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Così Confindustria & Co stravolgono il Testo unico PDF Stampa E-mail
venerdì 05 dicembre 2008
Sara Farolfi ROMA Sterilizzazione totale delle sanzioni, più spazio agli enti bilaterali e nessuna rsu laddove ci sono i rappresentanti per la sicurezza. Uno stravolgimento, di questo si tratta. Pezzo per pezzo, nei punti salienti di quella che può forse considerarsi la legge migliore del governo di centro sinistra che fu e di cui la procura di Torino si è servita nella formulazione delle accuse sulla vicenda Thyssen Krupp. Parliamo del «Testo unico» in materia di salute e sicurezza sul lavoro.

E dell’ipotesi di «avviso comune» siglata da tutte le associazioni imprenditoriali che gira da qualche giorno, pare, sulle scrivanie dei ministri. Un testo ancora riservato, che il manifesto è in grado di anticipare, che alla voce «semplificazioni » - parola cara, tra l’altro, al ministro del lavoro, Maurizio Sacconi - riconduce il radicale rovesciamento dell’impianto legislativo. Queste le associazioni firmatarie: Abi, Agci, Casartigiani, Cia, Claai, Cna, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confartigianato, Confcommercio, Confcooperative, Confesercenti, Confetra, Confindustria, Confservizi e Lega delle cooperative. L’ostruzionismo dell’imprenditoria nostrana al testo di legge di Prodi non è una novità. L’arrivo di Berlusconi ha segnato il cambio di registro. Il nuovo governo si è affrettato a prodigarsi per la causa confindustriale, come su tutto il resto, anche per il Testo unico: rinviandone l’applicazione, e invitando le parti sociali a mettersi d’accordo sui punti di discordanza mediante un avviso comune. Il testo, ha ripetuto in questi mesi il ministro Sacconi, sarà cambiato. Ma la posizione espressa da industriali e artigiani va ben oltre una «sterilizzazione» delle sanzioni.

Sentite la premessa: «Un sistema normativo che si affida al timore della sanzione e alla sua efficacia deterrente è, per definizione, perdente... Senza considerare gli effetti, in termini di immagine e di reputazione, che una condanna per illeciti soltanto formali può comportare per l’azienda». Il riferimento è alla compilazione obbligatoria del «documento di valutazione dei rischi» da parte del datore di lavoro, sanzionato (nel Testo unico) sia amministrativamente (ammenda da 5 a 15 mila euro) che penalmente (arresto da 6 a 12 mesi), e che le imprese vorrebbero sanzionabile solo nel caso di «aziende a rischio rilevante». L’attuale apparato sanzionatorio viene definito «oltremodo repressivo »: «non risponde nè ai necessari criteri di coerenza, proporzionalità e rischiosità, nè a logiche di prevenzione ».

Tanto per cominciare, suggeriscono i firmatari, «si dovrebbe prevedere l’esclusione delle micro e piccole imprese dall’applicazione delle sanzioni pecuniarie, assolutamente incompatibili con la vita di una piccola impresa ». Anche la sospensione dell’attività (a causa per esempio della mancata nomina del responsabile del servizio di prevenzione) non va: solo in situazioni di «incombente e imminente pericolo» dovrebbe darsi. Chi decide quando il pericolo è incombente? Provate a indovinare. Insomma: un po’ di fiducia nei nostri imprenditori che infatti chiedono l’introduzione della «presunzione di conformità alle norme di prevenzione », per le aziende che adottino le norme tecniche o le buone prassi.

Carta bianca, in altre parole. Un capitolo sostanzioso viene dedicato agli enti bilaterali (cari a Sacconi e alla Cisl) a cui si dovrebbero dare più spazi in materia. Male ’chicche’ del documento arrivano con l’allegato: «Principali interventi in materia di semplificazione ». Uno degli elementi di novità della legge del centro sinistra era la sua applicabilità a tutti i lavoratori, subordinati o meno. Qui invece si precisa che «i lavoratori somministrati, e quelli a tempo determinato, non entrano nella base di computo dell’azienda».

Per quanto riguarda il «documento di valutazione dei rischi», «vanno reintrodotte e ampliate le procedure standardizzate tramite autocertificazione »: cosa che riguarda le imprese sotto i 10 dipendenti (dove si verifica l’80% degli infortuni) per le quali il Testo unico prevedeva appunto il passaggio dall’autocertificazione al nuovo sistema. Stop anche al «documento di valutazione dei rischi da interferenza » (causati dalla presenza di imprese diverse in uno stesso sito): il Testo unico stabiliva la responsabilità del datore di lavoro su tutta la catena degli appalti, con l’obbligo di indicare (nei singoli contratti d’appalto) i costi per la sicurezza.

Le imprese invece pretendono che tutto ciò riguardi solamente «gli appalti di una certa consistenza, economica e temporale ». Dulcis in fundo, l’ultimo punto, dove si chiede laddove ci sono gli rls (i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza), non ci siano le rsu.

 
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