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Gaza Italia PDF Stampa E-mail
domenica 18 gennaio 2009

In oltre centomila sfilano a Roma. Protagoniste le comunità islamiche e di immigrati in Italia. Con loro associazioni, movimenti e partiti comunisti. Per dire stop alla «guerra dei bambini». Il racconto di una giornata filopalestinese, tra il Corano e l’Internazionale

Da Il Manifesto del 18 gennaio 2009

Angelo Mastrandrea

ROMA Strana cosa, questo islamo-comunismo che porta in piazza quella che per qualcuno è la più grande manifestazione di sempre a favore della Palestina. Ci puoi trovare tutto e il suo contrario, intere famiglie musulmane con padre urlante «Palestina terra mia, Israele via via», moglie e figlia velate di tutto punto e comitati (italiani) di lesbiche e femministe. Arabi che, arrivati alle soglie del Colosseo, stendono a terra la bandiera palestinese e simettono a pregare, un po’ perché è l’ora un po’ per attirare l’attenzione dei fotografi, mentre un po’ più indietro da un furgoncino partono le note dell’Internazionale e, ancora oltre, un gruppetto di persone porta uno striscione «contro tutte le religioni». Il collante oggi è un altro: l’indignazione per quella che nell’immaginario collettivo è diventata «la guerra dei bambini». Le immagini di volti sfigurati e piccoli cadaveri insanguinati sono ovunque. In centinaia di cartelli fatti amano e a volte portati da altri bambini. Macabre ma efficaci, mentre più di macabro gusto appaiono quei fagottini insanguinati portati ancora una volta da ragazzini che fanno il verso ai cortei funebri che le tv arabe trasmettono a ripetizione. È la guerra, e fa sempre impressione vederla scimmiottata qui da noi. Ancora una volta come a Milano e in tutta Italia nelle ultime due settimane la scena la rubano loro, gli immigrati, islamici soprattutto ma non solo, nuovi immigrati che spesso non parlano nemmeno italiano e altri di seconda generazione, nati e cresciuti in Italia. E ovviamente le comunità palestinesi, quelle più filo-Hamas e quelle pro-Al Fatah, quasi un miracolo, o ancora quelli laici e di sinistra vicini al Fronte popolare di liberazione della Palestina. Persino un’associazione di palestinesi e israeliani «residenti in Italia», mentre l’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche spesso accusata di fondamentalismo, rimane in fondo al corteo. Sergio Cararo del Forum Palestina, promotore della manifestazione, racconta come sia stato fatto «un lavoro a tappeto con tutte le comunità» che ha portato a quella che Piero Bernocchi dei Cobas considera «un’alleanza di grosse prospettive». Ma questa volta sotto le bandiere palestinesi c’è anche una fetta consistente della sinistra di casa nostra che non vuole più rimanere a guardare. Associazioni, centri sociali promotori della campagna «Sport contro l’assedio», frammenti organizzati dell’Onda universitaria, Un ponte per, delegazioni di Fiom e Arci, il frammentato arco dei partiti della sinistra extraparlamentare. Da Rifondazione in giù, è tutto un fiorire di falci e martello. Una «massa critica vera», erede del movimento di Genova anche se forse la metà o più dei centomila in piazza oggi sono immigrati poco altermondialisti, da cui ripartire per un «processo unitario della sinistra che non sia politicista», per il segretario del Prc Paolo Ferrero che non risparmia una frecciatina agli «scissionisti» vendoliani. Yoau Goldring è anche lui comunista, ma israeliano. Consigliere comunale a Tel Aviv, sfila fianco a fianco con i rifondaroli, si fa tradurre gli slogan, anche quelli più duri, e non appare particolarmente impressionato. Dice solo che «èmolto importante che dal popolo italiano arrivi una speranza di pace». È contro la guerra e non difende le «ragioni di Israele», semmai sottolinea come anche da quelle parti ci sia una minoranza che tenta di organizzare una risposta al fondamentalismo bellico che pare sempre più in crescita nella società israeliana. «Non credere, è normale che nella prima fase di una guerra la maggioranza della popolazione sia d’accordo. È stato così anche due anni fa con il Libano, però poi pian piano l’opinione pubblica ha cambiato idea», dice. Ovviamente non mancano le cose più discutibili, come le svastiche sulla stella di David e i cartelli che equiparano Israele ai nazisti e parlano di «olocausto» dei palestinesi. Il Pcl di Marco Ferrando non si fa alcuno scrupolo a reggere uno striscione con su scritto «Abbattere lo Stato sionista» e qualche altro gruppetto invoca una «Palestina rossa» che sa di slogan anni ’70 più che di attualità politica. La realtà di oggi parla invece di un massacro inusitato, oltre mille vittime e migliaia di feriti a oggi, e di una Palestina sempre più a pezzi. Per questo dai movimenti viene ripresa la proposta resa popolare da un articolo di Naomi Klein che sta facendo il giro del mondo. La sigla è Bds, e sta per «Boicottaggio, disinvestimento, sanzioni». In concreto, per il popolo pro- Palestina, vuol dire non comprare i prodotti con il codice a barre 729, vale a dire prodotti in Israele. Un sistema non violento di pressione economica che potrebbe ottenere qualche risultato concreto. Vittorio Agnoletto, europarlamentare del Prc, kefiah al collo, ne è un convinto sostenitore. Maci aggiunge anche gli altri due capitoli, che spettano alle istituzioni: «L’Ue dovrebbe sospendere il trattato di assistenza economica con Israele o perlomeno togliergli la condizione di nazione preferenziale. Due anni fa questa richiesta era stata anche votata, ma la Commissione non l’ha mai applicata». Al prossimo Forum sociale mondiale di Belèm, in Amazzonia, dovrebbe invece essere indetta una giornata mondiale di mobilitazione per la Palestina, sul modello di quella lanciata nel 2003 contro la guerra in Iraq e che fece parlare della nascita di una «seconda superpotenza mondiale». Ma di questo si discuterà altrove. Oggi c’è da portare a termine un corteo fino a Porta San Paolo, luogo simbolo della resistenza romana contro il nazifascismo che porta molti a equiparare la resistenza palestinese a quella nostrana. Con più di un imbarazzo per chi invece fa di tutto per non mettere tutto in un unico pentolone, l’Olocausto e il massacro dei palestinesi. Superata l’ora della preghiera, c’è tempo per un minuto di sosta davanti alla sede della Fao per chiedere all’organizzazione delle Nazioni unite di fare qualcosa sul piano umanitario, per sventolare ancora qualche Corano ed eleggere eroe di giornata Michele Santoro. Eletto a simbolo del giornalismo non allineato. Come quello di Vittorio Arrigoni, in collegamento telefonico da Gaza, e del nostro compianto Stefano Chiarini. Che viene ricordato dal palco di piazzale dei Partigiani al termine degli interventi prima di mandare tutti a casa. Il manifesto ringrazia.

 

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Roma, centocinquantamila 'no' al massacro di Gaza di ALESSIA GROSSI

Da L'Unità on line

Centocinquantamila palestinesi in più. Al grido di: «Siamo tutti palestinesi» a Roma ha sfilato il corteo di “no” ai bombardamenti israeliani. Dietro lo striscione «Fermiamo il massacro dei palestinesi a Gaza» bandiere palestinesi, striscioni di solidarietà e di denuncia, uniti sotto in un’unica identità italiani e stranieri. Un cordone che parte da Piazza Vittorio, il cuore della Roma multietcnica e si ferma subito dopo per aspettare i pulmann in arrivo da tutta Italia. Il corteo organizzato da Forum Palestina si riempie così di gente, uomini, donne e bambini che al tramonto sventolano le bandiere per la Palestina libera sullo sfondo dei Fori imperiali. Davanti ad uno dei camioncino da cui parte una litania di slogan e discorsi, le donne palestinesi tengono in braccio fagotti di lenzuola bianche macchiate di rosso a ricordare le troppe madri che ogni giorno, da tre settimane, nella Striscia di Gaza tengono tra le braccia nello stesso modo i propri figli feriti o morenti mentre tentano la corsa verso gli ospedali. E questa che sfila e mobilita tutto il centro di Roma è più di ogni altra una manifestazioni fatta di immagini, suggestive e commoventi che rimandano ad un massacro reale. La denuncia dei bambini vittima dei bombardamenti israeliani è uno dei tratti salienti della protesta in piazza sabato a Roma. A sottolinearlo anche l'Ucoii, l'Unione delle comunità islamiche in Italia, che ha scelto di far portare a dei bimbi lo striscione lungo il corteo: «Gaza, noi siamo tutti con te», gli stessi bambini sventolano anche dei cuori con scritto «Gaza». Le immagini della guerra in atto tappezzano non soltanto il percorso del corteo, foto di morte e distruzione quotidiana si afferrano alle reti metalliche dei «lavori in corso» accanto al Colosseo. Altre sono portate a mano, attaccate in una specie di collage dai manifestanti, alcune corredate da didascalie. Una di queste, nelle mani di una giovane donna, sotto la foto delle bombe ha scritto: «Piombo fuso» israeliano, mentre la scritta sotto l’immagine delle vittime morte risponde: «Carne bruciata palestinese». Dai furgoni escono anche discorsi, non solo slogan, come «l'ultima notizia», quella di una scuola bombardata a Gaza. «Questa è l'ennesima vergogna, l'ennesimo tassello del genocidio». Un coro di voci risponde: «Vergogna, vergogna». C’è anche qualcuno che mentre il corteo raggiunge il Colosseo inneggia all'Intifada: «Palestina grida unita: Intifada per la vita». Nello stesso momento altri pregano. Molti manifestaznti musulmani, infatti, lasciati striscioni e bandiere, al tramonto si sono messi in ginocchio e al richiamo dell'Imam hanno iniziato a pregare con le spalle al Colosseo e rivolti a La Mecca. Subito dopo, a pochi metri dal palazzo della Fao, il corteo si ferma per un «minuto di silenzio per i martiri di Gaza», ma poi riprende la lunga sfilata che si chiude a Porta San Paolo, luogo simbolo della Resistenza romana, non prima di aver raccolto i piccoli capannelli di persone che aspettano il corteo lungo il percorso, come tanti piccoli presidi. 17 gennaio 2009

 
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