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Recessione: quel nord che affonda PDF Stampa E-mail
mercoledì 28 gennaio 2009

Da Il Manifesto del 28 gennaio 2009

Guglielmo Ragozzino

VARESE L’appuntamento a Cantù, provincia di Como, è nei pressi della basilica di San Vincenzo di Galliano. Roba del mille o giù di lì. Dobbiamo incontrare un falegname, nell’idea di imparare qualcosa dell’Italia forte. Si chiama Andrea B. è uno di tre fratelli che lavorano, insieme al padre, prossimo ai settanta e fondatore dell’azienda, in uno tra i laboratori più rinomati della zona dei falegnami più noti d’Italia, la Brianza. La domanda è sempre la stessa: cosa cambia con la crisi? «Per noi non cambia niente. Lavoriamo senza soste.Ma sono preoccupato. Se il nostro settore – la domanda di arredamenti per le case della gente ricca – tiene senza flessioni, il contorno èmolto diverso. Se può servire, nel negozio di ferramenta, qui all’angolo, entra molta meno gente di un anno fa. Da qui a tre mesi potrebbe non entrare più nessuno». Gli fa eco, a Varese, una zona quasi altrettanto solida della Brianza, il presidente della Cna provinciale, Gianni Mazzoleni. Cimostra un questionario che gli associati hanno riempito. 40 su 53 rispondono che il lavoro è decisamente diminuito e solo 2 che è aumentato. Speculare è l’atteggiamento sul futuro: 5 sono i «comunque ottimisti», 37 quelli «realisti e fiduciosi perché anche questa crisi passerà», ma 11, (oltre il 20%!) sono «decisamente pessimisti». Ogni tanto, durante il colloquio con il falegname di Cantù, squilla il telefono. E’ in fase di allestimento una casa, in Francia, per un famoso personaggio della cronaca industriale. Viene fuori che mentre il padre e i fratelli sono in ditta a segare e piallare, Andrea che è architetto e parla perfettamente le lingue della clientela più ricca, è adibito a quello che in Brianza chiamano, con benevolo compatimento, «il cazzeggio». In altre parole, tiene i contatti con committenza e architetti (a Venezia, aMilano, un paio a Parigi) prepara campionari e progetti, firma i contratti, prende le misure, sceglie legni e componenti, realizza gli schizzi, discute i disegni, sovrintende alle installazioni nei vari cantieri. Cantù, cioè il falegname B più i suoi fornitori cura l’allestimento e alla fine spedisce uno o molti tir e il personale per il montaggio. «La precisione è il nostro forte. No, non abbiamo nessuno che venga da fuori. Non dico dall’estero, ma neanche dalla provincia di Milano. Dei nostri lavoranti, quello che abita più lontano, sta a tre chilometri. Ci conosciamo fin da ragazzi. E’ difficile che uno voglia andarsene; se gli offrono di più, in qualche altra ditta, facciamo una trattativa che alla fine lo convince a rimanere». Non è solo questione di soldi, il corrispettivo del lavoro. E’ rispetto, ambiente conosciuto, stima reciproca; e sicurezza. Anche Gian Marco Martignoni, segretario della camera del lavoro di Varese, è preoccupato. Il livello dei licenziamenti nell’artigianato, in provincia è molto alto. Agita una risma di fogli. Ogni pezzo di carta rappresenta un piccolo disastro economico e sociale: una richiesta di riduzione del personale in settori anche diversi dal solito tessile ormai «cinesizzato». Qui si tratta di meccanica, chimica, servizi. Nell’artigianato non c’è cassa integrazione e gli ammortizzatori sociali stanno tutti o quasi nell’azione degli enti bilaterali, gestiti pariteticamente da sindacato e associazioni. E a Varese i soldi sono finiti... C’è per esempio un padroncino dell’abbigliamento che espelle, per sempre, due addetti su sei complessivi. Un altro, un parrucchiere, travestito da pomposo istituto di bellezza, vuolemettere in strada cinque addette su otto per tre mesi... A questi chiari di luna anche le messe in piega, un tempo settimanali, sono oggi troppo costose. Non c’è più presente sicuro per sciampiste e manicure. In complesso, nell’artigianato, a Varese, si va nell’ordine di un migliaio di posti di lavoro perduti più altri mille a rischio. l’effetto sulmoltiplicatore sociale del disagio di questi lavori perduti o in pericolo è facile da capire. Tanto per farsi capire, Martignoni ci accompagna da un altro artigiano. Il paese ora si chiama Cassano Magnago. Per dirne una, è il paese natale del ministro Umberto Bossi, il senatur. Non c’è salvezza neppure qui. Se B lavora per i ricchi, M, insieme al padre che ha fondato la ditta, lavora sulle grandissime serie e quindi per il mercato di massa. Fabbricano cordoni di alimentazione elettrica. La loro società X, sta per chiudere, anche se il padre vuole continuare. M. che ci riceve nel suo ufficio, privo di riscaldamento e pieno di campioni di cavi e cordoni arrotolati, si è venduto anche la casa per andare avanti, ma non c’è niente da fare. La sua produzione, arrivata a 800.000 pezzi al mese, ora si è ridotta a 150 mila. Produce in perdita. Gli addetti da 35, tra diretti e collaboratori, sono ora 9. «Il costo del prodotto, 13 per noi, è di 1 per la Cina. Pure, fino a 5 anni fa il sistema teneva. Il nostro cordone èmigliore, lo sanno tutti. Però i maggiori clienti: Philips, Bosch, Siemens hanno trasferito in Estremo oriente e in Cina la produzione dell’intero oggetto, per esempio l’asciugacapelli e importano la merce come grossisti qualsiasi. Imargini del lavoro si sono dunque ristretti, ma non basta ancora. I tassi di profitto richiedono di più. Si muovono anche le banche». Queste, in cerca di valore per gli azionisti, hanno abbandonato il territorio per dedicare ogni attenzione alla speculazione finanziaria, alla borsa. Crescete e diventate poche, è l’«invito» della Banca d’Italia. Un po’ diverso dal comando di domineddio ai pesci: «crescete e moltiplicatevi». «A me la banca ingiunge di rientrare dal fido in pochi giorni. Ho un giro di affari di trecentomila euro. Ci sono ritardi di pagamento, da parte di clienti con i quali lavoro da decenni, da sempre. Non è che non mi vogliano pagare, non ne hanno, pieni di impegni e con poco lavoro come sono. Il fido, trentamila euro, potrebbe dare un po’ di fiato a me e a loro. Invece non c’è più e si chiude…. La banca non si pone problemi; non ha alcun interesse per la sicurezza degli apparecchi, i componenti che funzionano a regola d’arte... Per le persone che perdono il lavoro, o addirittura la casa…. Cosa farò? Ho una laurea in ingegneria dell’automazione. Mi chiedono di fare corsi, insegnare. Forse finirò come consulente per i fabbricanti cinesi; almeno il loro prodotto sarà un po’ meno scadente. E io guadagnerò bene, finalmente». Mentre usciamo, un operaio si mette a parlottare con Martignoni che poi spiega: è uno della Cgil, molto attivo nella zona, un vero operatore sindacale, anche se il sindacato in fabbriche come queste, non può entrare. Se la ditta chiude, lui e gli altri sono a spasso. E glimancano due anni per la pensione. La legge non prevede sostegni particolari ai dipendenti delle ditte artigiane rimasti senza lavoro. «Ma lui confida nel fatto che M. padre non mollerà, nonostante le buone ragioni del figlio». Le imprese artigiane sono 25 mila nella provincia. Il 43% nel settore delle costruzioni, il 29 in quello della produzione, 5% nei trasporti e il resto, 23%, nei servizi. Le imprese individuali sono tre quarti del totale. Dire che la legge non prevede sostegni è esagerare un po’.Martignoni esemplifica: nel caso di crisi aziendali è previsto un accordo per ridurre l’orario di lavoro, con pagamento di una frazione del salario contrattuale. Il fondo gestito dagli enti bilaterali paga il 50% della retribuzione per il tempo del contratto di solidarietà. Finito quello c’è la disoccupazione. Per ottenere effettivamente i quattrini, si aspetta anche quattro o sei mesi. C’è inoltre un’integrazione del 25% pagata dall’Inps con un ingiustificato ritardo di sei od otto mesi. In disoccupazione, un sussidio di 104 euro settimanali per 15 settimane, se il lavoratore in questione è a tempo indeterminato; per un apprendista, il sussidio sarà di 80 euro settimanali. Ai lavoratori precari, niente. Anche il settore dell’artigianato e in generale delle piccole imprese è dunque toccato dalla recessione in atto. I suggerimenti che danno gli artigiani organizzati nella Cna varesina di Mazzoleni, tramite le risposte al questionario, sono quattro e si equivalgono o quasi per importanza: garantire l’accesso al credito, 22%; sostenere l’occupazione e il lavoro, rafforzando ammortizzatori sociali ed enti bilaterali, 22%; introdurre interventi di sostegno a consumi e investimenti, 29%; diminuire le tasse, 27%. Si salva per ora il comparto che fornisce beni, merci e servizi non di serie, ma di lusso, per il privato ricco. La produzione di massa è invece investita dalla concorrenza estera, quanto al prezzo e dalla crescente povertà dei lavoratori e delle famiglie che perdono lavoro e reddito. In ultima analisi si può affermare che la divisione tra i due campi, quello dei ricchi e quello dei poveri, non èmai stata tanto netta nel nostro paese. Un quarto di secolo di arretramento della parte di reddito nazionale percepita dai lavoratori dipendenti, a favore della porzione spettante invece «agli altri» non è stato inutile. Della connessione un po’ forzata di «piccole e medie imprese», abbiamo finora sentito le prime. Ma le medie imprese, loro, come la pensano? (1. continua)

 
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