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mercoledì 17 dicembre 2008

 da Il Manifesto - 17 dicembre 2008

"Caporalato avanzato" e Carlo Toto sotto inchiesta

Francesco Piccioni

Scene d’altri tempi – e di altri mestieri – a Fiumicino. Cai ha cominciato a far le proposte di assunzione in un clima da «caporalato avanzato». I dipendenti di Alitalia vengono convocati uno ad uno nella palazzina del centro equipaggi e lì – con «comportamenti polizieschi, offensivi della dignità di tutti i lavoratori», dicono persino i sindacati che l’inguardabile contratto con Cai l’hanno firmato – alcuni dirigenti della «vecchia» compagnia di bandiera consegnano a ognuno il «kit» per l’assunzione. In una mano la proposta di lavoro, comprensiva della nuova base di assegnazione, e nell’altra la lettera di dimissioni, in bianco, da Alitalia. 48 ore di tempo per decidere, altrimenti si perde anche il diritto alla cassa integrazione e si rimane senza una lira. La prevaricazione palese non è però associata a grande lucidità aziendale.

E’ noto che Cai ha un piano industriale – giudicato assurdo da quasi tutti gli addetti ai lavori – articolato su sei basi operative, invece dei due hub attuali (Malpensa e Fiumicino). Bene. A parte i ricatti esistenziali verso persone costrette, nel giro di 15 giorni, a spostare la propria residenza da Roma a Torino, oppure Napoli o Venezia, capita persino che personale di volo di stanza a Milano sia «assegnato» da Cai a Roma.

E viceversa. La spiegazione è semplice: piloti, hostess e steward hanno abilitazioni specifiche su determinati tipi di aereo. E Cai, evidentemente, ha prima stabilito dove vanno «basati» certi modelli, poi si è messa a cercare nelle liste chi poteva metterci sopra. Non basta. La lettera di dimissioni consegnata a ciascuno mostra un meccanismo davvero curioso e assolutamente inedito.

Il presupposto è l’essere stati collocati in cassa integrazione (da Alitalia), da cui si esce sottoscrivendo il contratto di lavoro con Cai. Però, «laddove il mio nuovo rapporto si dovesse risolvere per giustificato motivo oggettivo» o per effetto della «Marzano bis», «avrò diritto a essere riammesso nel programma di cigs con le modalità e i tempi ivi indicati». In parole povere: se a Cai non dovessi andar bene per qualche ragione (torna la difficoltà di molte madri con figli a carico di far fronte al trasferimento di sede e alle nuove regole autoritariamente imposte dalla società entrante), tornerò in cigs, cioè a carico della «bad company». In definitiva, dello stato.

Tutti saremmo in grado di far impresa in questo modo. Ovvero scaricando sui conti pubblici ogni problema organizzativo o di personale. Tra l’altro – e la questione potrebbe interessare la comunità europea – un simile meccanismo di entrata e uscita dimostra ampiamente come tra Alitalia e Cai non ci sia alcuna «soluzione di continuità aziendale ». Che è invece il «principio» invocato per massacrare contrattualmente i lavoratori, sia sul piano salariale che su quello dell’organizzazione del lavoro. Il caos, intanto impera. Nonostante il commissario straordinario, Augusto Fantozzi, abbia ridotto l’operatività a un quarto del normale, si verificano continue disfunzioni e ritardi.

Che i sindacati del «no», come l’Sdl, attribuiscono alla faciloneria con cui migliaia di dipendenti sono stati mandati in cigs. Domani Roberto Colaninno e Rocco Sabelli incontrano nuovamente l’a.d. di Air France, Jean-Cyril Spinetta. I tempi stringono (il 13 gennaio, in teoria, Cai dovrebbe prendere in mano la «cloche») ed è possibile che l’annuncio sull’avvenuta scelta del partner straniero giunga a ore. Dalla Germania, il quotidiano Faz dà ormai per persa la partita. Anche perché la stessa Lufthansa ha dei seri dubbi sulla possibilità di incrociare proficuamente il proprio modello di compagnia con quello prefigurato da Cai. Ma anche i francesi dovrebbero essere ormai molto preoccupati per il crollo delle prenotazioni sugli aerei tricolori (le agenzie di viaggio sconsigliano i passeggeri dall’avventurarsi sui voli Alitalia).

Il mediatore instancabile di questo pateracchio – il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta – si consola intanto con il «gianduiotto d’oro» assegnatogli da un circolo forzista torinese. Paradossale la motivazione: «per aver saputo in occasione della trattativa Alitalia perseguire l’unica soluzione possibile che scongiurasse il fallimento», ma anche «rispettando i principi morali e etici». Sarà bene ricordare che Alitalia è fallita e ha messo in cigs tutti i dipendenti per «cessazione dell’attività ». E che Carlo Toto, patron di AirOne e socio Cai, è finito nuovamente – insieme ai figli – sotto inchiesta per tangenti in quel di Pescara. Ma, si sa, la piaggeria non ama la verità.

 
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