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Boom dei precari in Italia: +16,9% negli ultimi 5 anni PDF Stampa E-mail
domenica 04 gennaio 2009

Roberto Farneti

Da Liberazione del 4 gennaio 2009

Numeri che non coincidono anche perché a volte cambia la base su cui i precari vengono calcolati. La Cgia fa sapere di avere concentrato la propria attenzione sul mondo dei cosiddetti “flessibili” costituito da dipendenti a tempo determinato (che include anche gli ex lavoratori interinali), da lavoratori assunti con collaborazioni coordinate e continuative a progetto e da prestatori d’opera occasionali. Il Mezzogiorno è la macro area dove gli “atipici” sono più numerosi: ben 940mila 400 pari al 33,4% del totale nazionale. A Nordovest sono 692mila 600 (pari al 24,6% del totale), nel Centro 606mila (21,5%) e nel Nordest (ultimo della graduatoria) “solo” 573mila 700 (20,4%). «La maggior presenza di precari al Sud – commenta Giuseppe Bortolussi, della Cgia di Mestre – è dovuta al fatto che in quell’area sono più diffuse che altrove le attività stagionali che per loro natura richiedono contratti a tempo determinato come l’agricoltura, il turismo, la ristorazione e il settore alberghiero. Infine, non va nemmeno dimenticato che una buona parte di questi precari sono assunti nel pubblico che nel Mezzogiorno continua ad essere un serbatoio occupazionale ancora molto significativo». L’analisi della Cgia di Mestre si è soffermata anche sull’orario medio settimanale di alcune di queste figure. Se un co.co.pro. mediamente ogni settimana lavora 31 ore, un prestatore d’opera occasionale è occupato per 23, contro una media settimanale di un operaio assunto a tempo indeterminato pari a 37 e di un impiegato sempre con il posto fisso pari a 35. «La cosa interessante – conclude Bortolussi – è che tra gli impiegati e gli operai con un posto di lavoro stabile oltre il 50%, cioè 7.669.000 occupati su un totale di 15.181.000, lavora effettivamente più di 40 ore settimanali contro una media delle due categorie messe assieme pari a 36. Almeno in linea teorica ci sono le condizioni, per alcuni settori produttivi, di ragionare sull’ipotesi di introdurre la settimana corta in funzione anti-crisi». L’aumento della precarietà non è certo una sorpresa. Già nel 2006 la Banca d’Italia faceva presente come ormai tra i lavoratori tra i 15 e i 29 anni «un contratto su due» fosse «a termine». Un fenomeno negativo in crescita, dal momento che la quota di neoassunti precari nel 2005 era arrivata a raggiungere il 50% contro il 46,4% del 2004. Sul piano statistico, questa crescita finiva per compensare, in modo del tutto improprio, la perdita di 102mila unità di lavoro a tempo pieno, per cui sempre nel 2005 il numero di persone occupate finiva col risultare comunque in lieve crescita, dello 0,2%. A conferma di come la flessibilità in questi anni sia stata utilizzata dalle imprese italiane per sostituire la “buona occupazione” (quella a tempo indeterminato) con la “cattiva occupazione” (precaria e mal retribuita). Nel frattempo l’ambizione del governo Prodi di porre un argine alla precarietà anche sul piano legislativo ha partorito il “topolino” dell’accordo del 23 luglio 2007 che, in pratica, conferma la legge 30. Il problema è che la “flessibilizzazione” del mercato del lavoro nel nostro paese non è stata nemmeno accompagnata dalla creazione di un sistema di ammortizzatori sociali coerente. Il risultato è che i primi a pagare il prezzo dalla crisi economica sono stati proprio i precari: 400mila, calcola la Cgil, solo quelli mandati a casa con la fine del 2008.

 

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LAVORO · Rapporto della Cgia di Mestre: i contratti atipici sono presenti soprattutto nel Sud I precari sono aumentati: +17% in cinque anni

Da Il Manifesto del 4 gennaio 2009

In Italia il lavoro è sempre più precario e flessibile. A fotografare, con tanto di dati alla mano, una realtà purtroppo ben nota è l’analisi della Cgia (Associazione artigiani e piccole imprese) di Mestre, che ha monitorato il mercato del lavoro ponendo particolare attenzione proprio a quello atipico: dipendenti a tempo determinato, lavoratori assunti con collaborazioni coordinate e continuative a progetto, prestatori d’opera occasionali e ex lavoratori interinali. Quali sono le cifre fornite dalla Cgia? Presto detto: a settembre 2008 il numero dei precari nel nostro paese ha raggiunto quasi i 3 milioni, 2.812.700 ad essere proprio precisi. E la crescita è stata davvero notevole. Traducendo infatti il numero in percentuali, si nota che negli ultimi cinque anni il numero dei precari nel Belpaese è aumentato del 16,9%, e ormai rappresentano il 12% del totale degli occupati. La loro crescita, in cinque anni, è più di cinque volte superiore all’incremento registrato dai lavoratori dipendenti a tempo indeterminato (+3,1%). L’area dove si registra il maggior numero di contrattisti atipici è ovviamente il sud Italia, dice ancora la Cgia, dove sono più diffuse le attività stagionali (come l’agricoltura, il turismo, la ristorazione e gli alberghi) e di conseguenza i rapporti a tempo determinato: ben 940.400, pari al 33,4% del totale nazionale, contro i 692.600 nel Nord ovest (24,6% del totale), 606.000 al Centro (21,5%) e “solo” 573.700 nel Nordest (20,4%). L’indagine della Cgia non si ferma qui, ma analizza anche l’orario medio settimanale di alcune di queste figure. Si scopre così che se un cocoprò lavora in media 31 ore alla settimana, un prestatore d’opera occasionale è impiegato per 23, contro le 37 ore dimedia settimanale di un operaio o le 35 di un impiegato assunti invece a tempo indeterminato. «La cosa interessante - afferma Giuseppe Bortolussi, presidente della Cgia di Mestre - è che tra gli impiegati e gli operai con un posto di lavoro stabile oltre il 50%, cioè 7.669.000 occupati su un totale di 15.181.000, lavora effettivamente più di 40 ore settimanali contro una media delle due categorie messe assieme pari a 36. Almeno in linea teorica ci sono le condizioni, per alcuni settori produttivi, di ragionare sull'ipotesi di introdurre la settimana corta in funzione anti-crisi». p.cor.

 
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