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Grecia, tra cortei e sit-in la rivolta non si ferma PDF Stampa E-mail
domenica 21 dicembre 2008

A due settimane dall’omicidio di Alexis, il clima natalizio di Atene stride con la protesta nelle strade

Da Liberazione del 21 dicembre 2008

Anubi D’Avossa Lussurgiu

Atene - nostro inviato Alle 18 e 45 ora di Atene, il cronista finisce sott’occhio dello Stato, o di quel che lo Stato mostra d’essere qui, secondo la descrizione che ne dà il movimento quando grida ”Grecia dei poliziotti greci, ruffiani assassini e torturatori”. Il poliziotto caporeparto, l’unico a volto scoperto, quello che avevo sentito insultare al grido di ”munià” i giovani mentre guidava la carica su chi cercava scampo, si materializza all’improvviso accanto a me: sulla balaustra dalla quale guardo se i suoi colleghi dei Mat - i corpi speciali antiriots - stanno ancora rastrellando il Syntagma intorno al totem della normalità minacciato dagli studenti, l’albero di Natale in ferro che ha sostituito quello bruciato il 9 dicembre scorso, al terzo giorno di insurrezione per l’assassinio di Alexis. Poggia anche lui disinvoltamente i gomiti sul marmo, mi sta proprio spalla a spalla e fissandomi negli occhi di tre quarti mi dice qualcosa in greco. Una minaccia o una richiesta di conferma che, magari, io sia un ”collega” in borghese, essendo sgusciato da tutte le parti nelle tre ore precedenti. Inalbero un sorriso altrettanto disinvolto e dico la parola magica (almeno spero): ”Press”. In un inglese peggiore del mio, mi chiede di dove: ”From Italy”, rispondo mentre mi attraversa per un microsecondo l’immagine di ciò che non ho affatto, un qualche ”pass” di riconoscimento con qualsivoglia timbro. Gli ateniesi intorno, nel frattempo, dalla balaustra si sono tutti staccati. Gli scampati alla carica ma anche i passanti in sosta curiosa. Sento sguardi apprensivi su di me. Lui, dopo due secondi, se n’esce così: ”I like Italì”. Ma guarda... Annuisco cortesemente e svicolo ad ogni buon conto verso la Venizelos, mentre altri, innumeri manipoli di celerini in blu e di Mat marciano in ogni direzione a blindare i paraggi del Parlamento, del Martyrion e del Ministero degli Interni. Lungo i bordi d’una piazza già svuotata di ogni manifestante, d’ogni ribelle, dal setaccio di un quarto d’ora prima, a suon di spruzzate al peperoncino. E il traffico degli automobilisti, ripreso, pazienta surrealmente mentre la strada è tagliata dalla falange di Mat che si portano via di peso l’ulteriore decina di fermati - adesso il totale dalla notte del 6 avrà superato il mezzo migliaio, calcolo - verso i cellulari della penitenziaria già pronti. La “normalita’”, però, anche stavolta è stata resa un fantasma ridicolo: questa è la scena centrale della serata di maggior shopping attesa, il sabato di vigilia della settimana di Natale. Due settimane esatte dall’assassinio di Alexis. Tre ore di protesta non violenta intorno ad un feticcio imbandito di luci e pomi dorati, presidiato come un corpo simbolico dello Stato da una schiera di armati in uniforme. E l’azione terminata solo con la carica quando il flusso dello shopping è già stato interrotto e rovinato. Mentre sotto l’albero e tutt’intorno restano le carni marce e il pattume lanciato dagli studenti al loro primo irrompere nella Syntagma. Il situazionismo della rivolta ha messo ancora una volta in scacco il senso stesso degli automatismi repressivi. E’ un giorno di limbo, comunque, fino a queste stesse ore serali. Atene vive tutta una vigilia. Che è sulla bocca di ognuna e di ognuno, a partire dalla gente comune corsa ai negozi a procacciare regali per le feste. Tutti sanno che la cadenza ulteriore della ribellione è per la tarda serata. Dopo l’appuntamento alle 21 ad Eksarchia, proprio dove è stato ammazzato Alexis a 15 anni, in via Missolungi. Il giorno è solo un altro giorno di ”riscaldamento” e al tempo stesso di spiazzamento del meccanismo della repressione: a ulteriore scorno della regia politica d’un governo già tempestato dagli scandali e ora sepolto anche nei sondaggi rilevati ad insorgenza scoppiata, spuntati tutti insieme precisamente ieri. Per la seconda volta, le ore di luce sono state dedicate dal movimento insorgente alla diffusione, alla condivisione: assemblee, cortei, concentramenti in tutti i quartieri. A Gyzi, Peristeri, Chaidari, Petralona, Nea Smyrni, Victoria, Vyronas. Così come avviene nel resto della Grecia, con grandi numeri a Salonicco, Larisa e Iraklion, a Creta. Basi di partenza, il migliaio di scuole e i 200 fra dipartimenti universitari occupati nell’Ellade, in via di autosgombero col sopraggiungere delle feste e di una nuova, diversa fase. Destinazione, l’incontro con una dinamica di ”popolarizzazione” del braccio di ferro col potere. Con il significativo corredo della continuazione dei blitz in radio e tv: solo nella capitale, ieri, è stata la volta di Best, En Lefko, Athina 9.84 e Republic 100.3. Se l’istituto francese attaccato venerdì ancora è bruciacchiato, tutto il resto è quest’atmosfera di calma carica. Nella quale alla polizia tocca sparire, salvo materializzarsi in forze nell’ombelico dell’istituzionalità ufficiale, a Syntagma: un’ufficialità significativamente ridotta a quell’albero di Natale in ferro... Da proteggere anche dall’unico corteo che rischia di unirsi all’azione situazionista degli studenti, quello delle comunità migranti e degli antirazzisti, aperto da uno striscione contro ”governo greco, Sarkozy e Ue” e da due ”stranieri” adeguatamente scuri di pelle vestiti con le tute arancioni alla Guantanamo, che recano la gigantografia del volto tumefatto d’uno dei tanti arrestati e deportati in queste stesse settimane di rivolta. Cercano di bloccarli ma quelli si fanno avanti a mani nude e possono solo blindarli da ogni lato: passano, sfilando davanti al Martyrion massimo simbolo politico dell’ellenicità. Poco dopo, la carica agli studenti che per tre ore hanno insultato i guardiani dell’albero, hanno canticchiato ”batsi, gurunia, dolofoni” (sbirri porci assassini) in falsetto e introducendolo col grido ”ora che viene Natale ve lo dice anche Topolino”, hanno scandito ”un-dué, un-dué” ad ogni passo dei manipoli che li serravano. Senza traccia di paura. Nemmeno dell’epilogo certo, i fermi oltre le cariche: i fermi che ormai si rivolgono contro tutti. Come quando, appena rimesso piede ad Atene giovedì, a margine della furiosa battaglia intorno a Legge dopo il grande corteo pomeridiano sempre al Syntagma, la seconda linea dei manipoli di Mat aveva gasato e caricato anche i giornalisti, perché circondati da gente, passanti qualsiasi, che insultava a squarciagola la polizia. E i poliziotti, allora, s’erano portati via tra gli altri anche un soldato in libera uscita: un militare, a gridare anche lui ”fascisti”, finito sui giornali venerdì. Quando invece il movimento ha appunto inaugurato questa 48 ore di attesa e preparazione della ”spallata” del sabato notte: con la prima mattinata di assemblee di piazza decentrate, col grande concerto dal pomeriggio, con l’irruzione al Teatro Nazionale di Atene, dove gli stessi attori hanno letto il comunicato ”tutti nelle strade per Alexis” e si sono rifiutati, poi, di continuare la recita. Come pure ieri all’Olympion di Salonicco, dove un altro blitz ha invece sommerso di uova e dolcetti il sindaco della città impegnato a presenziare una festa di beneficenza all’aperto. Non sembra esattamente il clima adatto a vedere un seguito per la proposta del veterano del Pasok, Theodoros Pangalos, che l’altro ieri aveva proposto di sostituire con ”tecnici” i ministri degli Interni, della Giustizia e dell’Economia per ”traghettare” il Paese ad elezioni anticipate. Non dev’essere un caso che non solo il premier Karamanlis e la sua Neà Demokrathia, ma pure lo stesso vertice socialista ha respinto l’ipotesi. Allo stesso modo del maggiore sindacato, il Gsee: lo stesso le cui sedi sono occupate dal movimento, lo stesso i cui iscritti marciano ogni giorno in manifestazioni a fianco dei ”ribelli”, lo stesso di cui è dirigente locale il padre dello studente 16enne ulteriormente ferito da uno sparo, stavolta ”nel buio”, mercoledì sera a Peristeri. Tre facce d’uno stesso specchio di una normalità, politica e sociale, ormai stravolta.

 
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