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DONNE IN PENSIONE PIÙ TARDI? IL MINISTRO BRUNETTA HA PERSO UNA GRANDE OCCASIONE: STARE ZITTO! PDF Stampa E-mail
lunedì 15 dicembre 2008

Image Le donne "sono discriminate due volte", facendole lavorare più a lungo il problema si riduce. E' la convinzione del ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, che ha annunciato la creazione di un gruppo studio per valutare "costi e benefici dell'invecchiamento attivo di donne e uomini, che dovranno andare in pensione tutti alla stessa età". Sulla condizione delle donne nel mercato del lavoro italiano il ministro farebbe bene ad informarsi meglio.

E così scoprirebbe che a parità di lavoro le donne continuano ad essere pagate meno degli uomini.

Che la gran parte del lavoro di cura – non retribuito – verso figli, anziani e disabili ricade ancora per la maggior parte sulle spalle delle donne.

Che per questa ragione spesso le donne non riescono a mantenere il lavoro a tempo pieno e ricorrono alla richiesta di part-time come possibilità di rimanere nel mercato del lavoro, per quanto in forma “ridotta”.

Una possibilità che lo stesso ministro Brunetta, intervenendo d’imperio sulla normativa vigente nella pubblica amministrazione con la famigerata legge 133, ha reso ancora meno esigibile di prima: la concessione del part-time è ora, proprio grazie a Brunetta, soggetta al puro arbitrio delle amministrazioni!

Un modo per espellere di fatto dalla pubblica amministrazione tutte quelle donne che, per ragioni familiari, si trovassero nell’impossibilità di conciliare tempo pieno e lavoro di cura. Un lavoro di cura diventato sempre più gravoso dal momento che la società invecchia e i servizi sociali sono sempre meno pubblici e sempre più costosi.

Quanto alla flessibilità degli orari di lavoro spesa come opportunità per i lavoratori e in particolare per le lavoratrici per conciliare tempi di vita e tempi di lavoro trattasi di una vera e propria bufala dal momento che la flessibilità vigente è a senso unico ovvero basata solo sulle esigenze delle aziende.

Quali sono le esigenze delle lavoratrici che rendono realmente “esigibile” una diversa collocazione dell’orario di lavoro da parte di una lavoratrice dovrebbe spiegarcelo il ministro Brunetta e con lui Cgil-Cisl e Uil. che la flessibilità a senso unico l'hanno inserita a piene mani in tutti i contratti di lavoro da quelli dell’industria a quelli del commercio, delle cooperative, ecc.

Se proprio il ministro Brunetta vuole fare qualcosa per le donne, a partire da quelle occupate nella pubblica amministrazione, revochi quanto inserito nella legge 133 a proposito di part-time e pensi ad introdurre strumenti per consentire alle donne di non essere discriminate nei percorsi di carriera lavorativa per il semplice motivo che facendo figli devono almeno “temporaneamente” allontanarsi dal luogo di lavoro e al rientro si trovano spesso a dover ricominciare daccapo!

 
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