lotta è stata un vero successo con un’astensione dal lavoro più importante del maggio scorso, anche se di dimensione inferiore al vasto movimento di protesta del 2006. Ma già i sindacati pensano a come proseguire la mobilitazione. Secondo Bernard Thibault, segretario della Cgt, l’obiettivo è quello di riequilibrare i redditi dei lavoratori. Olivier Besancenot della Lcr-Npa fa sapere che i lavoratori del settore privato saranno sempre più presenti. Per il socialista Benoît Hamon, lo sciopero ha espresso il «malcontento generale dei francesi verso il governo». Un ritornello, ripreso dalla canzone di un noto animatore televisivo e riferito alle continue esternazioni di Sarkozy, è circolato per tutti i cortei: «Ah se potessi chiudere il becco, sarebbe per noi una vacanza». E lui, il presidente, stavolta ha dato ordine a tutti i suoi ministri di non comunicare. Ha parlato, invece, Frédéric Lefebvre, il porta parola dell’Ump, il partito di governo. In un’intervista ha chiesto l’introduzione di sanzioni finanziarie per gli scioperanti che, a suo avviso, «abusano» del diritto di sciopero ricorrendo alle fermate di 59 minuti ad inizio turno. Una strategia impiegata dai lavoratori per ridurre al minimo il danno economico (con una semplice ora di sciopero, infatti, verrebbe sottratta dalla busta paga metà della giornata lavorativa). Da tempo in Francia il diritto di sciopero è sotto attacco. Governo e imprese escogitano normative sempre più dissuasive. Il preavviso nei servizi pubblici, per esempio, non investe soltanto le sigle sindacali che indicono lo sciopero ma è individuale. Ogni lavoratore deve comunicare anticipatamente la sua adesione, in mancanza della quale non può più scioperare salvo esporsi a sanzioni disciplinari per assenza ingiustificata. Per Guy Groux, direttore di ricerca del Cevipof, lo sciopero generale ha incontrato il favore del 69% dei francesi, ma la vera posta in gioco resta il coinvolgimento del settore privato e del precariato (dove l’azione sindacale è sempre più difficile e sotto ricatto), senza i quali resterà difficile modificare il rapporto di forza con il padronato.

 
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