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Lavoro: spunta la settimana corta, ma non vale per i precari PDF Stampa E-mail
lunedì 22 dicembre 2008

Da L'Unità on line

di Laura Matteucci

«Per essere davvero innovativa ed efficace, dev’essere estesa ai precari. E accompagnata da un analogo strumento che riguardi anche i precari - tutti - della pubblica amministrazione». Susanna Camusso, della segreteria confederale Cgil, apre al confronto e rilancia. Settimana corta, tre-quattro giorni lavorativi, contratto di solidarietà: la proposta è sul piatto, come si dice. Lavorare meno, lavorare tutti, come si diceva. L’ha tirata fuori anche Berlusconi, l’altro giorno alla conferenza stampa di fine anno, ma del resto l’aveva già promossa a ricetta anti-crisi il segretario della Cisl Raffaele Bonanni: «Serve un mix tra lavoro ed ammortizzatori sociali per ancorare il dipendente all’azienda e non espellerlo dal ciclo produttivo». Ne è convinta anche Camusso: «Molto meglio una redistribuzione del lavoro - dice - piuttosto che la cassa integrazione a zero ore. Essenziale, però, che i provvedimenti riguardino tutti allo stesso modo. Il privato come il pubblico, i dipendenti come i precari». «Ma non parliamo di settimana alla tedesca, è una questione di ammortizzatori sociali: da molti anni loro hanno questo, mentre noi abbiamo la cassa». FIAT E GLI ALTRI Parecchia, ne abbiamo. La Fiat è solo la punta dell’iceberg, che ha già creato a cascata danni a tutto l’indotto, con altri 200mila lavoratori in cig nella componentistica. Oltre alle migliaia di cassintegrati, attuali e futuri, in tutta Italia e in tutti i settori. In Germania lo strumento è stato rafforzato in funzione anti-crisi: per tutto il 2009 le imprese potranno ridurre l’orario di lavoro fino a un massimo di 18 mesi utilizzando aiuti statali per i dipendenti. La Daimler ha già annunciato che farà ricorso alla settimana corta per circa 19.200 dipendenti per tre mesi, e la Opel (oltre 27mila dipendenti) ci sta pensando. A pagare la differenza tra «stipendio pieno» e «stipendio corto» (per il 60 o 67% a seconda dei carichi familiari) è lo Stato. Da noi, si tratterebbe di stornare parte dei fondi a disposizione della cig verso la compensazione delle retribuzioni. A pagare, comunque, è sempre l’Inps. Ci vuole, ovvio, un provvedimento legislativo ad hoc, e l’imprenditore-senatore del Pdl Francesco Casoli ci sta già lavorando. Lui guida il gruppo Elica, l’ultima generazione delle cappe, e garantisce che l’ipotesi è a costo zero, nel senso che costa come la cig. E avrebbe solo vantaggi: per il lavoratore, che non sarebbe escluso e percepirebbe lo stesso stipendio di prima, come per l’azienda, che non avrebbe cali di formazione, competenze, competitività. Ma nella stessa maggioranza c’è chi trova «eccessivo» l’interesse per la proposta, come il vicepresidente Pdl della commissione Lavoro alla Camera, Giuliano Cazzola: «È quanto si fa da sempre in Italia - dice - con il ricorso alla cig a 32 o a 24 ore o i contratti di solidarietà». Piuttosto sottolinea: «Gli Usa sostengono l’auto a condizioni precise, i tagli alle prebende dei manager e dei dirigenti e la rinegoziazione dei contratti di lavoro». E domanda quanti, in Italia, siano disposti a fare lo stesso.

 
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